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PIOGGIA E SETTEMBRE di Orazio Caruso (recensione e intervista)

dicembre 13, 2016

PIOGGIA E SETTEMBRE di Orazio Caruso (Algra editore)

Orazio Caruso insegna Lettere nelle scuole medie superiori, cura gli allestimenti teatrali del suo liceo e si occupa di poesia, critica letteraria ed editoria. Ha pubblicato i romanzi: Sezione Aurea, 2006; Comici Randagi, 2012 (selezionato al Premio Brancati-Zafferana) e Finisterre, 2015 (Premio “Più a sud di Tunisi” Portopalo di Capo Passero). Il suo nuovo romanzo si intitola “Pioggia e settembre” ed è pubblicato dall’editore Algra (in copertina un’illustrazione di Alessio Grillo).

Di seguito, una bella recensione firmata da Giovanna Caggegi e una mia intervista all’autore.

Massimo Maugeri

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recensione di Giovanna Caggegi

L’ultimo romanzo di Orazio Caruso, Pioggia e settembre (Algra editore), si offre come una materia incandescente per la ricchezza e la straordinaria sintesi dei temi e delle forme, ovvero degli aspetti stilistici, della sua ispirazione: Poesia, Filosofia, Musica, Teatro.
Suscitate dalla lettura, mi piace condividere alcune suggestioni in forma sparsa o rapsodica, pensando di assecondare lo ‘spirito’ ariostesco che impregna il romanzo, come del resto esplicita l’autore citando l’incipit dell’Orlando furioso del quale quest’anno si festeggiano i 500 anni dalla pubblicazione.
Partiamo perciò dal titolo, Pioggia e settembre (che è anche il titolo di una canzone di Maurizio La Ferla su testo dello stesso Orazio Caruso), azzardandone una interpretazione. Settembre è il mese che chiude l’estate, non è ancora la piena maturità dell’autunno, ma è un momento di preparazione al cambiamento, alla raccolta dei frutti, alla vendemmia, dunque ai bilanci, se riportato a una dimensione esistenziale. E nel romanzo i protagonisti sono trentenni chiamati a entrare nell’’età della ragione’ e a fare i conti con sé stessi innanzitutto, con le loro radici, le loro scelte, le ambizioni e il loro destino futuro.
La pioggia del titolo è poi l’elemento naturale, ma anche la cifra simbolica, che a chiusura del romanzo interviene a sciogliere la tensione del dramma e a segnare il beneaugurante passaggio lustrale a una nuova stagione della vita. Quello delle stagioni è, del resto, un luogo molto caro all’autore che ama mettere in relazione il tempo lineare della Natura con quello franto e dialettico della Storia e dell’uomo nel suo destino individuale.
Sospeso amabilmente tra realtà e sogno, tra Storia e Mito (tutti i personaggi hanno attraverso i loro nomi un significato simbolico oltre che un alter ego mitologico), il romanzo racconta la vicenda dell’esuberante vivaista Vanessa, della sua saggia figlia Agata (sul cui concepimento rimarrà un alone di mistero) nata l’11 settembre proprio mentre cadevano le Torri Gemelle (insieme alle quali deflagrano la stabilità e l’identità dell’Occidente), e dei suoi due compagni di liceo e grandi amici, Luigi e Simone.
L’occasione per il rendezvous è la festa di compleanno della bambina divenuta adolescente. Da luoghi opposti, Luigi, attore a Morgantina interprete di Odisseo con l’attrice Chiara (Nausicaa), e Simone, impegnato con la collega Agnese in un seminario sul ‘femminile’, devono raggiungere Vignola Etnea e la loro amica Vanessa all’Albero Storto. Minacciata dalla figura inquietante di Venanzio Drago, presunto benefattore e usuraio di professione, Vanessa troverà salvezza in Giorgio, il figlio del prof Mirone, indimenticato docente di filosofia, maestro di vita e unico riferimento morale per quei giovani che vivono uno scenario privo di valori, segnato dalla precarietà economica ed esistenziale.
L’azione si sviluppa in una intera intensissima giornata, durante la quale avviene di tutto. Come nel Castello di Atlante, nel segno dell’avventura epica, si sviluppa un carosello di incontri e si presenta sulla scena un campionario di umanità che l’autore caratterizza con abilità teatrale e fa muovere come un deus ex machina sul palcoscenico di un’ironia bonaria, che ha il gusto del paradosso.
In cinque capitoli declinati ciascuno in quindici quadri (ad eccezione del secondo capitolo che ne ha dodici), che non seguono una rigorosa successione logico-temporale ma sono come le carte scombinate del Castello dei destini incrociati di Calvino o come le tessere di un mosaico che solo alla fine si ricompone, seguiamo le avventure dei protagonisti tutti in cerca dell’identità, di una felicità impossibile, di una donna ideale, in fondo forse solo della propria natura.
Particolare importanza Orazio Caruso attribuisce ai personaggi femminili. Ritratti con esprit de finesse troviamo tutti i tipi: da quello carnale e felliniano dall’erotismo prorompente e istintivo (la cuoca Neruccia, Pia); al tipo dell’Amazzone (Mita Grumia, Olga, Teresa) che sfugge al dominio maschile in nome di battaglie femministe o di un rigido sistema morale; al tipo ostinato e sognatore che con algida grazia seduce l’impenitente dongiovanni (Chiara); al tipo vitalistico e terragno generoso di amplessi (Vanessa); al modello della Barbie bella ed evanescente (Gabriella); alle donne capaci di svolte morali, come Bianca che sceglie di vivere senza il denaro sporco del marito.
Altro tema caro all’autore è quello del Viaggio come dimensione geografica e simbolica necessaria alla natura dell’uomo. Nel romanzo i personaggi-viaggiatori partono da alcuni luoghi mitici della Sicilia, metafora della condizione umana, terra di fuga e di ritorno, di radicamento e di nostòs: Cefalù e la rocca di Artemide per Simone e la sua occasionale comitiva, Aidone e la Venere (o Cerere) per Luigi, che davanti alla statua ha uno smarrimento che fa pensare al racconto Gradiva di Wilheim Jensen, a lungo oggetto dell’appassionata analisi freudiana. La meta di questo viaggio è Vignola Etnea, un luogo immaginario che diventa centro simbolico dell’esistenza, come Vanessa diventa la Madre o, in chiave ariostesca, la sfuggente Angelica, un archetipo femminile con cui misurarsi a da cui prendere le distanze per recidere il cordone ombelicale.
Ancora un altro motivo è il confronto conflittuale tra le generazioni, di figli che fanno i conti con genitori ingombranti, o per eccesso di amore o per evanescenza e anaffettività. In un contesto privo di riferimenti ideologici, in piena stagione di riflusso, l’unico appiglio per i tre amici rimane l’insegnamento laico del prof Mirone e di un modus vivendi volto all’esercizio critico e alla conoscenza delle ragioni profonde nascoste sotto il velo ingannevole delle apparenze.
Lontano dalla pletora intimistica di certa letteratura contemporanea, il romanzo di Orazio Caruso parla di esseri umani in balia di passioni, di debolezze e di poche virtù, ma fa intravedere dietro lo spaesamento esistenziale un orizzonte duraturo e salvifico, quello dei legami affettivi, dell’amicizia e dell’amore, su cui è ancora possibile costruire un nuovo Umanesimo.
Se uno spirito di finezza accompagna l’autore rispetto alla materia narrata, uno spirito geometrico, per dirla con Cartesio, illumina l’aspetto strutturale e formale della scrittura.
Attraverso uno stile prezioso e ricercato, una scrittura elegante e avvolgente, sensuale e vibrante, nella quale il gusto per la parola, per le sue combinazioni metaforiche e la sua musicalità, non si disperde in mero esercizio letterario ma appare teso alla ricerca di un senso morale, Orazio Caruso costruisce una rigorosa architettura narrativa che trova i suoi riferimenti più autorevoli in scrittori come Calvino, Borges, e, per certe atmosfere, anche negli scrittori israeliani come Abraham Yehoshua e Amos Oz.
Con un lavoro raffinatissimo di cesello e intarsio, Orazio Caruso tesse una trama di citazioni classiche e di aforismi filosofici, mentre da una prospettiva prismatica, capace di scomposizione, osserva le vicende mai definitive dei suoi personaggi.
Il narratore, che si diverte con leggerezza calviniana a condurre il lettore lungo la selva di un percorso cifrato, allusivo e simbolico, interviene di conseguenza in siparietti funzionali al racconto, che per il resto è affidato ai dialoghi, al discorso indiretto libero, alla terza persona, o al flusso di coscienza. La narrazione ha costantemente una struttura mossa e dinamica, la scrittura la cadenza di una suite tra allegri, adagi e fughe.
L’autore assume un punto di vista scettico e straniato che prende le distanze dalla Storia, si affranca da ogni ideologia, per affermare un’identità sospesa tra il privato e la consapevolezza che non possono esserci certezze.
In tal senso il romanzo ha una conclusione ‘aperta’, si scioglie il dramma ma viene lasciata all’immaginazione del lettore la possibilità di dare alla vita di ciascun personaggio la direzione desiderata perché, per dirla con Pirandello, “la vita non conclude”.

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Intervista a Orazio Caruso

di Massimo Maugeri

Risultati immagini per orazio caruso-Caro Orazio, la mia solita domanda di apertura… Come nasce “Pioggia e settembre”? da quale idea, spunto, esigenza o fonte di ispirazione?
Il romanzo nasce essenzialmente da una visione. Un giorno, passando per una strada che faccio spesso, ho intravisto una giovane donna che in salopette verde stava caricando delle piante in un autocarro, aveva dei capelli chiari che crescevano verso l’alto. Quella visione ha fermentato nella mia fantasia ed è nato il personaggio di Vanessa.

-Come epigrafe del romanzo hai scelto questi versi di Ludovico Ariosto, tratti dal Canto I dell’Orlando Furioso (le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto …). Perché?
L’idea dell’epigrafe non mi è venuta subito, ma man mano che andavo avanti nella stesura del romanzo. Il modulo dell’entrelacement si è rivelato, infatti, il più idoneo per “montare” in modo alternato le diverse storie che avvengono in contemporanea. Ariosto rimane un modello anche perché, sotto l’apparente ironico disincanto, è amoroso e carezzevole nei confronti della propria materia narrativa.

-Proviamo a conoscere i personaggi principali di questa storia (zeppa di comprimari) partendo da Vanessa. Che tipo di donna è?
È quella che una volta si diceva “una ragazza madre” ed è anche una vivaista. È esuberante, è vitale, ama il cibo, il sesso e si caccia spesso nei guai. È la persona intorno alla quale gira tutta la vicenda. È la donna.

-Poi c’è Agata, la figlia di Vanessa. La sua data di nascita non è una data qualunque, essendo nata l’11 settembre 2001. Parlaci di Agata.
Agata è giudiziosa e sognatrice. Completa la madre. La sua più che una nascita, tenendo conto della data, è una rinascita. Con lei tutto ricomincia perché porta il fuoco della vita nuova.

-“Sepember eleven”, per dirla come gli americani, è entrato con prepotenza (com’era inevitabile che fosse) nella letteratura contemporanea influenzando molti scrittori e molte scrittrici. Che tipo di segno ha lasciato questa data, e il crollo delle Torri Gemelle, su Orazio Caruso?
I cambiamenti storici sono spesso silenziosi, sono lente trasformazioni che si solidificano in eventi clamorosi. La caduta delle Torri Gemelle è uno di questi eventi rivelatori ed epocali. Nella fattispecie io ho voluto raccontare la generazione che a vent’anni ha scavalcato il millennio gonfia di aspettative (non ci dimentichiamo che lo slogan era “un altro mondo è possibile!”) ed ha invece dovuto fare i conti con il disorientamento e con la doccia gelata delle nuove problematiche politiche ed economiche.

-Agata fa parte della generazione che non ha visto il Novecento e che si è “ritrovata” proiettata nel nuovo millennio. Quali sono, a tuo avviso (e te lo chiedo nel tuo duplice ruolo di scrittore e di docente), le caratteristiche di questa generazione? Quali i pro e i contro?
Agata è una vera “millennial”, nata dopo il Novecento. È un altro aspetto importante del personaggio. L’avrei potuta chiamare “Immacolata”, perché nata priva del peccato originale novecentesco. Dopo le generazioni della rottura e quelle dello smarrimento, la sua potrebbe essere quella che ricostruisce il filo di una memoria condivisa. Come docente mi piace insegnare nelle prime classi del biennio superiore, forse più indisciplinate, ma più vitali e più aperte alla meraviglia del conoscere, meno omologate.

-Torniamo ai personaggi e, in particolare, ai due cari amici di Vanessa: Luigi e Simone. Cosa puoi dire di loro due?
Simone e Luigi sono facce diverse dello stesso smarrimento. Come le Torri Gemelle sono stati abbattuti. Ora si trovano al “ground zero”, pronti a ricominciare.

-Poi c’è Giorgio, il figlio del prof Mirone …
Il suo stesso nome ne fa il salvatore. Ma non aggiungerei altro. E lascerei al lettore il gusto di scoprirlo meglio.

-All’appello manca un altro personaggio: Venanzio Drago. Che tipo di uomo è? E che ruolo ha nella storia?
Venanzio, senza ombra di dubbio, è il male ed il suo ruolo nella storia è quello dell’antagonista. Non è, però, un cattivo di maniera. Ho scavato nel personaggio, nel suo declino, sforzandomi di mostrarne la figura a tutto tondo.

-Questo tuo romanzo offre molto spazio al Mito. Perché ritieni sia importante che il Mito alberghi in un testo di narrativa pubblicato nel 2016?
La mitologia, in particolare quella greca, è un giacimento di complessi modelli esistenziali che non finiscono mai di interrogarci. Il mito, quindi, può essere una chiave per comprendere anche la contemporaneità.

-Ultima domanda. Hai la possibilità di andare a cena con uno dei personaggi di questo tuo romanzo che, per l’occasione, si presenterà ai tuoi occhi in carne e ossa. Chi sceglieresti? E perché?
Non mi è facile rispondere a questa domanda. Non è facile fare una scelta. Di punto in bianco, sceglierei di invitare a cena un personaggio minore in modo da poterlo conoscere meglio. Uno dei comprimari che la mia penna ha un po’ sacrificato. Tuttavia, pensandoci bene, mi piacerebbe organizzare una bella festa sulla terrazza di casa mia, fra l’Etna e il mare Jonio, per invitarli tutti quanti e passare con loro una bella e movimentata serata.

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