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IL FIORE INVERSO di Lello Voce e Frank Nemola

gennaio 5, 2017

Lello Voce e Frank Nemola, Il fiore inversoIL FIORE INVERSO di Lello Voce e Frank Nemola (Squilibri edizioni) – Intervista a Lello Voce

di Massimo Maugeri

Poesia e musica tornano nella nuova opera firmata dalla coppia poetico-musicale Lello Voce e Frank Nemola. Il volume con Cd, vincitore del Premio Nazionale Elio Pagliarani, si intitola “Il fiore inverso” ed è pubblicato da squi[Libri] edizioni. Sono tanti gli artisti coinvolti in questo progetto:  Paolo Fresu (alla tromba), Dario Comuzzi (alla chitarra elettrica), Simone Zanchini (alla fisarmonica), Eva Sola (al violoncello), il rap di Kento, Luca Sanzò (alla viola), Adele Pardi (al violoncello)… senza dimenticare i ritratti frutto della matita di Claudio Calia.

Ne discuto qui di seguito con Lello Voce…

Caro Lello, partiamo proprio dal titolo: “Il fiore inverso”. Come accennavo in premessa è un titolo molto evocativo. Cosa puoi dirci in merito alla sua scelta?
Risultati immagini per lello voceIl titolo è una citazione dai primi versi di una celeberrima Canso del trovatore Raimbaut D’Aurenga, caposcuola del œ: «ar resplan la flors enversa», qui risplende il fiore inverso, ed il fiore inverso è la poesia, l’unico fiore a sbocciare con le radici rivolte verso il cielo. Il titolo, dunque, da una parte allude ai padri indiscussi della poesia con musica (spoken music, come si dice adesso) e cioè i trovatori provenzali, da cui sono nate tutte le tradizioni poetiche romanze, dall’altro è un’allusione alla capacità che ha la poesia di ‘ribaltare’ la percezione corrente della realtà attraverso l’opacità del linguaggio e le enormi potenziali di senso che in esso sono custodite e che attendono solo che il poeta le scopra. Quindi vuole sottolineare come la poesia sia stata, sostanzialmente resti e sempre più tornerà ad essere un’arte orale, che con la letteratura propriamente detta ha poco a che vedere, e che questa scelta di comporre poesia ‘temperata’ con musica non ha nulla di avanguardistico, anzi è profondamente, direi ‘radicalmente’, connessa con la tradizione. Ma rispettare, ammirare una tradizione non vuol dire farsene epigoni, piuttosto tradirla, rinnovandola, trasportarla in un altrove dove la sua voce ricominci a risuonare potente, ma con accenti e parole nuove. Questa nuova capacità di farsi voce, e voce viva, le dà nuova energia nel ribaltare il linguaggio, nel costringerlo a cederci nuove porzioni di senso, nel tenerlo allenato al presente. Non si possono sognare sogni nuovi con parole vecchie. La poesia sta là apposta.

Parlaci del tuo rapporto artistico con Frank Nemola. Quando vi siete incontrati la prima volta? E cos’è, più di ogni altra cosa, che vi lega artisticamente?
Risultati immagini per frank nemolaHo incontrato Frank alla fine degli anni 90, in occasione del lavoro di composizione e realizzazione di Farfalle da combattimento, che uscì poi nel ’99 da Bompiani. Da tempo avevo deciso che ciò che mi interessava davvero era la poesia ad alta voce e i miei libri già uscivano con cassette o CD. Avevo avuto alcune esperienze di incontro con la musica con Paolo Fresu, con il quale ci eravamo esibiti in alcune performance dal vivo. L’incontro con la musica era stato per me una sorta di agnizione, la musica dava a quanto scrivevo, che pur mi sembrava stare in piedi da solo, qualcosa di più, era come passare dal disegno al tutto tondo della statua. Avevo bisogno di qualcosa di più dunque di una collaborazione con un altro artista che ‘dialogasse’ con me sul palco. Quello che cercavo era un gemello, qualcuno capace di stare talmente dentro le mie cose, da farsene co-autore, rubarmele e restituirmele tradotte in musica. Perché tutta la poesia è un po’ analfabeta, essa, cioè, è fatta anche (e in maniera decisiva) di elementi non alfabetizzabili (ritmo, melos, vocalità, velocità, durata), che solo la sua esecuzione può portare alla luce. Ecco Frank è stato questo: il gemello capace – con una generosità sconfinata – di entrare nelle mie parole e tirarne fuori quell’elemento analfabeta così fondamentale nel loro essere poesie. E l’ha tradotto in musica. Perché la musica che sente chi ascolta le mie poesie, non è musica d’accompagnamento, è la traduzione sonora (e musicale) di quei ‘tempi’, di quelle armonie, di quei ritmi e di quelle melodie che erano già nel testo della mia poesia. Lello Voce insomma è un autore collettivo, che non esisterebbe senza le musiche di Frank Nemola.

In che modo avete proceduto per la realizzazione di “Il fiore inverso”?
Lello Voce e Frank Nemola, Il fiore inversoProprio perché si tratta di tradurre in ‘sonoro’ quella musica già presente nel testo noi abbiamo negli anni (ormai circa 20) organizzato un nostro metodo di lavoro piuttosto preciso e ogni volta che ce ne siamo scostati siamo andati incontro a un fallimento, trovandoci tra le mani dei risultati magari ben fatti e assolutamente gradevoli, ma sostanzialmente scollati, nei quali il rapporto strettissimo di dipendenza tra testo poetico e musica andava perso. Prima di tutto nasce il testo. Poi, quando ritengo che la parte sostanziale del lavoro testuale sia terminata, registriamo una prima volta la mia voce. Si tratta di un’esecuzione, unicamente vocale, in cui ho cura di rilevare il più possibile i ‘nodi’ ritmici e melodici del testo e di individuare una velocità di esecuzione congrua. A questo punto Frank individua la velocità metronomica del testo, il ‘tempo’, il ‘ritmo’, va a progettare la dislocazione degli accenti musicali che dovranno fare ‘contrappunto’ con i miei ictus poetici. Gettiamo via, allora, la mia prima registrazione e ne facciamo una seconda, accompagnata però dal clik di un metronomo, per aiutarmi a collocare al punto giusto la mia forma metrica e su questo secondo ‘take’ vocale Frank lavora a comporre i primi ‘strati’ musicali, usualmente a partire dalla ritmica (percussioni, basso, elettronica), per poi passare alla parte più strettamente melodica. Una volta costruito un pattern musicale abbastanza solido e convincente iniziano i take dei singoli strumenti. Fatto anche questo inizia il lavoro di missaggio, di equilibrio delle singole voci, si lavora 8 e lo facciamo insieme) sulle frequenze e sull’armonia complessiva del brano, in un certo senso lo si ‘orchestra’. Un lavoro molto lungo, che richiede pazienza, ma anche appassionante: per me è come un’esplorazione. Grazie  a Frank scopro i territori sconfinati che la sonorità della poesia può aprire, mi guardo dentro e scopro di me e dei miei testi aspetti che altrimenti mi sarebbero sfuggiti. Questo fa sì che le mie opere siano piuttosto lunghe (nel senso della realizzazione) ma anche piuttosto smilze (nel senso dell’oggetto libro). Per realizzare questo Fiore ci sono occorsi circa 5 anni e sono otto brani, o se preferisci, solo 8 poesie.

Al di là di questa vostra opera, che cos’è – a tuo avviso – che accomuna poesia e musica?
La poesia e la musica camminano su sentieri paralleli da tempo immemorabile, direi da sempre. Hanno in comune addirittura molte definizioni (canzone, sonetto, ballata, madrigale, ecc, ma anche ritmo, accento, melodia, canto, ecc.). La loro storia procede parallela, tenuta insieme dalla ‘voce’ prima che dalla parola, per secoli e secoli e non si divide mai del tutto, neanche quando la poesia, costretta al silenzio dei libri, sembra farsi letteratura. La poesia è l’unica arte al mondo che abbia cambiato il suo medium di trasmissione, si è fatta muta, da che era sonora. Ma anche in quel momento e sino a oggi, per fruire davvero di una poesia, anche di una poesia scritta in un libro, occorre eseguirla, sia pure mentalmente, far risuonare i suoi accenti, mettere in moto la sua dinamica, la sua musica, per l’appunto. Oggi che la poesia è sostanzialmente (e sordamente e tristemente) soprattutto muta, la musica sta erodendo una serie di spazi prima riservati alla poesia, ma insieme sta gettando nuovi ponti verso la sorella sdegnosa. La nascita del rap, ad esempio, è certamente un evento di grande importanza, non a caso i padri del rap sono dei poeti, gli statunitensi Last Poets. Oggi certamente la scena rap è sommersa da quello che io chiamo trash-rap, che si accontenta di ‘dissing’ scontati, e vuole soprattutto vincere ‘contest’ scalare le classifiche di vendita. Montagne di prodotti pessimi che si limitano a riprodurre ritmiche ‘pari’, fino a completare le canoniche “16 barre” di una strofetta, stando rigorosamente ‘beat on’ cioè incollati alla ritmica dei suoni, senza fantasia alcuna. Ma, al di là di questo, la nascita del rap ci ha ricordato che esiste ed è fertilissimo un terreno comune tra poesia e musica. Come ce lo ricorda l’opera di alcuni grandi autori musicali (da De André a Caetano, da Brassens, a Dylan e a Cohen), ma nel loro caso il rapporto tra poesia e musica è diverso da quello che si stabilisce nella spoken music: è la musica a condurre il gioco, la parola a rendere alfabetizzabile ciò che in musica è sonorità pura.

Sono tanti gli artisti che hanno collaborato alla realizzazione di quest’opera. Cosa puoi dirci sul connubio artistico che ha generato “Il fiore inverso”?
Come dicevo prima, io e Frank chiamiamo a collaborare con noi altri musicisti. Con alcuni di loro si stabilisce un rapporto costante, come con Paolo Fresu, o con Michael Gross, altri invece li individuiamo rispetto a problematiche più ‘circoscritte’, perché cerchiamo dei suoni, delle ‘intenzioni’, dei ‘registri’. Comunque sia cerchiamo sempre di mescolare stili e tendenze, ci piace il rischio (l’arte è un’attività rischiosissima, imho), ci interessa creare situazioni di dialogo inedite, così con noi hanno collaborato negli anni artisti dalle provenienze più diverse, dal jazz (da Fresu a Maria Pia de Vito e Antonello Salis) al rap (Kento) dalla musica colta (Luca Sanzò, o Gross – prima con Ligeti e poi con Zappa – Rocco de Rosa, Stefano La Via) alla fusion e al cross-over (Loguercio, Cinque, o l’argentina Eva Sola).

Il libro contiene anche i disegni con cui Claudio Calia raffigura gli artisti protagonisti dell’opera. Da questo punto di vista potremmo dire che “Il fiore inverso”, oltre a essere, “un libro da leggere con le orecchie” è anche un Cd da ascoltare con gli occhi?
Con Calia abbiamo realizzato anche il mio precedente libro-CD, Piccola cucina cannibale e da tempo collaboriamo nel tentativo di portare anche in Italia l’esperienza del Comics-Poetry, già ampiamente diffuso nel mondo. Un fumetto ha molto più in comune con la poesia che con la prosa, funziona per unità definite ma interconnesse, chiede una collaborazione intensa ed attiva al suo fuitore. Nel mondo si stanno realizzando opere rilevanti di Poetry Comics, è un peccato non conoscerle. Il contributo di Claudio, poi, è sempre fondamentale nel sottolineare come la poesia voglia proporsi come arte ‘amichevole e totale’ capace di dialogare fruttuosamente con le altre discipline artistiche e soprattutto di ritrovare in questa relazione la possibilità di rinnovarsi ‘radicalmente’, di cambiare cioè a partire dalla rilettura della sua storia. Sonetti figurati se ne producevano a bizzeffe (alcuni davvero fantastici) già nel XVI secolo.

Il volume contiene anche un tuo saggio. Il primo capitolo ha questo titolo: “La poesia è nata prima dei poeti”. Cosa significa?
Significa che prima di essere un’arte la poesia è stato un medium: il primo medium di stoccaggio dell’informazione non genetica che l’umanità abbia conosciuto ed adottato. Prima di assumere anche valenze ‘estetiche’ la poesia serviva a trasmettere, nelle antiche civiltà unicamente orali, le informazioni fondamentali che identificavano quella determinata cultura. Grazie alla sua ‘memorabilità’. L’Iliade e l’Odissea, prima che poemi, sono dei depositi immensi di sapere, di valori, di informazioni che vengono trasmesse e ricordate dal poeta che esegue il poema, dal rapsodo che ne cuce gli episodi, all’unisono con il suo pubblico. Dunque, prima dei poeti esisteva la poesia e quando essa si è fatta arte ha portato con sé tutta l’enorme ricchezza del linguaggio che è il medium per eccellenza umano, quello in cui abbiamo vissuto, viviamo e vivremo sempre completamente immersi. Siamo uomini perché siamo fatti di parole e la poesia è l’arte delle parole per eccellenza, elezione e primogenitura. Se la glottide dei nostri progenitori non fosse scesa, permettendoci di articolare il suono in modo così particolare, saremmo stati qualsiasi altra cosa, ma non uomini, così come lo siamo oggi. Questo fa della poesia un’arte oggi magari poco necessaria, ma assolutamente indispensabile. Il suo pubblico è esiguo, ma la sua esistenza è imprescindibile, il suo valore di scambio è praticamente nullo, ma il suo valore d’uso resta immenso. Il fatto che pochi comprino libri di poesia, ma molti di più affollino i teatri in cui si tengono festival di poesia o poetry slam si spiega, forse, anche così.

Progetti per il futuro?
Intanto mi piacerebbe stare il più possibile sul palco ad eseguire il Fiore con Frank. Eseguire dal vivo le mie poesie mi rende intensamente felice, direi ‘completo’. È poesia viva e dal vivo, con la gente, è un atto ‘reale’ in cui vengo coinvolto in modo integrale, direi anima e corpo ( e linguaggio che è il ponte che li unisce).
Poi credo che tornerò a studiare. Penso che siamo sul crinale di un cambiamento antropologico decisivo, che riguarda il rapporto tra scrittura ed oralità nelle nostre culture. Da una parte l’oralità guadagna sempre più terreno nella nostra vita quotidiana e il ‘sonoro’ delle nostre vite è amplissimo, dall’altra i confini tra questi due modi di comunicare si fanno labile, tra la scrittura spiccatamente orale e volatile dei social e della Rete e la sonorità pervasiva e stabilizzata dei soundtrack che ormai ‘indossiamo’ e che ci seguono passo passo, sempre ri-eseguibili, come un libro. Insomma: verba manent, scripta volant. Per la poesia credo sia fondamentale non farsi trovare impreparata a questo cambiamento: lei che è stata capace di capolavori tanto sonori quanto silenziosissimi è certamente l’arte che più di ogni altra sarà coinvolta in questa mutazione.

-Grazie mille per la chiacchierata, caro Lello. E… in bocca al lupo per tutto.

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Approfondimenti sul libro

Lello Voce e Frank Nemola, Il fiore inversoA quattro anni dal Premio Napoli per Piccola cucina cannibale, la coppia poetico-musicale Lello Voce e Frank Nemola torna con un disco-libro di poesia che percorre sentieri sempre più avanzati nella ricerca di nuove forme poetico-musicali capaci di interpretare la contemporaneità, senza rinunciare alla possibilità di raggiungere ed emozionare un pubblico più vasto.
Con loro, come da ormai un ventennio, il suono inconfondibile e magistrale della tromba di Paolo Fresu e altri nuovi compagni di viaggio: la tagliente chitarra elettrica di Dario Comuzzi, la fisarmonica virtuosa e potente di Simone Zanchini, l’aspro e struggente violoncello barocco di Eva Sola, il rap duro, complesso e impegnato, di Kento, la viola coltissima e calda di Luca Sanzò, il malinconico e intensissimo violoncello di Irene Pardi. Tutti ritratti, in uno sketch-book, dalla matita scabra e acuta di Claudio Calia, tra i più innovativi autori italiani di fumetto.
La scommessa è sempre quella di rilanciare e rinnovare la poesia, restituendola alle sue origini quando, prima di farsi muta migrando nelle terre silenti della letteratura, era un’arte essenzialmente orale che, nel ritmo delle parole e nell’abbraccio della comunità, disvelava appieno il suo significato, culturale e politico allo stesso tempo.
La musica che ascolterete – quella delle parole e quella dei puri suoni- non vuole pertanto ‘accompagnare’ ma piuttosto ‘tradurre’. La musica illumina le pieghe del linguaggio, le zone oscure su cui si fonda, ma che nessuna parola può esprimere, perché ogni vera poesia è sempre un po’ analfabeta: è il ‘fiore inverso’, nella metafora del provenzale Raimbaut d’Aurenga, l’unico a sbocciare con le radici protese verso il cielo.
Un ‘libro da leggere con le orecchie’, dunque, lasciandosi attraversare dai suoni, ballando, con i propri piedi e con il proprio corpo, i ‘piedi’ dei versi che il poeta ritma con la sua voce, accordandola alla musica, per offrirci un affresco sonoro e linguisticamente raffinatissimo del presente in cui la dimensione personale è sempre politica e la riflessione politica accetta il rischio della fragilità e dei sentimenti
Con un denso saggio di Voce che si configura come un vero e proprio manifesto di una nuova poetica dell’oralità.

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