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“PANE per i Bastardi di Pizzofalcone” di Maurizio de Giovanni (un estratto)

gennaio 8, 2017

Risultati immagini per i bastardi di pizzofalcone raiPubblichiamo le prime pagine di “PANE per i Bastardi di Pizzofalcone” di Maurizio de Giovanni (Einaudi Stile Libero Big).

La prima puntata dell’omonima serie Tv tratta dai romanzi di Maurizio de Giovanni I Bastardi di Pizzofalcone andrà in onda lunedì 9 gennaio, h. 21:15,  su Rai1.

Nel cast: Alessandro Gassmann e Carolina Crescentini.

Regia: Carlo Carlei

 

Interpreti: Alessandro Gassmann, Carolina Crescentini, Antonio Folletto, Tosca d’Aquino, Massimiliano Gallo, Gianfelice Imparato, Simona Tabasco, Gennaro Silvestro, Gioia Spaziani, Francesco Guzzo

 

 

I.

Il Principe dell’Alba si mette in cammino venti minuti
prima delle quattro.
Non sono molti i gesti che deve compiere, e il Principe
li conosce a memoria; potrebbe eseguirli a occhi chiusi.
Ma quella è l’ora, e tutto va fatto come va fatto, senza
deroghe. Oggi, poi, sarà una di quelle giornate che ti invitano
a ringraziare Iddio di essere vivo. È vero che fino
a poco fa ha piovuto, e neppure poco, ma già si capisce
che verrà il sereno.
Oggi l’estate ha deciso di presentarsi, pensa il Principe
dell’Alba. Non c’è dubbio. Basta annusare la promessa
di calore, non la sentite? Be’, io sí. La sento forte e
chiara.
A frequentare l’alba fin da bambini se ne impara il linguaggio.
Sembra sempre uguale, l’alba, invece cambia ogni
volta. Non dura molto, badate. Può essere lunga un’ora,
ma anche piú breve, dieci o venti minuti. Ha confini incerti:
a ovest con la notte che allunga i suoi tentacoli di
solitudine e silenzio, a est con il giorno urlante e feroce,
ed è diversa sia dall’una sia dall’altro, che non si incontrano
mai, perché c’è lei a separarli.
Una volta il Principe ha sentito un poeta, un filosofo,
uno scrittore o chissà chi dire alla televisione che l’alba
è figlia della notte e del giorno. Fesserie. Quello, aveva
pensato, è uno che per l’alba ci è passato sbronzo dopo
qualche festa piena di coca e zoccole. L’alba è una cosa
a sé. Non c’entra niente col giorno e con la notte se non
perché ci sta in mezzo.
Al Principe dispiace doverla attraversare con la macchina.
C’è il rumore, e c’è la puzza di benzina. Ma almeno
oggi può tenere il finestrino aperto, e guidando piano
sentire il sussurro del vento sulla faccia. Riconoscerebbe
il momento anche bendato, senza confondere il riverbero
delle luci ancora accese con l’affacciarsi di un sole lontano.
A certi profumi ci si abitua come alle voci delle persone di
famiglia, che distingueresti in mezzo a un coro.
Il Principe sorride e ripensa a un’alba di giugno uguale
a quella, però di cinquant’anni prima. Mamma mia, mormora:
cinquant’anni. Mezzo secolo. Quanta vita, quante
vite. Quanto pane.
Seduto nella macchina di allora, mezzo intontito, un
bambino che ha appena finito di andare a scuola. La sera
prima lo hanno mandato in camera presto: vai a letto, Pasquali’,
vai a letto; domani cominci a lavorare. Lui non ha
dormito, naturalmente; ha chiuso gli occhi giusto cinque
minuti prima che lo svegliassero.
È durante quel breve tragitto, la strada fino alla fontana
col secchio da riempire fra le gambe, che il Principe diventa
Principe. Mentre lo investe del titolo, suo padre, il
Re dell’Alba, gli spiega che mica il mondo può cominciare
a girare, senza di lui. Sarà lui a dover fare ciò che ora fa il
papà e prima ha fatto il nonno con il suo carretto, tirato da
un cavallo enorme che considerava come un socio, perché
appena nato aveva prodotto il necessario per cominciare il
mestiere. Senza di lui, senza il Principe, la gente si sarebbe
guardata chiedendosi: perché stamattina non c’è il pane?
Il buon pane fresco e caldo del forno di Tonino del
pane? E il mio forno, dice il papà mormorando nell’alba,
diventerà il forno di Pasqualino del pane. Perché sei tu,
Pasquali’, il nuovo Principe dell’Alba.
Il Principe guarda il secchio. È di plastica, adesso. Gli
è dispiaciuto mettere da parte quello vecchio, ma si era arrugginito,
e l’acqua della fontanella dev’essere quella della
fontanella e basta, limpida. Papà, papà. Povero papà mio
che te ne sei andato cosí presto, pensa il Principe mentre
attende che il secchio si riempia. Quanto è difficile stare
al tuo posto.
Chissà, forse l’acqua della fontanella è la stessa del rubinetto.
Forse il Principe potrebbe pure risparmiarsi la
macchina e i cinque o sei minuti tra andata e ritorno: ma
se l’acqua è quella dai tempi del nonno, allora non si può
cambiare, no, papà? Era stato il primo insegnamento: Pasquali’,
guarda con attenzione cosa fa papà tuo. Perché se
vuoi essere il Principe dell’Alba, non devi cambiare nulla.
Mai nulla.
Il Principe entra nel panificio. I suoi operai mormorano
un saluto. Stanno lavorando lí dentro dalle dieci della sera
prima. Il piú giovane abbassa gli occhi sul secchio colmo
e li riporta sulla camera centrale del forno per controllare
se la vaporiera funziona. Ha un mezzo sorriso in faccia.
Mi prendi per pazzo, vero, guaglio’?, pensa il Principe.
Sei giovane e ti credi che il mondo funziona esattamente
come sai tu, e che io sono un vecchio rincretinito che arriva
col secchio ogni giorno all’alba quando me ne potrei
stare a casa a dormire almeno fino alle otto, visto che sono
il padrone. Ma non capisci niente. Del resto tu non sei
il Principe dell’Alba, sei solo un garzone di fornaio che rimarrà
garzone di fornaio per sempre. E sai perché? Perché
sei fesso. E vuoi cambiare le cose, pure quelle che non devono
cambiare mai.
Una fitta di malinconia. Cambiare. Non cambiare. L’eco
di una perenne discussione, di un dialogo tra sordi. Cambiare.
Non cambiare.
Estrae il mazzo di chiavi dalla tasca, cerca con le dita
quella che conosce bene, apre la porta in fondo al laboratorio,
entra e richiude; sente sulla schiena gli occhi del ragazzo.
Nella stanza c’è fresco, non freddo: un tavolo di legno
e al centro qualcosa avvolto in un panno. Il Principe va al
condizionatore, controlla l’umidità, la temperatura. Perfetto.
Vedi che qualcosa l’ho cambiata pure io? Il condizionatore
papà non ce l’aveva, e doveva tenere il lievito
sottoterra, col rischio di topi e ragni.
Con mani ferme e gesti misurati, il Principe inizia il rito
dell’Alba. Ora è un sacerdote. È suo padre, è suo nonno.
Niente di ciò che tocca, di ciò che muove, è diverso. La
materia è ancora la stessa. Sussurra alcune parole, quelle
che gli sono state insegnate proprio lí mezzo secolo prima.
Acqua d’a funtanella; farina d’o campo ’e grano; mosto
d’a cullina; merda d’o pullidro.

Ripete la frase due, tre volte.
Acqua d’a funtanella; farina d’o campo ’e grano; mosto
d’a cullina; merda d’o pullidro.

Nell’esatto momento in cui tace, prende il secchio e
aggiunge l’acqua, versandola nell’impastatrice. Il Principe
pensa a Totò, il nipote, che fa la seconda elementare.
Ancora pochi anni, amore di zio. Pochi anni e sarai tu il
Principe dell’Alba.
Il Principe lavora, impasta e aspetta. Il tempo giusto.
Il tempo di sempre. Tanti pensieri, tante battaglie, tante
discussioni, papà: tutto per questi minuti, in mezzo all’alba,
da un confine all’altro, per dare alla gente il primo profumo
e il primo sorriso. Chissà se sarò capace di metterglielo
in testa, a Totò.
Non è bravo a spiegare alla gente quanto sia importante
quello che fa. Loredana, per esempio, non l’ha capito,
e le cose sono andate come sono andate. Non l’ha capito
Mimma, e non l’ha capito a fondo nemmeno Fabio, che
avrebbe dovuto, perché è entrato lí dentro da ragazzo e
ne avevano parlato tanto; invece non l’ha capito, e le discussioni
infinite di quei mesi ne sono la prova. Ma a Totò
deve riuscire a insegnarlo: lui ce l’ha nel sangue.
Acqua d’a funtanella; farina d’o campo ’e grano; mosto
d’a cullina; merda d’o pullidro.

L’immagine del cavallino appena nato che un secolo
prima aveva dato l’elemento basilare della fermentazione
del pane lo commuoveva fino alle lacrime. Chissà com’era
l’alba allora, papà. Chissà quali sogni e quali disperazioni
percorrevano le strade silenziose, tra la notte e il giorno
che non si incontrano mai.
Mentre i pensieri vagano liberi, le mani del Principe separano
il lievito che lavorerà da quello che riposerà. L’oggi
dal domani. Papà glielo disse in quella mattina calda
di cinquant’anni prima: tocca al Principe farlo. Tu, Pasquali’,
sei quello che fa il pane per il quartiere. Sei quello
che scaccia i brutti sogni della gente, sei quello che dà
la prima forza per affrontare la giornata. E chi, se non un
Principe, fa questo per il popolo suo? Mentre parlava gli
accarezzava i capelli riempiendoglieli di farina, e lui rideva
felice. Grazie, papà.
Il Principe richiude la porta con due giri di chiave, perché
il lievito dorma tranquillo con l’acqua della fontanella.
Perché si rinnovi e cresca. E sia pronto per un nuovo,
piccolo miracolo. Con sé ha la parte che serve.
Uno degli aiutanti gli si fa incontro e la riceve dalle sue
mani, gli occhi bassi, attento che non cada a terra. Il ragazzo
di prima distoglie lo sguardo, imbarazzato. Dal tascone
del suo grembiule pendono due cuffiette. Il Principe
sospira.
Un altro operaio si avvicina con una teglia piena di panini.
Il Principe lo ringrazia con un cenno del capo e ne
prende uno. È caldo. Sembra vivo. È vivo. Eccome, se lo è.
Si avvia verso la porta che dà sul vicolo di fianco al forno.
È l’ultimo atto, quello che conclude il rito dell’Alba,
quando il lievito di oggi sta già lavorando e il lievito di
domani si prende il giusto riposo.
Acqua d’a funtanella; farina d’o campo ’e grano; mosto
d’a cullina; merda d’o pullidro.

Il Principe saluta il suo regno cosí, mangiando il primo
pane caldo e vivo, lasciandosi alle spalle il rumore del laboratorio.
Intorno a lui il quartiere si prepara a svegliarsi;
la notte è ormai un ricordo.
Un boccone, un altro: il pane vero, il pane buono, sincero,
senza menzogne e finte bellezze. Il pane per la pancia,
il pane per l’anima. Lo vedi, papà? Non ti devi preoccupare.
Com’era prima di te, cosí è ancora. E cosí sarà dopo
di me. Il tuo Principe non permetterà che i soldi cambino
il mondo e il tuo nome si perda.
Quanta fatica prendere il tuo posto, papà. Che peso.
Masticando pane buono nel riverbero grigio della prima
luce, il Principe dell’Alba porta il proprio mondo sulle
spalle.
Meno di cinque minuti dopo è morto.
Ma a quel punto è quasi giorno.

(Riproduzione riservata)

© 2016 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
Pubblicato in accordo con Thesis Contents Agenzia Letteraria, Firenze-Milano

* * *

Il libro

PaneQuanta vita, quante vite. E quanto buon odore di pane, in città. Se non ci fosse anche il delitto. Quando un omicidio divide in due le forze di polizia, il gioco si fa davvero duro per i Bastardi, che per molti devono ancora dimostrare di esserlo davvero, dei bravi poliziotti. Da un lato ci sono loro, che seguono l’odore del pane. E del delitto. Ma dall’altra ci sono i tosti superdetective della Dda, che sentono odore di crimine organizzato. Mentre i sentimenti e le passioni di ogni personaggio si intrecciano con l’azione e determinano svolte sorprendenti, la città intera sembra trattenere il fiato. Per poi prendere voce. A volte c’è bisogno di un avversario agguerrito, per riuscire a capire chi sei davvero. Forse i Bastardi l’hanno trovato. E per dimostrare di essere i migliori sono disposti a tutto. Perfino a diventare davvero una squadra.

***

Torna Maurizio de Giovanni, e con lui i Bastardi di Pizzofalcone. Pane, il suo nuovo romanzo, ruota ancora una volta intorno all’ispettore Lojacono e alla sua squadra, alle prese con un omicidio che divide in due le forze di polizia: da una parte i Bastardi – oltre a Lojacono, Palma, Pisanelli, Romano, Calabrese, Di Nardo e Aragona – che, nonostante i successi accumulati sul campo, devono ancora e sempre dimostrare di essere dei bravi poliziotti, dall’altra la Direzione distrettuale antimafia (Dda), che sente odore di crimine organizzato.

«Un fuoriclasse. Giuseppe Lojacono lo è, e ora — con Pane, la nuova avventura di cui è protagonista — tutti lo sanno, tutti sono avvisati» (Severino Colombo, «Corriere della Sera» del 27/11/2016, link) .

Che tutta la saga dei libri dedicata ai Bastardi di Pizzofalcone stia riscuotendo un grande e crescente successo è dimostrato anche dall’imminente arrivo sui teleschermi dell’omonima serie prodotta e trasmessa da Rai 1 a partire da gennaio 2017. Nel cast spiccano i nomi di Carolina Crescentini e Alessandro Gassmann, che interpreterà l’ispettore Lojacono.

 * * *

Risultati immagini per Maurizio de GiovanniMaurizio de Giovanni nasce nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005 vince un concorso per giallisti esordienti con un racconto incentrato sulla figura del commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Il personaggio gli ispira un ciclo di romanzi, pubblicati da Einaudi Stile Libero, che comprende Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore e Anime di vetro. Nel 2012 esce per Mondadori Il metodo del Coccodrillo (Premio Scerbanenco), dove fa la sua comparsa l’ispettore Lojacono, ora fra i protagonisti della serie dei Bastardi di Pizzofalcone, ambientata nella Napoli contemporanea e pubblicata da Einaudi Stile Libero (nel 2013 è uscito il secondo romanzo della serie, Buio, nel 2014 il terzo, Gelo, nel 2015 il quarto, Cuccioli e nel 2016 il quinto, Pane). Nel 2014, sempre per Einaudi Stile Libero, de Giovanni ha pubblicato anche l’antologia Giochi criminali (con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli). In questo libro appare per la prima volta il personaggio di Bianca Borgati, contessa Palmieri di Roccaspina, sviluppato in Anime di vetro. Nel 2015 è uscito per Rizzoli il romanzo Il resto della settimana.
Per Einaudi è uscito nel 2016 Il metodo del coccodrillo. Tutti i suoi libri sono tradotti o in corso di traduzione in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti. De Giovanni è anche autore di racconti a tema calcistico sulla squadra della sua città, della quale è visceralmente tifoso, e di opere teatrali.

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