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QUELLA FEBBRE SOTTO LE PAROLE

gennaio 18, 2017

Pubblichiamo l’introduzione del volume QUELLA FEBBRE SOTTO LE PAROLE a cura di Maria Rosa Cutrufelli (Iacobelli): Anna Maria Crispino a colloquio con Maria Rosa Cutrufelli

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Questa raccolta di interviste a 12 scrittrici sul loro vivere e sentire la scrittura sarà presentata giovedì 26 gennaio alle 18 nello spazio Moby Dick biblioteca hub culturale a Roma da Paolo Di Paolo e Alessandra Pigliaru. Coordinerà Anna Maria Crispino e saranno presenti alcune delle autrici.

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Quella febbre sotto le parole – A cura e con introduzione di Maria Rosa Cutrufelli

Introduzione
Anna Maria Crispino a colloquio
con Maria Rosa Cutrufelli

Giornalista, grande viaggiatrice, autrice di romanzi, racconti, reportage, testi radiofonici e persino di un libro per bambini: Maria Rosa Cutrufelli ha sempre avuto il gusto di prati­care tutti i generi che la scrittura mette a disposizione, di esplorarli dall’interno e magari di rovesciarli per trovare la forma e le parole giuste per dire quello che le sta a cuore. Ma anche di promuovere e valorizzare la scrittura di altre donne, organizzando eventi sin dagli anni Ottanta, quando il discorso sull’écriture feminine italiana muoveva ancora i suoi primi passi – basti ricor­dare, a mo’ di esempio, l’Almanacco di Firmato Donna Scritture, scrittrici (1988).
Non che non ci fossero le scrittrici, anzi. Il secondo Novecento ha visto una crescita costante della loro presenza sulla scena letteraria ed editoriale nazionale, ma spesso all’ombra del neutro maschile “scrittore”, per la supponenza dei critici, certo, ma forse anche per il timore delle stesse scrittrici di essere sospinte nel recinto della letteratura “sentimentale” – se non “rosa” tout-court – e di conseguenza collocate in serie B.
D’altronde però, già dagli anni Settanta la nuova ondata del femminismo aveva aperto la via per una rivalutazione delle “pioniere”, per una diversa atten­zione alle contemporanee e persino per una maggiore “autorizzazione” all’espressione per le aspiranti scrit­trici: è del 1975 la fondazione della casa editrice La Tartaruga di Laura Lepetit in un contesto di plurime iniziative editoriali “firmate” donna. Ma ancora la cit­tadella della critica letteraria, nei giornali e riviste auto­revoli e nei dipartimenti di italianistica delle università, continuava a resistere strenuamente agli studi delle donne (Women’s Studies) che altrove, specie nel mondo anglofono, erano già una realtà diffusa e assai vitale.
È tuttavia proprio a partire dagli anni Settanta e Ottanta che emerge in Italia una nuova generazione di lettrici, oltre che di autrici, che si fa anche “pubblico” attento ed esigente di un’editoria che non può non tenerne conto: si prepara quel graduale “sorpasso” del­le lettrici sui lettori – specie nel campo della narrativa – che nel tempo si è consolidata in tutte le fasce d’età e che oggi, secondo le statistiche, in un Paese che legge complessivamente poco (42% della popolazione dai 6 anni in su), vede una percentuale di donne (48,6%) molto maggiore rispetto a quella degli uomini (35%) (1).
Inoltre, lo stesso femminismo italiano sembra cam­biare pelle negli anni Ottanta: meno movimentista e più consapevole di dover trovare radici e fondamenta, una genealogia di riferimento, una efficace rete di re­lazioni, per evitare quell’andamento carsico – fatto di momenti di grande visibilità seguiti da lunghe fasi di inabissamento – che in Italia ma anche in tutta Europa ha contraddistinto la presenza delle donne sulla scena pubblica (politica, sociale e culturale) dalla Rivoluzio­ne francese in poi. Sono gli anni in cui, come un’onda impetuosa, nascono (e a volte anche muoiono) case delle donne e consultori, collettivi più strutturati e associazioni, centri di documentazione e biblioteche, librerie e gruppi di lettura, studio e ricerca. E altre riviste, collane, piccole case editrici – alcune dalla vita effimera, altre ancora oggi in attività.
Nel 1990 Maria Rosa Cutrufelli porta a compi­mento un progetto a lungo maturato, la rivista Tut­testorie, che diventa presto un luogo d’elezione per il dibattito sulla scrittura delle donne, ma anche un forum di confronto tra donne e uomini in letteratura. Come ricorda oggi quell’esperienza?

Maria Rosa Cutrufelli – Le prime amiche che condivisero il mio progetto furono Marisa Rusconi, giornalista culturale de l’Espresso, e Rosaria Guacci, che lavorava alla casa editrice La Tartaruga con Laura Lepetit. Entrambe abitavano a Milano, perciò le riunioni di redazione si tenevano lì. Ogni volta prendevo il treno e andavo da loro, ospite di Marisa, che ci accoglieva tutte nel suo grande appartamento pieno di libri e di fiori, dove si discuteva fino a cadere sfinite. Poi si mangiava insieme: sembra un dettaglio insignificante, invece era un rito che cementava il nostro essere “gruppo”. Per le donne, il cibo non è mai un argomento di scarso rilievo: la cultura del cibo fonda la socialità umana e le donne sono al centro di questo nucleo originario di relazioni. La letteratura, d’altronde, è anche un po’ “la cucina delle streghe”, o almeno così si dice (non per niente un numero di Tuttestorie s’intitolava: “Bere, mangiare”). Purtroppo Marisa è morta troppo presto e non ha potuto seguire il cammino della rivista fino in fondo, ma la sua intelligenza ha continuato a nutrire Tuttestorie (e me) anche dopo.

  1. Rapporto Istat La lettura in Italia, 13 gennaio 2016,

http://www.istat.it/it/archivio/178337

All’inizio dunque eravamo un piccolo gruppo di lavoro, ma potevamo contare su una larga rete di scrittrici, intellettuali, giornaliste, studiose, interessate come noi al dibattito attorno alla scrittura e al posto che le donne occupano nel mondo letterario. In quegli anni, era una questione all’ordine del giorno: ricordo per esempio un Salone del libro di Torino (sotto la presidenza di Beniamino Placido) dedicato al tema.
Il nostro obiettivo era duplice. Da un lato, volevamo recuperare la memoria delle grandi scrittrici, dare spa­zio alle giovani, diffondere il lavoro che veniva fatto attorno alla produzione letteraria a firma femminile e produrre cambiamento introducendo nella cultura il “punto di vista” delle donne.
Dall’altro, volevamo coinvolgere gli uomini nel dibattito e “costringerli”, in un certo senso, a prendere posizione. Ci sembrava importante sentire la loro voce. Interrogarli. E farlo da un punto di forza: ossia da un luogo nient’affatto neutro, poiché venivano interpellati da una rivista diretta e prodotta da donne. Devo dire che ben pochi si sono sottratti al confronto: ci hanno regalato racconti, interviste, piccoli saggi. Sono stati ge­nerosi. Ma la loro partecipazione… Ecco, era sempre un po’ distratta. Esterna. Come se la cosa non li riguardasse davvero. E a tutt’oggi temo che sia ancora così: a noi la loro presenza interessa; la nostra, a loro, molto meno.
Era sicuramente un obiettivo troppo ambizioso per le nostre forze (e le nostre risorse) ma, quando si sogna, tanto vale sognare in grande!

A.M.C. – I testi delle 12 scrittrici che qui abbiamo raccolto rispondono, ciascuno a suo modo, alle domande e alle questioni che la rivista poneva: cosa spinge una donna a scrivere, come lo fa e perché. Una sorta di indagine comparata sul “laboratorio” che ciascuna deve allestire per sé in modo da potersi dedicare alla scrittura.
M.R.C. – Vorrei precisare che i dodici testi sono stati scritti per una rubrica specifica di Tuttestorie, che s’in­titolava: “Scrivere”. La domanda alla base della rubrica era molto semplice: al giorno d’oggi, la famosa “stanza tutta per sé” rivendicata da Virginia Woolf è una realtà? O le donne scrivono ancora in cucina, come Jane Austen e tante altre dopo di lei? E basta avere quella benedetta “stanza tutta per sé” per sentirsi a proprio agio durante il lavoro della scrittura?
La domanda era questa, ma le autrici (per fortuna, aggiungo col senno di poi) sono andate molto oltre, come risulta chiaro leggendo le loro testimonianze. Le questioni che le appassionano sono altre e riguardano la sostanza stessa della scrittura. Per esempio, l’uso della prima o della terza persona (Ceresa), l’uso dei tempi verbali (d’Eramo), l’influenza e le suggestioni dei libri letti (Sereni), il rapporto tra spontaneità e programmazione (Loy, ma anche Duranti) e così via.
A.M.C. Si tratta, evidentemente, di questioni che ri­guardano scrittrici e scrittori anche oggi: c’è qualcosa, a tuo avviso, che emerge come un carattere specifico della scrittura di donne?
M.R.C. – Nella scrittura ciò che emerge è il carattere “particolare” di ognuna, la sua singolarità. Di “specifico” c’è la fatica che devi fare, se sei donna, per essere riconosciuta da un mondo letterario che ancora non sa come regolarsi di fronte a opere che spesso fuoriescono dal canone imperante, che sfuggono ai tradizionali criteri di valutazione. La critica non ha ancora strumenti adeguati, non ha trovato gli occhiali giusti per leggere le opere delle donne.
A.M.C. – Tuttestorie ha chiuso i battenti nel 2001. Che cosa ti pare sia cambiato negli ultimi 15 anni?
M.R.C. – Molto è cambiato. Le donne sono entrare con forza nel mercato editoriale, hanno un seguito, sono contese dagli editori, i libri di molte di loro fanno “profitto”.
Però mi chiedo: questa forza di mercato corrisponde a una forza effettiva, a un cambiamento nel modo in cui vengono percepite e lette le opere a firma femminile? Corrisponde, da parte delle donne, a una capacità d’im­porre la “propria” visione? E le scrittrici sono diventate più visibili nelle istituzioni culturali, nella scuola o nelle università, dove si educano le nuove generazioni e si tramanda la cultura? Il punto di vista delle donne, il loro racconto del mondo ha piena cittadinanza nei libri di testo, nelle antologie scolastiche, nei dibattiti pubblici e nelle rassegne dei festival, insomma nella nostra società? Non mi sembra proprio.
A.M.C. – Nelle università, nonostante uno sviluppo a macchia di leopardo degli Women’ Studies, ci sono ormai anche in Italia corsi, cattedre, master, dottorati, centri interdipartimentali in italianistica e letterature comparate. E dal 1996 l’attività di una associazione come la Società Italiana delle Letterate (sil), che riunisce studiose e appassionate di letterature italiane e straniere, mi pare abbia consentito una maggiore sistematicità nella ricerca e nell’attività critica. Credi sia questa la strada per formare “buone lettrici”?
M.R.C. – L’attenzione istituzionale al problema della ricerca e della critica è molto importante, direi decisi­va, anche se penso che sia soprattutto l’attività di asso­ciazioni come la sil, nate da una passione “militante”, a fare la differenza.
Per quanto riguarda la lettura, credo che non pos­sano esistere “buone lettrici” senza “buone scrittrici” e viceversa. Oggi c’è un mutuo scambio, un riconoscersi reciproco fra scrittrici e lettrici, che sta portando un po’ di scompiglio in libreria. Come ovunque, quando entrano in scena donne consapevoli di sé.

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Il libro

Si entra in punta di piedi nei “laboratori di scrittura” di 12 importanti autrici italiane che si raccontano: ciascuna descrive i luoghi, i tempi, i modi che presiedono al suo processo creativo. Ma ne emerge anche un frastagliato panorama del significato che la scrittura ha, o ha avuto, per donne che hanno cominciato la loro attività in un periodo, la seconda metà del Novecento, in cui ancora fortissime erano le resistenze delle case editrici a pubblicare autrici difficilmente inscrivibile nella categoria della narrativa popolare “femminile”. Grande peraltro era anche la resistenza di un ambiente accademico e critico rigidamente ancorato a un “canone” letterario che mal sopportava le incursioni di scrittrici che, nelle loro opere, cercavano “le parole per dirlo”. Il volume fornisce dunque una sorta di cartografia in progress ma anche un serrato dialogo virtuale tra autrici di diverse generazioni.

*Alice Ceresa, Luce d’Eramo, Francesca Duranti, Elena Gianini Belotti, Gina Lagorio, Lia Levi, Grazia Livi, Rosetta Loy, Romana Petri, Clara Sereni, Francesca Sanvitale, Marisa Volpi.

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