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LA SCELTA di Giovanni Dozzini (un estratto) – Giorno della Memoria 2017

gennaio 25, 2017

Pubblichiamo un estratto del romanzo LA SCELTA di Giovanni Dozzini (Nutrimenti)

In occasione del Giorno della Memoria

* * *

Da “La scelta” di Giovanni Dozzini (Nutrimenti)

“E adesso?”.
La mezza luna che faceva luce tra gli ulivi era limpida e pulita dal vento. Due ragazzi, stesi sul prato uno di fianco all’altra, si tenevano per mano guardando in alto, il braccio libero a fare da cuscino sotto la nuca.
“Gli uomini sono dal prete”, disse lui. “Qualcosa decideranno”.
Lei gli spostò gli occhi addosso per qualche istante, poi tornò a fissare i rami e le stelle sopra di loro.
“Sì, ma Don cosa potrà mai fare? Dicono che gli inglesi sono quasi a Magione”.
“Chi lo dice?”.
“Tutti lo dicono. Sandro Bozzi lo dice. E anche mio padre”.
“Eh, va bene. Ma questo con noi alla fine cosa c’entra? Meglio così, anzi. Se arrivano gli inglesi i tedeschi se la pigliano con loro e a noi ci lasciano stare”.
“Come no”, disse lei. La notte non era silenziosa. Il poggio, ancora umido dal temporale, era tutto un movimento di grilli e di uccelli, in qualche modo fin lassù sembrava arrivare anche l’eco dell’acqua che sbatteva contro la riva. “Mio padre dice che coi tedeschi non si può stare mai tranquilli. Hai visto cosa hanno fatto oggi, con quei polli. Sono pazzi, Enrico. È gente pazza”.
“È gente stronza”, rise il ragazzo. “Comunque non lo so. Quelli del Castello, poi, oggi sono rimasti tutti dentro. Potevano spiegarci di stanotte, e invece devono aver sentito gli spari”.
“Poveretti”, disse lei.
“Poveretti, poveretti. Quelli hanno tutti un sacco di soldi, altro che poveretti. E invece di mandarli alla malora come si racconta, li hanno mandati in villeggiatura nella reggia del signor marchese”.
“Oh, senti un po’, i soldi. Ti sembrano felici, di fare questa villeggiatura?”.
“Lavorare non lavorano, mangiare mangiano a sbafo. Non gli manca niente”.
“Enrico”, esclamò, stizzita. “Tu dici cose che non sai”.
Lui le strinse la mano, e si tirò su un fianco.
“Quel che mi piacerebbe sapere è come sono andate le cose la notte scorsa, altro che inglesi e tedeschi. Se sono stati i partigiani o le guardie. Se li hanno pagati. Cenci non s’è visto in giro, oggi, pare sia rimasto al Castello anche lui. E il prete, lo stesso o quasi. Se ci pagassero per rendergli lo stesso servizio mi ci metterei anch’io, a fare da traghetto”.
“Sì, capirai. Ancora con questa storia dei soldi. Con che soldi, ti pagano? Gli hanno portato via tutto. A Perugia, a Trieste, a Siena. Per non parlare dei polacchi e dei francesi”.
“Ma avranno le loro scorte, non credere. I loro nascondigli segreti. Le banche, poi, son tutte loro”.
La ragazza piegò le gambe, scacciò un insetto con la mano, scosse leggermente la testa.
“Niente da fare, Enrico. In testa non t’entra neanche un grammo di sale”.
“Tu, invece”, disse lui. “La signorina Clara sa tutto. Capisce tutto. Peccato solo sia così bruttina”.
Lei ghignò, divertita.
“Io ho paura dei tedeschi. E anche degli inglesi. Chi te lo dice che prima o poi non sganciano una bomba pure sopra di noi? L’altro giorno ci sono andati vicinissimi. Dio mio che terrore”.
“E che ci bombardano a fare? Non gli tornerebbe utile neanche un po’. E l’altro giorno è stata una cosa diversa. Le bombe gli pesavano, l’aereo era ferito, fumava da un’ala, doveva volare più in fretta”.
“Questa, poi. Dove l’hai sentita?”.
“L’ho visto da me. E c’abbiamo ragionato su con Giuseppe. A Sandro Bozzi, poi, l’han detto a Tuoro. E con tutto il pesce che c’abbiamo pescato ci son convenute mica poco, quelle due o tre bombe nel lago”.
Clara sospirò, e stese di nuovo le gambe.
“Sarà”, disse. “A me fa tutto ogni giorno più paura”.
“Non succede niente. Da’ retta a me. Tempo una settimana e il fronte è passato, i tedeschi se ne sono andati e la gente del Castello se ne torna felice e contenta a casa sua”.
Poi tacquero per un po’. Adesso Enrico era quasi sopra di lei, anche se non avrebbe osato far altro che stringerla un po’ a sé, e al massimo baciarla appena. Ma Clara riprese a parlare.
“Ieri tre di loro sono venuti a pranzo da noi”, disse.
“Come?”, gli fece Enrico.
“Sì, una mezza famiglia. Nonno, madre, figlio. Perugini. È gente perbene”.
“A pranzo? A casa vostra? E non mi dici niente? Cosa v’hanno raccontato, cosa sapevano della fuga?”.
“Ma no, niente. Della fuga non c’hanno detto niente. Forse non lo sapevano neanche loro, ancora. O forse non volevano si spargesse la voce. C’hanno detto di prima, di come li hanno presi, di dove sono stati, prima di arrivare al Castello. C’hanno spiegato un po’ di cose”.
“Tipo?”.
“Tutto quello che non potevano più fare, già da tempo. Il terrore di essere braccati da un momento all’altro. E poi i parenti scappati, la polizia, le trattative con amici potenti. L’arresto”.
“Beh”, disse il ragazzo.
“Non sono in villeggiatura, Enrico. Hanno paura. Vivono male, mangiano male, dormono male”.
“Io non pensavo che tuo padre volesse dargli confidenza”.
“Lo hanno fatto in tanti, le settimane scorse. E forse avremmo dovuto farlo prima anche noi”.
Enrico si mise a sedere a gambe incrociate, scrollandosi di dosso alcune foglie d’ulivo.
“Cos’erano, a Perugia? Banchieri? Gioiellieri?”.
“No”, rispose Clara. “Mercanti. Stoffe”.
“Ah”, disse Enrico.
“E Filippo studiava al liceo, in una classe privata”.
“Filippo?”.
“Il figlio. Ha i nostri anni, pressappoco”.
“Ah!”.
“Ma pian piano gli hanno tolto tutto. Niente più lavoro, niente più scuola. Finché, prima di Natale, non li hanno portati via. Tutti tranne il marito, che è riuscito a nascondersi da amici. Prima in una scuola, a Perugia. Poi a Isola”.
A quel punto dalla boscaglia oltre l’oliveto arrivò un rumore strano, come un verso animale. Un guaito, forse.
“Cos’era?”, disse lei.
“Sembrerebbe un cane”.
“Un cane? Quassù?”.
Il ragazzo si rizzò in piedi, e si fece largo tra i rami bassi, muovendosi verso il punto da cui gli pareva fosse giunto quel richiamo.
“Aspetta”, disse Clara, alzandosi a sua volta. “Non mi lasciare sola”.
Ma lui s’era già fermato, e s’era voltato verso di lei.
“Dimmi una cosa”, fece.
“Cosa?”.
“Questo Filippo. È bello?”.

(Riproduzione riservata)

© Nutrimenti

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Giovanni DozziniIl libro
Un gruppo di ebrei si nasconde su un’isola del lago Trasimeno. I tedeschi li stanno cercando. Il loro destino è nelle mani della gente dell’isola.

È il 1944. Nell’Italia occupata, alcuni ebrei hanno trovato rifugio sull’Isola Maggiore del lago Trasimeno. Gli abitanti del piccolo villaggio conoscono i volti di quelle persone nascoste e sorvegliate lassù al castello, che a volte si sono affacciate fino in paese. Ma finora la guerra ha risparmiato l’isola, e i tedeschi hanno fatto la spola, di tanto in tanto, soltanto per prendere del pesce dai pescatori.
La mattina del 14 giugno, però, tre soldati sbarcano con il pretesto di cercare una ricetrasmittente e iniziano a perquisire le abitazioni. Durante la perquisizione si consuma la tragedia:
a causa di un tafferuglio i soldati uccidono tre isolani e, per reazione, uno di loro viene colpito a morte. I tedeschi si ritirano, ma è certo che torneranno, faranno rappresaglia, setacceranno l’isola.
Agli isolani non resta che decidere cosa fare: consegnare gli ebrei ai tedeschi sperando di sottrarsi alla loro violenza, o fare ciò che è umanamente giusto: aiutare quelle persone a salvarsi.

Ispirandosi a un fatto di guerra realmente accaduto, Giovanni Dozzini confeziona un avvincente romanzo epico, una storia corale di umanità ed eroismo.

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Giovanni Dozzini (Perugia, 1978) ha scritto, soprattutto di libri e musica, per diverse testate tra cui Europa, Corriere dell’Umbria, Huffington Post, Pagina99 e Nazione Indiana. Ha lavorato come editor per diverse case editrici. È tra gli organizzatori del festival di letterature in lingua spagnola “Encuentro”. Ha pubblicato il romanzo L’uomo che manca (Lantana, 2011).

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© Letteratitudine

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