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I 3000 DI AUSCHWITZ di Baba Schwartz (un estratto) – Giorno della Memoria 2017

gennaio 26, 2017

undefinedPubblichiamo un estratto del volume I 3000 DI AUSCHWITZ di Baba Schwartz (Newton Compton Editori – Traduzione dall’inglese di Beatrice Messineo) – Una storia vera

In occasione del Giorno della Memoria

* * *

Prefazione

Ho scritto queste memorie nel 1991, un quarto di secolo fa, e le ho messe da parte. Un paio di anni fa, in seguito alla morte del mio caro marito Andor, i nostri figli mi hanno chiesto di stampare tutti i miei appunti.
Io scrivo in continuazione – pagine di diario, riflessioni, poesie, ricette – e così il risultato è stata una pila di fogli alta una decina di centimetri. Ho detto ai miei figli che da qualche parte, in quel mucchio, c’erano i ricordi dei miei primi vent’anni di vita: prima, durante e subito dopo l’Olocausto.
I miei scritti erano troppo personali per i miei figli, così uno di loro, che fa l’editore, mi ha presentato a Robert Hillman, talentuoso scrittore che ha accettato di collaborare con me per trasformare quei fogli disordinati nel libro che state per leggere. A Robert, che ha condiviso con me il suo talento, elevando la mia prosa, va il mio più sentito grazie. È lui che ha reso possibile questo libro.
Devo inoltre ringraziare tutto il personale della Black Inc. che ha assemblato queste pagine con così tanta cura.
E in particolare, voglio citare Julian Welch, per il suo sensibile e accurato lavoro di editing.
Sarà un piacere per me ricevere la copia stampata e posizionarla proprio accanto alla biografia di Andor, Living Memory, sulla nostra libreria. Spero che questi due volumi insegnino ai miei figli – e magari anche a un paio di generazioni successive – che le nostre vite erano esattamente come le loro, così come i nostri pensieri e i nostri sentimenti. Non eravamo noi un’altra razza; erano soltanto i tempi a essere diversi.

Baba Schwartz
Marzo 2016

* * *

Capitolo 1
Prima del principio

Secondo il mio certificato di nascita, rilasciato in Ungheria nel 1927, sono Margit.
In Australia, secondo le lettere ufficiali che mi sono state recapitate, sono Margaret.
Ma più che Margit, e ben più che Margaret, io sono Baba, soprannome che mi porto
dietro sin dall’infanzia.
Significa “bambina”, e fu mia sorella maggiore, Erna, a chiamarmi così quando nacqui.
Mi rimase incollato addosso, e perciò Baba è stato sempre il mio nome, da tutta la vita.
Sono nata a Nyírbátor, città di dodicimila abitanti nella provincia più orientale dell’Ungheria,
che confina a est con lande rumene dimenticate da Dio e a nord con quella terra solo leggermente
più civilizzata che adesso è chiamata Slovacchia. Nyírbátor si trova in una pianura circondata da fattorie:
non esattamente una delle più belle creazioni del Signore.
Era una città rurale attraversata da strade polverose, le vie principali erano contornate da alberi di acacia,
che emanavano un profumo delizioso. Era una città del tutto ordinaria.
Ma io ero una bambina e venivo spinta solo dalle emozioni che colmavano il mio giovane cuore:
per me, Nyírbátor era casa. Certo, se sei amata e ricoperta di attenzioni,
se hai una madre come la mia e un padre affettuoso e infinitamente protettivo com’era il mio,
allora ogni città può diventare un paradiso, persino Nyírbátor, con le sue strade polverose.
Vorrei iniziare parlando del primo incontro tra mia madre e mio padre.
Andò esattamente così. La prima cosa che lui
notò di lei fu la camminata, intrisa di grazia, e la forma leggiadra
delle gambe. Tornava a casa dallo shul. Era tardi, ma
la primavera era appena arrivata, perciò il cielo era ancora
lievemente illuminato. Davanti a lui, una giovane donna
stava tornando verso la propria abitazione con un gruppetto
di amici: era alta, slanciata e… oh, che gambe. Se il suo
viso fosse stato dolce come la sua andatura e bello come
quelle gambe, sarebbe stato un giorno da ricordare.
Perciò continuò a seguire quella giovane donna di cui
non conosceva ancora il nome, e di sicuro lei sapeva benissimo
che quel tipo le stava dietro sin dallo shul e stava
ammirando la sua figura e la forma delle sue gambe. L’uomo
intento a contemplare mia madre era Gyula Keimovits,
commerciante di bestiame – più che altro bovini – che non
viveva né a Nyírbátor, né nel villaggio accanto: diciamo
che abitava a metà strada.
La dimora ancestrale della famiglia Keimovits (la
chiamo così per farla sembrare più particolare di quanto
in realtà non fosse) un tempo era una locanda. La parte
anteriore era aperta al pubblico, mentre le stanze abitate
si trovavano sul retro. Così generazioni e generazioni di
Keimovits avevano venduto vino e provviste, cavandosela
piuttosto bene. A un certo punto, il commercio di bestiame
era parso un’allettante alternativa e le stanze abitate avevano
preso il sopravvento sul resto della struttura, finché i
clienti ansiosi di bersi un bicchiere di vino non erano stati
costretti a rivolgersi altrove.
Nel 1922 Gyula aveva ventisei anni. Era un uomo affascinante,
dai capelli chiari e gli occhi azzurri, ma con
un’istruzione che non aveva mai superato il livello dello
cheder. Sapeva leggere correntemente l’ebraico, ma fondamentalmente
era un esponente di quella classe di ebrei
europei provinciali – una classe piuttosto ampia fino allo
scoppio della Seconda Guerra Mondiale – che si accontentava di
conoscere solo ciò che era pratico sapere: come
vivere secondo la religione, onorare i propri avi e condurre
una vita onesta.
Ora, mio padre non era libero di avvicinare la mia bellissima
madre e chiederle di uscire per un primo appuntamento.
Come in tutte le comunità ebraiche, Gyula si affidava a
una shadchan. Queste combinatrici di matrimoni di solito
non erano giovani, ma erano membri rispettati e con una
certa influenza nella comunità; era ancora meglio se erano
capaci di esercitare un certo fascino e avevano accumulato
una bella dose di saggezza negli anni. Molto spesso, la
shadchan sapeva tutto di tutti all’interno della comunità,
ma a volte non era altro che una donna che accettava volontariamente
la mitzvah di combinare degli incontri.
Non so chi esattamente fece da intermediario per loro
due, a Nyírbátor; in ogni modo, in seguito a un’indagine
discreta, Gyula scoprì il nome e l’età di mia madre. Si
chiamava Erzsebet Kellner, detta Boeske; aveva ventidue
anni e nessun altro giovane uomo la stava già corteggiando.
Gyula venne a conoscenza di altri dettagli, alcuni dei
quali un po’ scoraggianti. Boeske veniva da un ambiente
molto più sofisticato del suo: aveva studiato a Kassa,
una città molto più grande e molto più bella di Nyírbátor
in Slovacchia, oltre i confini ungheresi. A Kassa, Boeske
aveva imparato a parlare tedesco, tratto caratteristico degli
uomini acculturati e talento particolarmente notevole in
una donna. E c’era persino dell’altro: Boeske aveva lavorato
come segretaria per il sindaco di Nyírbátor dal 1916
al 1918. Aveva incontrato e ricevuto persone di ogni sorta,
molte persino di una fede diversa. Sapeva affascinare e
sapeva ridere.
Gyula non era mai stato a Kassa e non aveva amici sofisticati.
Ma non si diede per vinto, e fu la scelta giusta, perché
ciò che non sapeva di Boeske era che possedeva un lato
più serio. La vita che conduceva, con tutte quelle battute e
risatine, per lei non era altro che uno spensierato interludio.
Non appena avesse deciso di sposarsi, avrebbe scelto uno come Gyula:
un uomo stabile, generoso e affidabile.
Così concordarono che Gyula facesse visita a Boeske: insieme, avrebbero bevuto del tè,
mangiato un po’ di dolce e intrattenuto delle conversazioni,
in modo che lui avesse tempo e modo di mostrare che tipo d’uomo era.
S’infilò nel suo abito migliore, bussò alla porta di casa Kellner
– una grande, notevole casa nel centro città – e chiese di parlare
con Ignac Kellner, il padre di Boeske.
Gyula venne fatto accomodare nello studio, dove volumi e volumi di
testi e opere letterarie occupavano le mensole pregiate accanto
ai libri sacri venerati dagli ebrei.
Ignac lo accompagnò di persona in salotto, dove era riunita tutta
la famiglia, inclusa Boeske.
Seguirono brevi e educati convenevoli: perlopiù sul tempo e sulla prima fioritura
degli alberi d’acacia in città. Poi, con diverse scuse, i vari membri della famiglia
si allontanarono uno dopo l’altro, lasciando soli Gyula e Boeske.
Nessuno dei due era troppo ingenuo,
e a nessuno mancava la sicurezza in se stesso. Da piccola,
adoravo ascoltare la versione di mia madre del loro primo incontro.
Boeske chiese a quel giovane uomo di togliersi il cappello:
voleva vedere di che
colore fossero i suoi capelli. All’epoca, mio padre mostrava
già i primi segni della calvizie.
Così entrambi si misero a ridere e ruppero il ghiaccio.
Ci furono altre chiacchiere,
altri sorrisi – tutti molto educati, ma con una crescente nota d’intimità.
Si piacevano.
Entrambi erano dotati di senso dell’umorismo, entrambi sapevano
ridere e trovavano l’altro attraente, ed entrambi avevano
una chiara visione di un futuro roseo che li aspettava.
Se fosse dipeso da loro, non ci sarebbero stati ostacoli per il matrimonio.
Ma non dipendeva da loro – almeno, non soltanto.
Gyula doveva chiedere formalmente
la mano di Boeske a suo padre, Ignac Kellner.
E così, pochi giorni dopo, Gyula, con il
suo vestito elegante, le scarpe lucidate e il morbido cappello
di feltro, bussò di nuovo alla porta dei Kellner e chiese di
parlare con il capo famiglia. Ancora una volta, i due uomini
si incontrarono nello studio, mormorarono qualche frase di
saluto in ebraico e si accomodarono. Venne servito il tè.
Fu Ignac Kellner a parlare per primo – in ungherese, stavolta.
«Come vanno gli affari, ragazzo?»
«Signore, sono qui per parlare di vostra figlia maggiore».
«Ti ascolto».
«Signore, vostra figlia Boeske… Io vorrei sposarla».
Ignac scorgeva delle belle qualità in quell’uomo che chiedeva
la mano di sua figlia, ma non concesse subito la sua
approvazione. Aveva un paio di riserve. Tutte le ricerche
che aveva condotto sul possibile genero avevano dato esito
fortemente positivo: era un figlio devoto; era cortese; aveva
un cuore grande; aveva un bel giro d’affari. Ma Ignac
sarebbe stato ancora più contento se Gyula, per esempio,
fosse stato più versato nella scrittura, o se avesse conosciuto
meglio le lezioni della Torah e se avesse saputo citare
e discutere i temi del Talmud. Tuttavia, non tutti i giovani
uomini avevano la possibilità e i mezzi per affrontare le
mille sfumature del Talmud. Ignac gli promise di pensarci
per bene. Sarebbe andato al nord, a Kassa, per discuterne
con gli anziani della sua famiglia e di quella di sua moglie.
Per gli ebrei, era usanza indire una larga consultazione su
questioni del genere, per conferire e trasmettere una sorta
di saggezza tribale. In raduni di tal sorta potevano essere
espresse opinioni disparate: qualcuno avrebbe citato la Torah,
qualcun altro, più colto, avrebbe pescato dal Talmud
una citazione di un qualche rabbino di secoli prima – Ben
Zoma, per esempio, del secolo secondo, o Rabbi Hillel, rinomato
per la sottigliezza del suo pensiero, o forse Rebbe
Nachman, molto più vicino a casa.
(…)

(Riproduzione riservata)

© 2017 Newton Compton editori s.r.l.
Copyright © Baba Schwartz 2016

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undefinedIl libro

Nel 1944 vennero deportati tutti gli abitanti di una piccola città ungherese. Baba Schwartz era una di loro.

Nel marzo 1944 la Germania invase l’Ungheria. Nel maggio dello stesso anno quasi 300.000 ebrei vennero deportati nei campi di concentramento. Dalla piccola città di Nyírbátor, in Ungheria, vennero caricati sui treni tutti i tremila ebrei che vi abitavano. Baba Schwartz era tra loro. In questo libro, intenso come un memoir e appassionante come un romanzo, Baba Schwartz descrive l’innocenza e la spensieratezza dell’infanzia e della prima giovinezza e l’orrore indicibile dei suoi sedici anni quando, nel maggio del 1944, i nazisti deportarono gli ebrei della città ad Auschwitz. L’intera comunità ebraica venne disgregata, frantumata, e famiglie intere caricate su lunghi treni. Suo padre finì per morire nelle camere a gas del campo di concentramento, mentre lei, la madre e le due sorelle sopravvissero alle privazioni, alle torture e allo sterminio. Alla fine riuscirono a scampare anche alla marcia della morte e furono liberate dall’avanzata dell’esercito russo. Nonostante la sofferenza, l’autrice descrive questi avvenimenti con la stessa immediatezza, la freschezza e l’onestà con cui racconta la prima parte della sua storia. Ricco di amore nonostante l’odio e di speranza in mezzo a tanta disperazione, I 3000 di Auschwitz è un libro straziante e al tempo stesso carico di fiducia, che toccherà il cuore di ogni lettore.

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Baba Schwartz è nata in Ungheria nel dicembre del 1927. Sopravvissuta all’Olocausto, negli anni Cinquanta è emigrata con la sua famiglia a Melbourne, in Australia, dove vive tuttora.

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