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I FIGLI DEI NAZISTI di Tania Crasnianski (un estratto) – Giorno della Memoria 2017

gennaio 26, 2017

Pubblichiamo l’introduzione del volume I FIGLI DEI NAZISTI di Tania Crasnianski (Bompiani – Traduzione di Francesco Peri)

In occasione del Giorno della Memoria, 27 gennaio

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Cosa significa essere figli di un gerarca nazista? Come si reagisce a un’eredità simile? Come si affronta una storia più grande di se stessi?

“Un debutto riuscito su un soggetto particolarmente scabroso.” Le Figaro

Il libro è in corso di pubblicazione in Inghilterra, USA, Argentina, Cina, Portogallo, Taiwan e Turchia

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PREMESSA

Questo libro, nato da ricerche approfondite negli archivi aperti alla consultazione e dallo spoglio di carte giudiziarie, lettere, libri, articoli e interviste sulla vita privata dei gerarchi del Terzo Reich e dei loro discendenti, propone otto ritratti di figli di nazisti.
Ciascuno dei protagonisti, a differenza di quanto accade in altri contributi sullo stesso tema, viene indicato per nome e cognome, perché si tratta di misurare l’impronta di volta in volta specifica lasciata dal rapporto con il genitore. Non per nulla sono spesso gli stessi discendenti a ritenere una fortuna essere stati la figlia o il figlio di un certo personaggio piuttosto che di un altro, considerandone meno gravosa l’eredità.
In un primo tempo avevo progettato di incontrare di persona tutti i discendenti di cui parlo in queste pagine, ma il solo che io sia riuscita a intervistare, alla prova dei fatti, è Niklas Frank.
Alcuni dei protagonisti non sono più di questo mondo; altri mi avrebbero comunque fornito risposte elusive, come già ai precedenti interlocutori. Altri ancora non amano rivangare certi temi, quando addirittura non si rifiutano categoricamente di parlarne, come Gudrun Himmler o Edda Göring.
Ciascun ritratto si apre con un episodio significativo, rievocato con una certa libertà. L’obiettivo è consentire al lettore di toccare con mano la realtà quotidiana di quelle vite.

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INTRODUZIONE

Gudrun, Edda, Martin, Niklas e gli altri…
Figli di padri che si chiamano Himmler, Göring, Hess,
Frank, Bormann, Höss, Speer e Mengele. Cresciuti nel silenzio,
sono le figlie e i figli dei criminali che hanno scritto il capitolo
più buio della nostra epoca.
Le loro storie, però, non coincidono con la Storia.
I loro padri si sono macchiati del male assoluto, spogliandosi
di ogni umanità, arrivando perfino a dichiararsi unanimemente
“non colpevoli” sui banchi del processo di Norimberga,
eppure solo di rado la Storia ricorda che quegli uomini avevano
anche dei figli. Nel dopoguerra, sulla scia di un desiderio
collettivo di autoassoluzione, alcuni hanno preferito considerare
le alte cariche del Terzo Reich come gli unici veri responsabili
delle atrocità e degli eccidi perpetrati nel nome della
Germania nazista: il popolo tedesco era invece innocente.
“Erano ordini di Hitler,” obiettavano per parte loro i gerarchi
del partito e non pochi militanti nazionalsocialisti, tentando
di scagionarsi.
Che vite hanno vissuto i bambini e le bambine le cui vicende
cercheremo di ricostruire in questo libro? Avevano tutti in comune
una difficile eredità: lo sterminio dei milioni di innocenti
messi a morte dai loro genitori. Il loro cognome era per sempre
marchiato dallo stigma dell’infamia.
È giusto sentirsi responsabili, se non addirittura colpevoli
per i crimini commessi dai propri padri? Negli anni della
crescita la storia della famiglia influisce necessariamente sullo
sviluppo della nostra personalità. Quando poi il retaggio famigliare
è qualcosa di così sinistro le conseguenze sono inevitabili,
anche se nessuno penserebbe mai di addossare a un bambino
la responsabilità degli errori commessi dai suoi genitori: la
saggezza popolare, non per nulla, sentenzia che “un padre ha
due vite, la sua e quella di suo figlio”, oppure ammonisce “tale
padre tale figlio”. Che cosa è stato dei figli dei gerarchi nazisti?
Come hanno vissuto quell’eredità così funesta?
Interrogato dalla nipote, ebrea israeliana, un nazista impenitente
ha risposto una volta che “colpevole è chi si sente colpevole”,
invitandola senza battere ciglio a “non lasciarsi troppo
coinvolgere da quelle vecchie storie, perché vivere diventa
molto più facile”.
Giudicare i propri genitori è un’impresa difficilissima. Come
guardare in modo spassionato e imparziale alle persone che ci
hanno messo al mondo? Maggiore è la prossimità affettiva, più
problematico risulta prendere partito. Che si opti per l’adesione
o per il rifiuto a oltranza, in ogni caso, la convivenza con la storia
della propria famiglia non ha nulla di scontato, specialmente
quando è in gioco un passato così agghiacciante. Le soluzioni
adottate dai figli dei gerarchi nazisti tendono a polarizzarsi in
modo netto: alcuni si allineano alle posizioni dei genitori, altri
le condannano fermamente, ma è rarissimo che l’atteggiamento
sia di neutralità. Alcuni riescono a maturare un netto rifiuto
pur continuando a nutrire dell’affetto per la persona del padre.
Altri sentono di non poter amare un “mostro” e rimuovono il
lato oscuro della figura paterna per poter continuare a nutrire
nei suoi confronti un amore filiale incondizionato. Non manca
neppure chi si è trincerato dietro un atteggiamento di odio e
ostilità. Quel passato toccato loro in sorte era una presenza op-
primente con la quale occorreva convivere ogni giorno, un fardello
impossibile da ignorare. Alcuni non hanno mai rinnegato
quel retaggio, altri hanno imboccato il cammino della spiritualità,
si sono fatti sterilizzare per non “trasmettere la malattia”
oppure hanno creduto di espiare la colpa… con la masturbazione.
Negare l’evidenza, rimuovere l’accaduto, rivendicarlo
attivamente oppure macerare nel senso di colpa: ciascun figlio
ha dovuto, in modo più o meno consapevole, scegliere una strategia
per fare i conti con il proprio passato.
La maggior parte di questi figli vivono o hanno vissuto in
Germania. Alcuni si sono convertiti al cattolicesimo o all’ebraismo,
diventando sacerdoti o rabbini. Si è trattato di un modo
per esorcizzare la sorte toccata loro in eredità, quella di essere
nati da un criminale? Pensiamo al caso di Aharon Shear-Yashuv,
divenuto rabbino dell’esercito israeliano, anche se il padre non
aveva mai rivestito incarichi di particolare responsabilità nel
Terzo Reich, né era stato uno dei principali artefici della Soluzione
finale. All’epoca dei suoi studi di teologia il giovane
Aharon, all’anagrafe Wolfgang Schmidt, sente di non aderire
più al cattolicesimo e abbandona l’idea di farsi prete: tiene a
sottolineare che la sua conversione all’ebraismo è legata solo in
parte all’Olocausto e che “la religione ebraica, con tutto il suo
particolarismo per quanto riguarda certi aspetti, si caratterizza
anche per una grande ampiezza di vedute. Non solo è possibile
convertirsi, ma i nuovi adepti possono addirittura diventare
rabbini e intraprendere la carriera di cappellano e ufficiale
nelle file delle forze armate israeliane!” Dan Bar-On, docente
di Psicologia all’Università Ben Gurion, è convinto che le conversioni
di questo genere siano legate al desiderio di “sgravarsi
da una sofferta appartenenza al gruppo dei criminali entrando
a far parte della comunità delle vittime”. E se si trattasse invece
di un modo per fuggire dal proprio passato invece di affrontarlo?
Non tutti i conversi interrogati in proposito forniscono
la stessa risposta. Sta di fatto, però, che la via spirituale ha consentito
ad alcuni discendenti di venire a patti con la loro storia.
Di fronte alla congiura del silenzio ordita da una Germania
che nel secondo dopoguerra stava tentando di riedificarsi,
i discendenti dei nazisti hanno dovuto intraprendere un lavoro
tutt’altro che facile sulle proprie persone per riuscire a costruirsi
come individui.
Perfino mio nonno, ex militare di carriera nell’aeronautica
tedesca, si è sempre rifiutato di condividere con me quella fase
della sua storia, anche se nei suoi ultimi anni di vita, quando
viveva in un casino di caccia nel folto della Foresta Nera, siamo
stati umanamente molto vicini. Non si tratta di un caso isolato.
L’ombra della guerra ha continuato a incombere silenziosamente
sulla Germania e sulla Francia per decenni dopo la fine
del conflitto. Quell’ombra non si è ancora del tutto dissipata,
ma quantomeno le lingue si sono sciolte. Quando ero bambina
ci si piegava al diktat del silenzio. Le generazioni successive,
non diversamente da quella di mio nonno, si sono ben guardate
dal parlare della guerra. Alcuni hanno finito per introiettare
quel mutismo e non hanno mai più fatto domande su
quegli anni per paura di portare in luce segreti che avrebbero
rischiato di compromettere la loro immagine dei genitori. Era
proprio il caso di scoprire chi erano stati davvero e che ruolo
avevano giocato negli anni più bui della storia tedesca? Se ne
poteva dubitare. Le generazioni non hanno comunicato. Mia
madre, tedesca, ha scelto di lasciarsi alle spalle quel passato
trasferendosi da sola in Francia all’età di vent’anni. Ha sempre
voluto essere francese, e quando ho iniziato a lavorare a questo
libro non ha capito il senso del mio progetto. Perché scegliere
un argomento così truce? Perché continuare a parlarne? Non
capita tutti i giorni di occuparsi di temi simili.
Della mia triplice ascendenza, tedesca, francese e russa, la
componente tedesca ha particolarmente influenzato la mia per-
sonalità. La storia della Germania è entrata di prepotenza nella
mia vita. Per riprendere le parole della scrittrice franco-tedesca
Anne Weber, “è una specie di fardello con il quale si nasce. Ce
lo si ritrova sulle spalle e non si riesce più a scrollarselo di dosso.
Eppure nessun russo è sinonimo di Gulag, nessun francese
è sinonimo di rivoluzione o colonialismo. Ciascuno ha la sua
storia nazionale”. La Germania, invece, viene identificata con
il nazismo.
L’interesse per le persone che la società tende a emarginare
mi ha indotto dapprima a lavorare sulla prigione, poi a diventare
avvocato penalista: una professione dalla quale ho ricavato
(quantomeno lo spero) il rigore necessario per ricostruire degli
accadimenti storici e la maniera in cui i figli dei nazisti li hanno
di volta in volta percepiti. Occuparmi dei loro casi significa per
me domandarmi quale potere il passato esercita sulle nostre
vite in un mondo nel quale tentiamo disperatamente di porci
come dei soggetti.
A volte la verità e la realtà sono un peso troppo gravoso.
Alcuni preferiscono mantenere il riserbo sui segreti di famiglia
perfino quando non vi sono stati iniziati dai loro cari. E d’altra
parte nessuno dei responsabili nazisti ha mai avuto il coraggio
e la forza di rivelare personalmente ai figli le atrocità da lui
commesse.
Quasi nessuno dei figli dei gerarchi nazisti ha scelto di cambiare
nome, forse perché il cognome che portano è come una
presenza che li possiede. Alcuni hanno ereditato dal padre perfino
il nome di battesimo: è il caso dei figli di Albert Speer e
Martin Bormann. Matthias Göring, nipote di Hermann Göring,
sostiene di amare il proprio cognome; altri affermano che il nome
ricevuto in eredità dai loro padri è l’ultimo dei loro problemi.
Il figlio di Eichmann ha dichiarato che “fuggire davanti
al cognome che porto non avrebbe risolto nulla. Non si può
eludere il passato”. Non manca neppure chi, come Gudrun
Himmler o Edda Göring, si dice fiero del nome che porta e
vota al padre un autentico culto.
“La mia famiglia fu l’altro mio santuario. Il mio legame con
essa fu saldissimo,” dichiara Rudolf Höss, comandante del
campo di sterminio di Auschwitz. Come decifrare una simile
contraddizione? La categoria psicodinamica della “scissione”
si riferisce alla coesistenza di due potenziali contraddittori nel
quadro di uno stesso Io: è un modo per spiegare il fatto che i
carnefici nazisti abbiano potuto massacrare milioni di persone
senza per questo rinunciare a una normale vita di famiglia.
Come concepire che simili mostri abbiano potuto salutare con
un bacio i loro figli prima di uscire di casa per uccidere o fare
uccidere a sangue freddo uomini, donne e bambini? Come
figurarsi Himmler intento a vezzeggiare la sua “Püppi” (bambolina)
prima di presentarsi alla Kommandantur per firmare la
condanna a morte di bambini la cui unica colpa era di essere
ebrei?
L’opinione pubblica esige che a criminali di simile calibro
siano diagnosticate patologie specifiche, capaci di spiegare l’atrocità
dei loro gesti. Nessuno degli esperti che hanno studiato
il problema, però, è mai riuscito a definire un profilo psicologico
caratteristico, comune a tutti i carnefici. All’epoca del processo
Eichmann, dibattuto a Gerusalemme, uno degli psichiatri
incaricati della perizia sottolineava che il comportamento
dell’imputato nei confronti della moglie, dei figli, dei genitori,
dei fratelli, delle sorelle e degli amici risultava “non solo normale,
ma addirittura encomiabile”. Preferiremmo immaginare
i nazisti come dei mostri sanguinari, perché questa loro “normalità”
ci appare ancora più terrificante della loro efferatezza.
“I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere davvero
pericolosi. Sono più pericolosi gli uomini comuni” ha osservato
Primo Levi.
Nel suo discusso reportage sul processo Eichmann, La ba-
nalità del male
, Hannah Arendt descrive la figura di un piccolo
funzionario zelante, scialbo fino a mettere tristezza, incapace
di ragionare autonomamente e di distinguere il bene dal
male. Arendt non lo assolve, ma sottolinea che la disumanità si
annida in ciascuno di noi, e che per evitare di sprofondare in
questa crudeltà banale bisogna continuare a “pensare”, interrogandosi
senza posa, senza mai rinunciare all’esercizio della
ragione.
I figli la cui storia ho cercato di ricostruire in questo libro
hanno conosciuto soltanto un lato della personalità dei loro padri.
Dell’altro hanno preso coscienza da fonti indirette soltanto
dopo la disfatta del Reich. All’epoca della guerra erano troppo
giovani per capire o anche solo per intuire quello che stava succedendo.
Nati tra il 1927 e il 1944, all’epoca della capitolazione
erano tutti minorenni, compresi i più grandicelli. Della loro infanzia
ricordano al massimo i verdi pascoli della Baviera. Molti
erano vissuti in un ambiente iperprotetto al riparo della cinta
del Berghof, la tenuta di montagna del Führer sul massiccio
dell’Obersalzberg, a sud di Monaco, non lontano dal confine
austriaco. Si trattava di una zona isolata, riparata, accessibile
solo agli autorizzati, lontana mille miglia dalla guerra e dalle
sue atrocità. Più tardi, ancora per lunghi anni, il Terzo Reich
non figurava neppure nei programmi scolastici tedeschi.
I loro genitori sono dei mostri? “Se con tutta la nostra buona
volontà non riusciamo a scoprire in Eichmann una profondità
diabolica o demoniaca, ciò non vuol dire che la sua situazione
e il suo atteggiamento fossero comuni,” scrive Arendt
in La banalità del male. L’accusa insisteva nel farne “il mostro
più anormale che si fosse mai visto al mondo”, ma Arendt era
invece convinta che si trattasse di uno scialbo funzionario “terribilmente
normale”. “Più normale di quello che sono io dopo
che l’ho visitato,” avrebbe dichiarato il perito psichiatrico
all’epoca del processo del 1961. “Nulla sarebbe stato più lon-
tano dalla sua mentalità che ‘fare il cattivo’ – come Riccardo
III – per fredda determinazione,” scrive Arendt. Eichmann
descriveva se stesso come un uomo mite, incapace di sopportare
la vista del sangue. Non si trattava neppure di un antisemita
fanatico, mosso da un odio morboso nei confronti degli ebrei,
né si poteva considerare vittima di un indottrinamento di qualunque
genere. A farne uno dei maggiori criminali della sua
epoca era stata la sua totale incapacità di pensare, cosa ben
diversa dalla stupidità. Questo significava tra le altre cose che
Eichmann era incapace di immaginarsi nei panni di altre persone
(era incapace di “pensare dal punto di vista di qualcun altro”)
e che la sua memoria presentava delle lacune. Eichmann
ignorava di avere fatto il male, sia termini cognitivi che sul
piano delle emozioni. Aveva smarrito ogni traccia di coscienza
morale. “Ciò che aveva fatto, lo aveva fatto e non lo negava,”
osserva Arendt, “ma questo non significava che si pentisse di
qualcosa,” convinto per parte sua che “il pentimento è roba da
bambini”. Arendt è convinta che soltanto l’incoscienza abbia
il potere di fare di un uomo uno dei più grandi criminali della
Storia. L’assenza di qualsiasi forma di coscienza morale, tuttavia,
non assolve Eichmann dalle sue responsabilità.
Eppure tutti questi uomini, al tempo stesso, hanno creduto
di possedere uno spiccato senso morale. Heinrich Himmler, che
pure è stato l’architetto della Soluzione finale, si considerava un
uomo integerrimo. Harald Welzer ha sottolineato che all’epoca
del Terzo Reich il fatto di uccidere altri esseri umani era diventata
una condotta socialmente integrata. La sanguinaria morale
nazionalsocialista permetteva agli esecutori di assassinare senza
per questo sentirsi meno “irreprensibili”. Ai nostri occhi può
sembrare un controsenso aberrante, ma il modello normativo incarnato
dal Reich faceva dipendere la sopravvivenza della Germania
dalla morte di certe tipologie di persone, in base al presupposto
di una disuguaglianza assoluta tra gli esseri umani.
I figli di cui parleremo in questo libro si sono trovati a valutare
le scelte dei loro genitori all’interno di un quadro normativo
e morale che nel frattempo era radicalmente mutato.
Alcuni legittimano o giustificano il comportamento dei padri
alla luce del quadro normativo che aveva dettato le loro azioni:
per gli standard dell’epoca avevano agito in maniera legittima.
Uno dei figli di von Ribbentrop, il ministro degli esteri di
Hitler, non ha esitato a dichiarare: “Mio padre ha fatto quello
che riteneva giusto. A parità di circostanze, avrei preso le stesse
decisioni. Era soltanto uno dei tanti consiglieri di Hitler, ma
Hitler non si lasciava dirigere da nessuno. L’unico desiderio di
mio padre era fare il proprio dovere di bravo tedesco. Aveva
intuito il tremendo pericolo che ci minacciava da Est, e la storia
gli ha dato ragione.” Anche Gudrun Himmler ha ritenuto
fino all’ultimo che suo padre, Heinrich Himmler, fosse davvero
“non colpevole”: una dichiarazione che il diretto interessato
avrebbe quasi certamente pronunciato a Norimberga se non si
fosse tolto la vita prima del processo.
Gustave M. Gilbert, uno psicologo americano che all’epoca
del processo si è occupato dei grandi criminali nazisti, ha scritto
più volte che il tratto caratterizzante di tutti quegli uomini
era la mancanza di empatia nei confronti del prossimo. L’incidenza
di episodi depressivi, scrive, era molto minore tra i carnefici
che non tra le loro vittime, proprio perché i nazisti erano
convinti di essere persone per bene, che la vita aveva messo di
fronte a scelte obbligate.
Questo non significa che i loro figli, chiamati a fare i conti
con quel passato, non fossero liberi di giudicare altrimenti.
Quando vengono messi a parte della storia di famiglia la guerra
è finita, l’eresia nazista è stata debellata e l’idea che risolvere la
“questione ebraica” con lo sterminio fosse un’ipotesi legittima
è stata accantonata una volta per tutte.
Non di rado il loro giudizio sul passato dipende da una va-
lutazione della loro infanzia. Alcuni si sono sentiti amati dai
genitori: questo vale in particolare per i figli maschi, ma anche
e soprattutto per le figlie uniche come Gudrun Himmler, sola
discendente legittima di Himmler, Edda Göring, figlia del maresciallo
del Reich o Irene Rosenberg, il cui padre era Alfred
Rosenberg, l’ideologo del nazismo, nonché ministro dei territori
occupati sul fronte orientale. Tutte e tre, divenute donne, sono
rimaste vicine a posizioni filonaziste e hanno finito per votare
una sorta di culto al padre che le aveva tanto viziate. Non è raro
imbattersi in discendenti convinti che il segmento di storia che
pesa sulle spalle della loro famiglia sia meno gravoso di quello
che ricade sui figli di altri gerarchi, come se l’esatta distribuzione
di un’eredità del genere si potesse quantificare.
Per cercare di cogliere nel modo più esatto possibile la storia
di ciascuno di questi figli ci soffermeremo dapprima sulla
carriera del padre nei ranghi del nazionalsocialismo, sul modo
in cui il figlio è stato impregnato degli ideali dell’epoca negli
anni della sua infanzia e sul ruolo giocato dalla madre nella
sua educazione. Per riuscire a capire queste persone occorre
procedere a un esame minuzioso dell’ambiente famigliare in
cui sono vissuti all’epoca della loro infanzia.
Non tutti i discendenti dei grandi gerarchi nazisti hanno trovato
posto in questo libro. Cosa si sarebbe potuto dire dei sei
figli del ministro della propaganda del Reich, Joseph Göbbels,
assassinati dai loro stessi genitori nel bunker del Führer?
La nipote di Magda Göbbels, cioè la figlia del figlio che
Magda ebbe dal primo marito Günther Quandt, si è convertita
alla religione ebraica all’età di ventiquattro anni. Il suo primo
marito, un imprenditore tedesco di origini ebraiche, era un reduce
dei campi di concentramento.
Hitler, per parte sua, non aveva discendenti: “Che problemaccio
se avessi dei figli! Magari si cercherebbe di fare di mio
figlio il mio successore! E non è tutto! Per uno come me non
c’è speranza che gli nasca un ragazzo in gamba. È la regola. Si
veda il figlio di Goethe: un individuo che non servì assolutamente
a nulla!” Parole dello stesso Hitler.
Sono passati oltre settant’anni, ma affrontare certi temi è
sempre molto difficile. Mi sono sforzata di non giudicare le
persone che figurano in queste pagine: nessun figlio può essere
ritenuto responsabile di atti che non ha commesso, perfino
quando si rifiuta di rinnegare le scelte dei padri. E se l’oltranzismo
fosse anche un modo per proteggere il proprio Io dalla
pressione di un passato insostenibile?
Gudrun Himmler è l’esempio perfetto di questa strategia.

(Riproduzione riservata)

Copy:
@ Crasnianski, Tania, Enfants de nazis – Editions Grasset & Fasquelle, 2016
@ 2017 Giunti Editore S.p.A.  Bompiani

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Il libro
Cosa significa essere figli di un gerarca nazista? Come si reagisce a un’eredità simile? Come si affronta una storia più grande di se stessi?

Gudrun, Edda, Martin, Niklas e gli altri…
Figli di padri che si chiamano Himmler, Göring, Hess,
Frank, Bormann, Höss, Speer e Mengele.
Cresciuti nel silenzio, sono le figlie e i figli dei criminali che hanno scritto il capitolo
più buio della nostra epoca.
Le loro storie, pero, non coincidono con la Storia.

Un saggio che racconta in otto storie esemplari la vita dei figli dei fedelissimi di Hitler, nati tra il 1927 e il 1944 e vissuti in un’infanzia dorata, garantita loro da padri pressoché onnipotenti. Molti hanno scoperto la verità sui propri genitori solo dopo la fine della guerra. Le reazioni sono state le più diverse: c’è chi, come la figlia di Himmler, ha dedicato la propria vita alla riabilitazione della figura paterna o chi, come il figlio di Höss, è diventato un fiero negazionista; ma anche chi, come Rolf Mengele, ha deciso di cambiare il proprio cognome per non tramandare ai figli la vergogna, o chi ha scelto la via della fede, diventando missionario o convertendosi all’ebraismo.

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Tania Crasnianski, franco-tedesca ma con origini russe, è avvocato penalista. Vive tra la Germania, Londra e New York. “Figli di nazisti” è il suo primo libro.

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© Letteratitudine

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