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LA RONDINE SUL TERMOSIFONE di Edith Bruck (un estratto) – Giorno della Memoria 2017

gennaio 27, 2017

Pubblichiamo un estratto del volume LA RONDINE SUL TERMOSIFONE di Edith Bruck (La nave di Teseo)

In occasione del Giorno della Memoria

* * *

Sono contenta a ogni riga-ossigeno-libertà che butto giù di nascosto rubando un po’ di tempo magro a mio marito Nelo, che come investito dai suoi novantaquattro anni assorbe tutta me stessa dentro e fuori.
Strappo pezzo per pezzo qualcosa di me, di noi, della mia memoria pur divisa con lui che non ne ha più, mentre io la sento ancora fresca, giovane, guida del mio lungo cammino e colpita una sola volta da un cortocircuito, quando per la prima volta mi sentii dire “Chi sei?” mentre la mia mano giaceva e giace sempre, si addormenta, invecchia nella sua, scarnita, delicata, inquieta e ora curata dalla recente presenza di Olga, la preziosa badante, in costante ansia lei per la sua Ucraina e io per il mondo, per Israele e per la Palestina che non c’è ancora. Ho fretta e temo il contagioso smarrimento di mio marito, che io non posso permettermi né per lui né per me, perché il mio vissuto non appartiene solo a me. E finché sono in tempo e mi ricordo non faccio che chiedermi come e quando ha avuto inizio il mio travaglio con il parto di un vecchio bambino di cui sono diventata madre, moglie, sorella, infermiera, medico, prigioniera, memoria, con la pazienza di Giobbe a fare la fatica di Sisifo.
A volte non so più cosa sono, o cosa sento per un uomo molto, troppo amato, da più di mezzo secolo, e mi chiedo se è solo lui che tengo in vita o anche i miei amati morti annientati nel paese di Goethe quando avevano quasi la metà dei suoi anni.

“Il tuo palmo è la mia fondamenta,” afferma da poeta nella sua lucidità intermittente e mi commuovo, mi illumino anch’io e mi rabbuio, resto senza fiato quando non mi riconosce, mi perdo, mi sento come quando ero solo il numero 11152 e con una muta preghiera mi rivolgo a Dio come allora:
Oh Dio mio, concedi a me dubbiosa, con i nervi non sempre saldi, l’energia psichica e fisica di essere sempre pronta a rispondere alle infinite esigenze di quest’uomo che soffre e fa soffrire, vive male e fa vivere male, e non ha neanche un Dio a cui rivolgersi come me, che non ho mai osato rinnegarti, anzi t’ho pensato e penso più che a chiunque altro. T’ho cercato e cerco nel pericolo, e come mia madre in costante monologo con Te, chiedo il tuo aiuto anche se non prego.
Aiutami. Liberami dall’impazienza che sfocia nella rabbia quando grida, mi sveglia in piena notte ed è aggressivo e intollerante con sé, con me, con la propria insofferenza. Sono una donna di cristallo anch’io, m’è stato detto da un medico che doveva ancora ritenermi degna d’attenzione, al contrario di mio marito che i dottori sfiorano appena con lo sguardo e liquidano con la prescrizione di qualche goccia di giorno e di notte per tenerlo più calmo, meno avverso alla vita, ai vivi e al mondo, e a me per il suo bell’aspetto stringono la mano. Sulla porta mi dicono che non c’è niente da fare, sono io che lo tengo in vita, per la demenza senile non ci sono medicine.
Signore mi hai alleggerito l’angoscia costante, per infiniti anni mi hai prosciugato fiumi di lacrime solitarie da quando m’è stato detto in un tono come se parlassero di varicella che ciò di cui soffre è simile all’Alzheimer e può solo peggiorare. All’inizio perfino litigavo, mi pentivo, non volevo capire solo forzarlo a ragionare, ricordare di sé di noi della realtà.
Fa’ che il mio amore puro regga tutto, allontani da me vecchi rigurgiti di risentimenti, tradimenti; fa’ che il mio perdono non abbia scorie quando lui è esasperante; fa’ che il vuoto che spesso ha lasciato dentro di me non mi inghiotta.
Ti invoco come mi invoca e mi ascolta lui quando gli racconto della sua vita e lo rassicuro e rispondo mille volte ai suoi perché è freddo perché è caldo perché la pioggia. Minimizzo i suoi dolori fisici e lui beve con lo sguardo fisso ogni mia parola come fosse il Verbo, il suo unico credo. Il Bene e il Male. Sono colei che gli ha dato tutti i suoi anni e può anche toglierglieli.
Dio Tutto o Niente fa’ che il suo crescente spaesamento in ogni spazio e realtà gli dia qualche attimo di pace e rappacificazione con l’ineluttabile. E possa amare la vita finché vede nascere la luce della nuova alba come me, che ho vissuto il buio e so che ogni giorno è un dono. Che possa ancora nei lampi di lucidità non solo recitare versi di Carducci o di Leopardi, ricordi di scuola, (Montale nostro commensale a Roma lo ha dimenticato) ma cantare con me a letto come una volta Ohi vita, ohi vita mia, arie di opere o Rosina dammela, invece di dire sono stanco, stufo, basta basta! Ho chiesto troppo? Mia madre diceva che Tu sai, vedi e puoi tutto e lo voglio credere come allora dalla sua bocca incenerita.
Lui non è mai stato un vitalista se non mentalmente, con un fisico asciutto e sano, come di persona poco radicata a terra, e una faccia bella; un essere pieno di grazia non comune, di un suo fascino con qualcosa di particolare; insicurezza mascherata? fragilità negata? E la sua anarchia innocua e la libertà rivendicata a ogni costo? Nascevano dal suo egotismo, come diceva lui, o dal suo egoismo, come dico io? Chi può conoscere fino in fondo un altro se non sa abbastanza neanche di se stesso?

Non potevo o non volevo capire neanche a cosa era dovuto quel primo segnale quando ben dieci anni fa, appena arrivati ad Assisi per una breve vacanza, dopo aver fatto una bella doccia nel nostro solito albergo a pochi passi dalla piazza comunale, su una stradina semideserta, lo vidi camminare strano, piegato all’indietro e rischiando di cadere per l’ennesima volta rompendosi le ossa. Con stupore spaventato accorsi al suo fianco e gli chiesi ripetutamente cosa aveva, cosa gli succedeva.
“Niente niente,” rispose irritato in tono di difesa, da colpevole. “Cosa ti allarma tanto?” si raddrizzò.
“Tu! Stai bene?”
“Benissimo. Andiamo. Cammina.”
Proseguimmo senza che perdessi di vista i suoi passi vaghi e scoordinati, e mi preoccupai di meno sapendo da sempre che trattava le gambe come se non fossero sue, poco terrene, quasi svolazzanti e non di rado inciampava anche nei suoi stessi piedi.
Giunti alla scalinata che conduce a piazza San Francesco mi parve che scendesse con stanchezza celata e all’arrivo mi fece sapere che non intendeva entrare nella basilica ma aspettarmi fuori, sotto le arcate accanto all’ingresso, che io andassi pure ma tornassi presto.
“Non entro neanche io. Torniamo indietro.”
“Tu vai, siamo già qui. Vai, stai tranquilla, lo sai che a me le chiese non dicono molto e a te dovrebbero dire ancora meno, no?”
“E ciò che contengono? San Francesco ti dice molto, da buon agnostico me l’hai sempre citato come esempio.”
“Non discutiamo, vai e basta.”
Entrai, diedi una mezza occhiata senza vedere niente e uscii di corsa, ma invece di trovarlo in piedi dove s’era fermato, lo scoprii più in là steso scomposto a terra.
Urlando “Dio mio” lo raggiunsi al volo, mi chinai sulla sua magra figura e balbettando gli chiesi come stava cosa sentiva, controllai il suo volto per fortuna intatto, percorsi con la mano il suo corpo temendo un’altra rottura ma non diede alcun gemito. Lo riempii di baci e inutilmente tentai di sollevarlo e dopo averlo rassicurato con il cuore impazzito corsi a zigzag alla ricerca di un tassì, gridando al cielo “Aiuto, aiuto!” All’ennesimo urlo mi si materializzò davanti un omone, raggiunse mio marito e lo prese in braccio come fosse privo di peso e con me che tenevo dietro ai suoi passi rapidi raggiunse la sua automobile, lo adagiò sul sedile accanto a sé e partì dicendo: “Pronto soccorso.”
“No no no,” protestò lui in tono crescente, i suoi eterni NO. “No” doveva essere stato il suo primo vagito, gli dicevo spesso. “Sto bene, benissimo, chiaro? In albergo…”
“Un controllino… ti prego, tesoro… fallo per me anche se tu stai benissimo.”
“E tu ascoltami,” mi rispose seccato. “Devo aver inciampato… o è il caldo… con la tua mania di turismo in agosto. Voglio tornare a Roma subito.”
“Ma siamo appena arrivati, abbiamo prenotato per una settimana.”
“Neanche un giorno.”
“E cosa dico alla signora Chiara?”
“Quello che vuoi, la verità, esagera. Se vorrà pagheremo.”
“Già, sei Onassis.”
“A me i soldi non interessano. Sono la rovina del mondo. L’unica cosa che voglio è tornare a casa.”
“A Roma non troveremo nessuno, neanche i nostri amici medici.”
“Non mi servono i medici, chiama l’autista che ci ha portato qui.”
“Lo faccio chiamare dalla signora Chiara dall’albergo, sarà stanco, poverino.”
“Adesso non impietosirti per lui.”
“E tu non ostinarti, restiamo qui almeno stanotte.”
“No. Mi conosci da una vita, lo sai che sono fatto a modo mio.”
“Lo so… eccome se lo so. Tu sei la mia più grande conquista e fallimento, non cedi di una virgola col caratterino che hai.”
“Eppure hai imparato ad accettarmi come sono.”
“A mie spese.”

(Riproduzione riservata)

© 2017 La nave di Teseo editore, Milano

* * *

Il libro
Testimone dell’orrore della Shoah, cui ha dato voce nelle sue opere tradotte e premiate in tutto il mondo, Edith Bruck torna con un memoir tenero e struggente, in cui la grande storia e le sue tragedie si affacciano come sfondo al racconto intimo dell’amore e della dedizione per suo marito, il poeta Nelo Risi, scomparso nel 2015. Edith Bruck ha scelto di stargli accanto sino alla fine, trascorrendo con lui, accanto a lui, gli anni della progressiva malattia che lo ha allontanato dal mondo, dai suoi ricordi, dagli affetti, dal lavoro.
Non è, questa, una storia d’amore immune da ferite o difficoltà, né la celebrazione di una vita assieme priva di contrasti, contraddizioni, lontananze. Ma è una storia in cui il senso di una condivisione profonda – senza dubbi o alibi – è la forza di una mano che stringe e sostiene l’altra – nell’assenza, nel riposo, nella paura, nella tenerezza – e viene restituito nella sua verità più umana, divenendo luce e ispirazione, unico filtro attraverso cui si può ancora parlare della bellezza dell’amore.

* * *

lorenza-mazzettiEdith Bruck, di origine ungherese, è nata in una povera, numerosa famiglia ebrea. Nel 1944 il suo primo viaggio la porta, poco più che bambina, nel ghetto del capoluogo, e di lì ad Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Sopravvissuta alla deportazione, dopo anni di pellegrinaggio approda definitivamente in Italia, adottandone la lingua.
Nel 1959 esce il suo primo libro Chi ti ama così, un’autobiografia che ha per tappe l’infanzia in riva al Tibisco e la Germania dei lager. Nel 1962 pubblica il volume di racconti Andremo in città, da cui il marito Nelo Risi trae l’omonimo film. È autrice di poesia e di romanzi come Le sacre nozze (1969), Lettera alla madre (1988), Nuda proprietà (1993), Quanta stella c’è nel cielo (2009), trasposto nel film di Roberto Faenza Anita B., e ancora Privato (2010) e La donna dal cappotto verde (2012).
Nelle sue opere il più delle volte ha reso testimonianza dell’evento nero del XX secolo. Nella lunga carriera ha ricevuto diversi premi letterari ed è stata tradotta in più lingue. Tra gli altri, è traduttrice di Attila József e Miklós Radnóti. Ha sceneggiato e diretto tre film e svolto attività teatrale, televisiva e giornalistica.

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