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CARMELA SCOTTI racconta L’IMPERFETTA

gennaio 30, 2017

CARMELA SCOTTI racconta il suo romanzo L’IMPERFETTA (Garzanti)

Le prime pagine del libro sono disponibili qui

di Carmela Scotti

Chiamata a percorrere a ritroso la strada che mi ha portato a concepire il personaggio di Catena Dolce e del suo lungo vagabondare, mi ritrovo a non sapere con precisione che direzione imboccare, come se Catena stessa avesse cancellato dalla mia memoria le tracce del suo passaggio, affinché io non potessi mai costringerla, neppure nei ricordi, a ripercorrere quel cammino che tanta pena le è costato. Dunque, non posso che partire dalla fine, dal momento in cui cioè, Catena è arrivata al cuore dei lettori, e da loro, dalle loro riflessioni, ha ricevuto in dono una voce e un corpo, diventando una presenza capace di mutare, come un vento, ad ogni sensazione nuova che il lettore mi restituiva ricavandole dalla lettura.
L’Imperfetta non è, e non è mai stato, un romanzo “di trama” (per quanto l’ordito ci sia e abbia, pur nei suoi salti temporali che annullano le distanze, un inizio, un proseguimento e una fine) ma di “ritmo”, come diceva Virginia Woolf a proposito del suo “Le onde”, dove il racconto è concepito come un brano per orchestra e ciascun personaggio è uno strumento con un proprio ritmo. In altre parole, ciò che mi premeva fare era raccontare una storia non soltanto consegnandola, nuda e cruda, al lettore, ma donandole un incedere musicale, un ritmo che permeasse la pagina, come un balletto dove ogni movimento è parte di un complesso e ben oliato ingranaggio di gambe, braccia e volti.
Dovendo rendere conto della meta narrazione, cioè narrare la narrazione e la sua genesi, posso dire che il nucleo del libro ha preso forma da un fatto doloroso, la morte di mio padre, e dalla necessità di trasformare un evento “compiuto”, cioè esso stesso immobile, morto, in qualcosa di “vivo”, in una vicenda che se ne andasse in giro sulle proprie gambe per lasciare un piccolo segno nelle vite di chi l’ha incrociata e ha deciso di ascoltarne la voce. Mentre il romanzo prendeva forma nella mia testa, ho cercato di capire cosa succede quando il “cardine” di una famiglia scompare, e come rendere “dolce” il dolore che sentivo, e ho capito che l’unica strada percorribile era trasformare quel dolore in parole, nella storia d’amore tra un padre e una figlia. All’inizio lavorarci è stato doloroso, soprattutto nelle pagine dove si racconta della malattia del padre di Catena, ma poi mi sono resa conto di come la pena si diluisse man mano che andavo avanti nella stesura, fino a diventare un pensiero non più lacerante ma “dolce”, un dolore dalle punte smussate. Delineato il personaggio di Catena, una ragazzina strappata a forza dall’infanzia dopo la morte dell’adorato padre e gettata in pasto alla vita come un osso ad un cane affamato, ho immaginato di farla partire portandosi appresso il fardello di un gesto disperato e di farla interagire con una natura che con lei non sarà mai madre ma sempre matrigna, e con la quale, nonostante tutto, Catena, “mavara” e selvaggia, riesce ad instaurare un legame salvifico, l’unico possibile dopo la morte dell’amato padre. Quando la trama del romanzo ha preso corpo, immediata è arrivata l’idea di ambientarlo in Sicilia, la terra nella quale sono nata e alla quale ritorno ogni volta che una storia “mi frulla in testa”. Credo che la Sicilia sia, con le sue mille contraddizioni, una terra profondamente “letteraria”, ammaliante, abbagliata da un sole potente e segnata da ombre nerissime, da leggende magiche e “stregonesche” che la rendono, ai miei occhi, irresistibile. E’ questa la terra che mi interessava tratteggiare come sfondo del mio romanzo, un luogo oscuro, spietato, lontano dalla solarità mediterranea, un posto che fosse l’equivalente geografico dell’animo di Catena, il riflesso, l’eco e la scaturigine delle sofferenze da lei vissute e della sua voglia di riscatto. Per la stessa ragione mi sono concessa delle libertà rispetto alla coerenza storica, introducendo, soprattutto nel finale, elementi che sembrano provenire da altre epoche e che cancellano i recinti della storia, conducendoci in una fiaba nera che si allarga al di la dello spazio e del tempo. L’idea di procedere per “flashforward” cinematografici, con un alternarsi di paragrafi che anticipano quanto succederà in futuro presentandoci Catena in carcere, è stata adottata per consentire al lettore di riprendere fiato, evitando che troppi fatti, troppa narrazione, troppo dolore, ingolfino la vicenda rendendo faticoso il cammino: è Catena chiamata a portare il fardello maggiore, a fare il lavoro duro, così che al lettore una parte di fatica venga risparmiata. La numerazione a ritroso utilizzata nei capitoli infine, dal numero più alto fino allo zero, è l’equivalente di un maelstrom, di un gorgo che partendo da vortici larghi, conduce impetuosamente nell’occhio del ciclone, nel punto in cui Catena si trasforma da corpo in vento, in un refolo dolce che scompiglia i capelli del figlio e il cuore dei lettori. Inutile dire che molto di me è nel personaggio del romanzo. Inutile dire che Catena sono io.

(Riproduzione riservata)

© Carmela Scotti

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Il libro
Per Catena la notte è sempre stata un rifugio speciale. Un rifugio tra le braccia di suo padre, per disegnare insieme le costellazioni incastonate nel cielo, imparare i nomi delle stelle più lontane e delle erbe curative, leggere libri colmi di storie fantastiche. Ma da quando suo padre non c’è più, Catena ha imparato che la notte può anche fare paura e può nascondere ombre oscure. L’ombra delle mani della madre che la obbligano al duro lavoro nei campi e le impediscono di leggere, quella degli occhi gelidi e inquieti dello zio che la inseguono negli angoli più remoti della casa. Le sue sorelle sembrano non vederla più, ormai è la figlia imperfetta e il ricordo del calore dell’amore di suo padre non basta a riscaldare il gelo nelle ossa.
Catena ha solo quindici anni quando decide che non vuole più avere paura. E l’ultima notte nella sua vecchia casa si colora del rosso della vendetta. Poi, la fuga nel bosco, dove cerca riparo con la sola compagnia dei suoi amati libri. È grazie a loro e agli insegnamenti del padre che Catena riesce a sopravvivere nella foresta. Ma nel suo rifugio, fatto di un cielo di foglie e di rami intrecciati, la ragazza non è ancora al sicuro. La stanno cercando e per salvarsi Catena deve ridisegnare la sua vita, la vita di una bambina che è dovuta crescere troppo in fretta, ma che può ancora amare di un amore forse imperfetto, ma forte come il vento.
Con questo romanzo potente, finalista al prestigioso premio Calvino, Carmela Scotti ci guida al cuore di una storia antica e insieme attualissima, illuminata da un’intensa e affilata voce femminile. La storia di una ragazza coraggiosa e troppo sola. Della sua voglia di vivere contro tutto e tutti. Di una stella che continua a brillare anche in un cielo coperto di nuvole.

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Carmela Scotti si è diplomata in pittura e fotografia all’Accademia di Belle Arti di Palermo. Ha vissuto a Palermo, a Roma e a Milano, facendo i mestieri più diversi. Oggi vive in Brianza e collabora con i settimanali «Cronaca Vera» e «Tu Style». L’imperfetta è il suo primo romanzo, ed è stato finalista al prestigioso premio Calvino.

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