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A PROPOSITO DEL CONGIUNTIVO

febbraio 1, 2017

LA   PROVA   (MEON)ONTOLOGICA   DELLA   INESISTENZA   DEL   CONGIUNTIVO   COME   MODALITA’   SEMANTICA :  UNA   CONFUTAZIONE FILOSOFICA.

karl-krausLa replica di Salvatore Claudio Sgroi è disponibile qui

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Chi non perdona al linguaggio, non perdona alla cosa
Karl Kraus, Detti e contraddetti

di Vincenzo Vitale

1)   Come è noto anche ai non esperti del settore, la linguistica rappresenta una forma di sapere tanto utile, quanto spesso intrigante: e massimamente allorché – come nel caso che subito si passerà ad esaminare – si mettano in discussione acquisizioni consolidate nella e dalla grammatica pedagogicamente intesa.

Se poi si tratti di affermazioni avanzate ed argomentate da uno studioso intelligente e sottile come Salvatore Claudio Sgroi, allora oltre che intrigante la riflessione diviene anche provocatoria e perciò divertente (nel senso etimologico del divertere).

Al di là di ogni possibile divertimento, credo però che gli argomenti di Sgroi vadano presi molto sul serio, per il semplice motivo che interpellano in profondità la coscienza linguistica di ciascuno.

Vediamo allora di confrontarci con alcune delle sue tesi principali espresse a proposito dell’uso del congiuntivo.

 

2)   La tesi di fondo di Sgroi è che il congiuntivo, che nelle grammatiche scolastiche e nel sentire comune viene visto come il modo della possibilità, della incertezza, in realtà viene adoperato soltanto per ragioni stilistiche, perfino estetiche. Esso sarebbe perciò privo di qualunque funzione strettamente semantica, della quale non potrebbe mai essere una modalità espressiva.

A riprova di tale conclusione – ancor oggi in stridente contrasto con le posizioni di autorevoli grammatici (si pensi al vocabolario Zingarelli) – Sgroi argomenta a partire da alcuni esempi concreti che possono considerarsi appunto, parafrasando il lessico filosofico di S.Anselmo (autore della notissima prova ontologica dell’esistenza di Dio), la prova ontologica della inesistenza del congiuntivo come modalità semantica.

 

3)   Innanzitutto, si noti l’originalità – filosoficamente ardita  – per la quale si formula una prova ontologica della inesistenza di alcunché (sia pure del congiuntivo): al più, si dovrebbe argomentare di una prova meontologica, sempre che la si reputi concettualmente ammissibile.

In realtà, non può darsi mai la prova positiva di ciò che non esiste: l’assenza o, per usare termini più abituali nella riflessione filosofica, il nulla non può mai essere provato positivamente, ma soltanto per negationem .   Ecco, fra l’altro, uno dei sensi profondi in cui può esser letta la celebre lezione (non autoevidente) parmenidea, ancora attuale, al di là di qualunque “parricidio” platonico: l’essere è, il non-essere non è [1].

Ne viene che il non-essere non può mai essere dimostrato attraverso l’essere, perché si tratta di grandezze, per dir così, fra loro incommensurabili: l’unico modo corretto di argomentare del non-essere sarebbe farlo a partire dal nulla.

Perciò, una prova della inesistenza (cioè del non-essere) del congiuntivo come modalità semantica non potrà mai farsi cogliere come ontologica (cioè dell’essere): la via prescelta non sarebbe in grado di condurre, teoreticamente, alla meta desiderata. Ecco perché correttamente quella proposta da Sgroi è in effetti una meontologia, in quanto tende a mostrare il nulla del congiuntivo per opposizione, cioè attraverso il suo spodestamento da parte dell’indicativo.  


4)   Ma tralasciando pure tali questioni preliminari che, in quanto filosofiche, non interessano gran parte dei linguisti, passiamo subito all’analisi degli esempi addotti in proposito da Sgroi.

Ne prendo in esame soltanto due perché mi sembrano i più significativi nell’ottica di ciò che si vuole dimostrare e perché sono quelli  (fra i tanti adoperati) che richiedono certamente un maggiore impegno per esser convenientemente confutati: si presentano, insomma, come sfide degne della massima considerazione e perciò meritano una seria riflessione.

 

  1. Il primo esempio, forse il più importante, parte dalla constatazione che se un sacerdote – uomo di sicura fede per antonomasia –  interrogato circa l’esistenza di Dio,  elicita la locuzione “credo che Dio esista” (al congiuntivo) senza alcun problema, senza cioè percepirne la carica semantica derivante dall’affermare come possibile ciò che invece si vuol dire reale (e perciò revocando in dubbio la propria professione di fede), si può dedurre che egli usi il congiuntivo soltanto per ragioni fonetiche, stilistiche, estetiche: ne viene allora che il congiuntivo non è qui per nulla riconosciuto quale modalità semantica, come vorrebbe la grammatica tradizionale.

Se invece elicita la locuzione “credo che Dio esiste” (all’indicativo), proprio   per escludere il minimo dubbio circa a sua esistenza, lungi dall’essere provato – per negationem –  lo spessore semantico del congiuntivo, questo è ancora decisamente da escludere: infatti, lo stesso parlante, all’uopo invitato, ricusando la locuzione “credo che Piera ha ragione” in quanto “brutta”, si rifugerà nel più tranquillizzante congiuntivo “credo che Piera abbia ragione”: ma ciò farà appunto, ancora una volta, per motivazioni puramente esornative, confermando la natura non semantica del congiuntivo, così mostrando di restare irrimediabilmente vittima “del super-ego metalinguistico di matrice scolastica”.

Questo, all’incirca, il raffinato ragionamento di Sgroi[2].

Insomma, il parlante di sicura fede che, per affermare l’esistenza di Dio, usi il congiuntivo, lo farebbe per ragioni stilistiche; quello che invece usi l’indicativo, lo farebbe perché vittima del super-ego metalingustico, prova ne sia che nelle locuzioni ordinarie, che non coinvolgono per nulla la consistenza della sua fede in Dio, tornerà subito ad usare il congiuntivo: ciò ne dimostrerebbe in senso ontologico (rectius: meontologico) la natura meramente stilistica e non semantica.

Tuttavia, nonostante la brillantezza e la sagace provocatorietà dell’argomentazione, questa conclusione non convince, per diverse motivazioni che di seguito esporrò in modo molto succinto.

Innanzitutto, risulta altamente problematico eludere ogni rapporto fra grammatica e semantica: se c’è una grammatica – anziché non esserci – è proprio per dare forma ai significati, per renderli perciò universalmente comunicabili; reciprocamente, se c’è una semantica – anziché non esserci –  è perché c’è qualcosa da comunicare universalmente: il Senso.

Una grammatica priva di espressività semantica sarebbe letteralmente senza senso; una semantica non mediabile attraverso una grammatica sarebbe di principio incomunicabile ed inconoscibile: la grammatica c’è perché c’è il Senso, non viceversa.

Sicché la cornice concettuale da cui propongo di muovere è quella classica che vede la prescrittività della grammatica fondarsi sulla ontologia del Senso (del mondo, dell’uomo, dei rapporti sociali): il dicibile (il Logos) sostiene i detti (i logoi) e li giustifica e i detti non dicono che il dicibile, tendenzialmente tutto il dicibile (è il noto principio della onnipotenza semantica del linguaggio)[3], anche se – come fra gli altri ha notato Heidegger – non potranno mai esaurirlo (è l’altrettanto noto principio della inesauribilità del dicibile- che è quella stessa del Senso)[4] .

Credo non sia errato affermare perciò che la grammatica ci aiuta – con le sue regole, i suoi interdetti, le sue implicazioni, le sue eccezioni – a dire il mondo e in definitiva a comprenderlo a partire dall’esserci dell’uomo e dal suo Senso: per questo, essa è originariamente cognitiva [5].

 

Fatta questa premessa, che dò qui per acquisita (e che certo necessita di ben altre spiegazioni), si può passare alla confutazione specifica dell’argomento di Sgroi.

Il dato fondamentale da considerare, e che invece è stato trascurato, sta nel senso veicolato dal verbo credere attraverso le locuzioni utilizzate dall’esempio sopra addotto.

Il credere, infatti, non è mai il sapere. Chi crede non sa e chi sa non ha bisogno di credere.

Inoltre, il credere non è mai esente dal dubbio, ne è come capillarmente intriso. Il dubbio è costitutivo della fede al punto che se non si dubita non si può credere e – simmetricamente –  se non si crede non si può dubitare: sul punto ha scritto pagine esemplari Joseph Ratzinger[6].

Ne viene che il credere è costitutivamente segnato da uno statuto epistemologico dialettico, quello dato dal rapporto con il dubbio, del quale non può fare a meno: chi evoca dunque la fede allude anche al dubbio, lo sappia o no, lo voglia o no. Questa ineliminabile dialettica non verrà mai alterata o annullata a seconda di ciò che il parlante voglia, ritenga, pensi, predichi: essa rimarrà inalterabile e soprattutto intrascendibile  (il Senso non è a disposizione di nessuno) .

In questa prospettiva, si comprende allora perché il problema della comunicazione vada collocato in una dinamica triadica e non diadica: non si tratta soltanto di garantire il transito delle locuzioni dal parlante al ricevente; piuttosto, è da lumeggiare il rapporto fra la locuzione concretamente usata dal parlante ed il senso che essa dovrebbe veicolare (fra il detto e il dicendo) .

Sicché, il vero problema della comunicazione (che può sfociare in ciò che comunemente definiamo errore) non è dato soltanto dalla capacità di far comprendere al destinatario il senso della locuzione, ma, ancor prima, dalla capacità della locuzione di esprimere davvero quel senso che si doveva esprimere e perciò comunicare.

E’ qui che va rinvenuto, propriamente, l’ubi consistam del problema della comunicazione intersoggettiva: non basta che il senso del discorso venga veicolato dal parlante a chi ne sia il destinatario, occorrendo anche che il parlante riesca di fatto a elicitare una locuzione almeno compatibile con l’orizzonte semantico che ne sia l’origine.

In caso contrario, egli dirà cosa diversa da quella che vorrebbe e – contestualmente – da quella che dovrebbe. In questo caso, il parlante tradirà il senso del discorso e contemporaneamente se stesso, poiché manifesterà all’esterno cosa diversa da quella voluta e dovuta.

E’ appena il caso di aggiungere come qui il dovuto sia strettamente dipendente dal voluto. Il parlante vuole comunicare un senso e, per farlo, deve usare una certa modalità espressiva, altrimenti comunicherà un altro senso, diverso da quello voluto .

Siamo cioè in presenza di ciò che Kant chiamava imperativo ipotetico, che risponde alla formula “se vuoi…allora devi”:  nell’ottica kantiana, come è noto, gli imperativi ipotetici rappresentano “la necessità pratica di un’azione possibile quale mezzo per conseguire qualcos’altro che si vuole (oppure che è possibile che si voglia) ” (“die praktische Notwendigkeit einer moglichen Handlung als Mittel zu etwas anderem , was man will – oder doch moglich ist, dass man es wolle)”[7].

Nel caso in esame, se il parlante non elicitasse il congiuntivo subito dopo l’uso del verbo credere, non solo tradirebbe ciò che deve dire, ma anche ciò che vuole: vediamo perché.

Infatti, cosa vuole dire chi professa la fede nell’esistenza di Dio? Vuole comunicare il senso della propria fede, cioè vuole che gli altri sappiano che egli è un uomo che ha fede in Dio e nella sua esistenza.

Se è precisamente questo ciò che il parlante vuole comunicare (e non vedo come potrebbe essere altrimenti), allora egli deve usare il congiuntivo come l’unica modalità espressiva capace di dire ciò che egli vuole sia detto: egli, con il semplice uso del congiuntivo, evoca immediatamente lo statuto epistemologico della fede (sopra brevemente delineato) ed insieme la sua adesione consapevole a tale statuto.

Egli si fa così cogliere come il fedele che sa di essere fedele e che, se non lo sapesse, non potrebbe neppure predicare di esserlo.

In altre parole,  il parlante manifesta qui non solo di essere credente, ma anche quale sia il senso di codesto credere ed è propriamente questo che viene (anche) comunicato a chi ascolti: e cioè che il credere è sempre costitutivamente esposto alla crisi del dubbio.  

Ne viene che sostituire il congiuntivo con l’indicativo – lungi dal non produrre “alcuna ambiguità comunicativa”, come afferma Sgroi[8] – comporterebbe la completa dispersione di questo senso, con l’effetto di comunicare ciò che non è, ciò che non accade: il nulla della comunicazione, perché il parlante, invece di dire la propria fede, direbbe altra cosa (indipendentemente dal fatto, del tutto eventuale, che chi ascolti possa egualmente comprendere ciò che venga detto) .

Ad essere tradito, prima dell’effetto empirico della comunicazione, sarebbe qui qualcosa di enormemente più significativo: il senso stesso della fede.

Anzi, si può anche affermare che la locuzione “credo che Dio esiste” è, in fondo, tendenzialmente ossimorica, in quanto l’uso dell’indicativo elide in modo significativo la valenza probabilistica della fede, contraddicendone il senso profondo: un credente “all’indicativo” è – lo sappia o no – in contraddizione con se stesso, con ciò che egli predica di sé.

Si può intravedere una controprova di quanto precede, ipotizzando l’uso di una espressione simmetrica ed inversa: invece di “credo che Dio esista”, “so che Dio esiste”.

Sarebbe lecito in questa seconda espressione sostituire l’indicativo con il congiuntivo? Potremmo cioè sensatamente dire “so che Dio esista” ?

Evidentemente, no.  Questa locuzione sarebbe completamente priva di senso, insensata e perciò incomprensibile.

Ciò accade naturalmente perché lo statuto epistemologico del sapere non tollera la modalità espressiva della possibilità che invece  è propria del congiuntivo : viene così, in modo indiretto, provata la natura del congiuntivo come modalità semantica.  

In definitiva: il credente, nonostante la garbata ironia di Sgroi[9], è sempre credente “al congiuntivo”. Altrimenti, non si sa davvero cosa possa essere.     

 

  1. Da un secondo punto di vista, Sgroi avanza un altro esempio molto significativo della sua tesi. L’espressione evocata è “ benché  piova, uscirò”.

Qui – osserva Sgroi –  l’uso del congiuntivo appare ancor più che in altri casi strettamente dettato da ragioni estetiche, eufoniche, e perciò per nulla semantiche. Queste non potrebbero in alcun caso invocarsi, posto che nell’espressione considerata non c’è posto per ipotizzare una possibilità – quella appunto della pioggia – dal momento il cader della pioggia è certo, certissimo, indubitabile: bisognerebbe perciò dire “benché piove, uscirò”, perché soltanto l’indicativo esprime convenientemente il fatto che appunto piove; non il congiuntivo il quale, se usato come comunemente accade, rivelerebbe ancor di più il proprio fondamento unicamente stilistico e non semantico.

Tuttavia, anche in questo caso ritengo utile avanzare alcune osservazioni di carattere confutatorio.

Va infatti osservato che allorché si predica il congiuntivo – tradizionalmente – come il modo (semantico) della possibilità, si vuole non solo ribadire tale dimensione di incertezza con riferimento all’azione significata dallo stesso congiuntivo nel contesto specifico dell’espressione, ma anche in assoluto, con riferimento cioè al  (per usare ancora categorie kantiane) trascendentale[10] della locuzione verbale congiuntiva (così definita, come è noto, perché appunto congiunge la proposizione principale con quella subordinata)

Per trascendentale intendo qui propriamente le condizioni di pensabilità di tale locuzione verbale congiuntiva, nell’estensione di tutto il campo semantico ove in linea di principio si sviluppa e si afferma il suo portato di senso.

In questa prospettiva, il congiuntivo della locuzione sopra riportata (“benché piova, uscirò”) va sempre pensato non solo con riferimento empirico alla pioggia, ma anche quale espressione di una possibilità : che cioè, nonostante la pioggia, sia possibile uscire: e lo sia dal punto di vista razionale, non meramente empirico.

Da questo versante, vanno aggiunte ulteriori due osservazioni.

Innanzitutto, va meglio precisato che l’orizzonte semantico di cui il congiuntivo è espressione va colto nella sua reale estensione, senza cioè circoscriverlo alla proposizione subordinata di cui esso è parte, ma cogliendolo nella sua pienezza come evocato anche a partire dalla proposizione principale.

L’azione del soggetto descritta dal verbo, infatti, non è mai isolabile dal contesto complessivo definito sia dalla principale che dalla subordinata, isolamento che sarebbe in contrasto con lo scopo ultimo del modo che invece appunto è destinato a congiungere. E sarebbe un inaccettabile paradosso se si dovesse interpretare la possibilità quale espressione semantica del congiuntivo, senza appunto “con-giungere” principale e subordinata, ma facendone due monadi sintattiche irrelate, “dis-giunte”.

Nella specie, il soggetto che esce non si limita infatti ad uscire, ma dichiara che lo farà nonostante la pioggia: il suo non è un uscire purchessia, è un uscire oltre e sotto la pioggia, un uscire possibile perché fortemente voluto,  anche se forse improbabile.

Così visto, l’uscire nonostante la pioggia si pone razionalmente non solo come una possibilità, ma come una sorta di vero e proprio stato della coscienza. Il congiuntivo concessivo esprime perciò non la possibilità del semplice dato atmosferico, il quale, come tale, è nei fatti certo, ma una possibilità – per dir così –  “di secondo livello”, razionale: quella appunto che si possa uscire – in generale – sotto e nonostante la pioggia (probabilmente perché si è al riparo di un parapioggia).

Che piove è un fatto. Ma che si esca nonostante la pioggia è più che un semplice fatto: è un preciso atteggiamento della volontà, è il frutto di una decisione che ben avrebbe potuto essere diversa, in quanto solo possibile.

Il congiuntivo esprime dunque la ricchezza dell’intero orizzonte semantico di un fatto (la pioggia), come interpretato dalla coscienza e dalla volontà del soggetto (l’uscire): la connessione fra le due dimensioni è affidata ad una modalità verbale semanticamente intensiva che è tipicamente il congiuntivo.

Da un secondo punto di vista, può darsi certamente il caso che si preferisca dire semplicemente: “ anche se piove, uscirò”.

In questa ipotesi, la locuzione all’indicativo esprime la certezza fattuale della pioggia, ma si rinuncia – per i più diversi motivi – a cogliere e a trasmettere il senso complessivo dell’azione del soggetto, lasciando invece che esso rimanga nascosto nelle pieghe di una formulazione grammaticale che potrei definire  di criptocoordinazione.

L’espressione da ultimo citata equivale infatti – al di là dell’apparente valore concessivo – ad una semplice coordinazione che suona: “piove ed uscirò”.

Qui, si evidenziano due fatti, considerati in modo isolato, irrelato: la pioggia, da un lato; l’uscire, dall’altro. E’ evidente che il nesso fra i due esiste ed è perciò immediatamente percepibile, ma qui è taciuto dal punto di vista della congiunzione verbale, rimane confinato nel non detto, nel non espresso, proprio perché manca ciò che li congiunge, manca il congiuntivo.

E’ pur vero che la forma permane concessiva, ma essa rimane affidata soltanto ad una locuzione preposizionale – “anche se “ – mentre viene del tutto eluso il valore verbale congiuntivale per mezzo di una semplice omissione: una scelta libera ed inoppugnabile del parlante, che tuttavia affievolisce, col rischio di disperderlo,  il senso complessivo dell’espressione.

In particolare, dove è riscontrabile tale affievolimento o tale dispersione ?

In null’altro che in una sfumatura di significato che viene conservata nella espressione che ricorre al congiuntivo, mentre è solo adombrata o addirittura esclusa in quella che ne fa a meno.

Infatti, mentre “benché piova, uscirò” significa uno stato coscienziale dotato di una sua durevolezza e costanza – non solo cronologiche, ma denotate intenzionalmente; “anche se piove, uscirò” consegna l’azione del verbo indicativo ad una circoscritta puntualità temporale, che non sembra possa chiamare in causa alcuna permanenza intenzionale coscienziale: qui si collocano due fatti, uno contro l’altro: la pioggia e l’uscire. Ma ciò che si afferma adesso e qui, potrebbe negarsi dopo un istante, senza che il valore semantico dell’espressione venga a patirne.

Quanto sopra sostenuto trova una indiretta conferma se si sostituisca – nella locuzione in esame – il congiuntivo all’indicativo, sia nel tempo presente che in quello imperfetto.

Dire “anche se piovesse, uscirò” (dove l’imperfetto della subordinata segna un tempo anteriore rispetto al futuro della principale, ma ancora futuro rispetto al parlante) oppure “anche se piova, uscirò” (dove il presente della subordinata segna un tempo anteriore rispetto al futuro della principale, ma coevo rispetto al parlante), mostra con sufficiente chiarezza come e quanto il modo congiuntivo sia in grado – esso soltanto – di introdurre la dimensione della durata dell’intenzionalità coscienziale rispetto alla elicitazione che invece ne sia priva.

Insomma, le due espressioni – con e senza il congiuntivo – non sono per nulla equivalenti, ma veicolano un senso parzialmente differente che può esser interesse del parlante esplicitare oppure no: purché lo sappia e decida di conseguenza.

Il valore concessivo dell’espressione viene dunque marcato con speciale intensità semantica, dal punto di vista dell’intenzionalità coscienziale, proprio in virtù della presenza del congiuntivo, il quale soltanto apre la porta alla diacronia della coscienza.

E siccome, con il riferimento alla intenzionalità della coscienza, ho implicitamente evocato Husserl, tanto vale giocare a carte scoperte. Ne approfitto così ancora per fare un ulteriore passo in  avanti – che probabilmente sgomenterà i linguisti di professione (non c’è nulla da fare: sono un inguaribile contaminatore dei saperi né credo all’autoreferenzialità di alcun sapere, neppure di quello linguistico) – ma che reputo chiarificatore, utilizzando ancora le categorie husserliane.

Mettiamola così: la locuzione in esame con l’indicativo rischia di smarrire quel “mondo della vita”[11] che invece viene conservato e veicolato nel caso in cui la locuzione si affidi al congiuntivo e che – è bene dirlo subito – non ha nulla a che fare con possibili censure di “logicismo” (anzi, per diversi aspetti, ne rappresenta l’antitesi)[12].

Capziosi dettagli ? Fantasmatiche sfumature ?  Forse. Tuttavia, siamo stati avvertiti e non occorre essere husserliani osservanti per ammetterlo: spesso – secondo la celebre intuizione di Hans Urs von Balthasar –  il ”tutto” (das Ganz) si rinviene “nel frammento” (im Fragment)[13].

 

5)   In conclusione, poche parole su cosa debba intendersi per errore, nella prospettiva da me assunta.

Diversamente da quanto ritiene Sgroi[14], mi sembra difficile affermare, nella prospettiva qui adottata a proposito del congiuntivo, che l’errore sia denunciato da puristi o da neopuristi soltanto nel caso di un uso dialettale, diastratico o diamesico, dovuto a parlanti “subalterni” o nel caso di uno scostamento significativo dall’etimologia della parola.

Ammetto che probabilmente in molti casi sarà pure così, ma rivendico una posizione del tutto autonoma e diversa.

Per un verso, è infatti del tutto evidente che la lingua, ogni lingua, in quanto intrastorica, è soggetta al mutamento, al pari di ogni altra esperienza umana che si ponga sul piano della storia: il diritto, il costume, la politica, la moda e via dicendo.                    

Se la lingua si irrigidisse in una immota identità, si avvierebbe sul viale del tramonto (al pari delle altre esperienze sopra indicate). Ha perciò perfettamente ragione Sgroi allorché nota come una lingua senza cambiamenti sarebbe destinata a sicura morte, mentre è proprio il mutamento linguistico a farsi cogliere come indizio di vitalità di una lingua.

Tuttavia, per altro verso, se spesso il mutamento va salutato con favore (e ciò accade tutte le volte in cui la lingua, pur cambiando, garantisca la custodia del Senso o un suo arricchimento),  altre volte va stigmatizzato come errore e non certo per nostalgie etimologiche o per intollerabili ed aristocratiche superbie dovute alla raffinatezza linguistica dei censori.

Qui, per errore intendo ogni scostamento dalla regola consolidata che sortisca l’effetto di depauperare o addirittura disperdere completamente (o parzialmente) il senso del discorso, di vulnerarne la potenzialità evocativa.

Come infatti si è notato sopra, la comunicazione non è mai un affare strettamente privato fra chi parli e chi ascolti, perché prima di loro ed in mezzo a loro – anche se non tutti son disposti ad ammetterlo – c’è un terzo: il Senso, questa “testa di Medusa” – come si esprime immaginificamente Emile Benveniste – che, qualunque cosa si faccia per evitarla, ignorarla o cacciarla via, “è sempre là, nel cuore della lingua, ad affascinare quanti la contemplano” [15].

Ecco allora la vera funzione del linguaggio: custodire, pur nel necessario mutamento, il Senso e la sua  trasmissione.  Non è poco.

 * * *

Vincenzo Vitale, magistrato per diversi anni, oggi esercita la libera professione fra Catania, Roma e Milano. È stato docente presso l’Università di Catania, la Cattolica di Milano, quella di Piacenza, l’Università di Roma (Tor Vergata). Tra le altre cose ha pubblicato: per Sellerio, In questa notte del tempo; per Sugarco, Volti dell’ateismo. Mancuso, Augias, Odifreddi. Alla ricerca della ragione perduta e Diritto e letteratura, la giustizia narrata.

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[1] Cfr. Poema sulla natura, Fr. 6 : “ E’ necessario il dire e il pensare che l’essere sia: infatti l’essere è, il nulla non è” .

[2] E’ questo un probante esempio, secondo l’assunto di Sgroi,  della prova ontologica della inesistenza del congiuntivo come modalità semantica: cfr. S.C. Sgroi, Dove va il congiuntivo? Ovvero il congiuntivo da nove punti di vista, Torino, Utet, 2013, in specie pagg. 30 e ss.; ma già in Per una grammatica “laica”. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, Torino, Utet, 2010, pagg. 110 e ss.

[3] Per questi temi mi permetto di rinviare al mio Grammatica e diritto. Una normatività fragile?, in “Riv. Int. di fil. del dir.”, 1990, pagg. 255 – 281.  E, d’altra parte, se i detti non dicessero il dicibile, cosa mai potrebbero dire? E se il dicibile non venisse espresso dai detti, da cosa mai potrebbe essere espresso?

[4] Essere e tempo, tr. It., Milano, Longanesi, 1976, pagg. 203 ss..

[5] Cfr. S. Arduini – R. Fabbri, Che cos’è la linguistica cognitiva, Roma, Carocci, 2008.

[6] Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico, Brescia, Queriniana, 2005, pagg. 31 – 73.

[7] Fondazione della metafisica dei costumi, tr. It., Milano, Rizzoli, 1995, pag. 133.

[8] Dove va il congiuntivo ?  cit., pag. 13.

[9] Dove va il congiuntivo ? cit., pag. 172.

[10] Critica della ragion pura, tr. It., Roma-Bari, Laterza, vol. 1, 1972, pag. 58 : “ Chiamo trascendentale ogni conoscenza che si occupa non di oggetti, ma del nostro modo di conoscenza degli oggetti, in quanto questa deve esser possibile a priori”.

[11] Cfr. P. Luzi, Intenzionalità e trascendenza. Il pensiero di Husserl e Heidegger, Roma, Carocci, 2010.

[12] Il Senso di cui si parla nel testo, non consente alcuna deduzione logicistica. Esso, per usare termini heideggeriani, non è il Grund, ma è il Boden.

[13] Il tutto nel frammento, tr. it., Milano, Jaca Book, 1970.

[14] Dove va il congiuntivo ? cit., pag. 4-5.

[15] Les niveaux de l’analyse linguistique, in Problèmes de linguistique gènèrale, tr. It., Milano, Il Saggiatore, 1971, pag. 149.

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