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A PROPOSITO DELLA CONGIUNTIV-ITE

febbraio 1, 2017

congiuntivoReplica all’intervento di Vicenzo Vitale: “A proposito del congiuntivo

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di Salvatore Claudio Sgroi
(docente di Linguistica generale, Università degli studi di Catania, Dipartimento di Scienze Umanistiche)

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(1) Un intervento, quello del 1° febbraio in Letteratitudinenews (A proposito del congiuntivo), dell’avv. Vincenzo Vitale, ex-magistrato, traboccante di “pat(h)os” logicistico, e a un tempo, per dirla con Giorgio Pasquali, un caso di “congiuntiv-ite” (cronica).

(2.a) Fin dalle prime righe si legge infatti: «Se poi si tratti di affermazioni avanzate ed argomentate da uno studioso intelligente e sottile […] allora […] la riflessione diviene anche provocatoria».
All’orecchio di un parlante comune il congiuntivo il «tratti» stride per la sua artificialità anziché no, al posto del comune “tratta”. Scolasticamente un congiuntivo “errato”, ovvero un “iper-correttismo”.

(2.b) Proseguendo nella lettura ci si imbatte ancora in un periodo come: «Quanto sopra sostenuto trova una indiretta conferma se si sostituisca […] il congiuntivo all’indicativo […]». Anche qui il congiuntivo «sostituisca» al posto dell’indicativo “sostituisce” sembra innaturale, un altro “errore” o “ipercorrettismo”, laicamente spiegabile per l’analogia del “se” con “nel caso in cui si sostituisca” o con “qualora si sostituisca”.

(2.c) Non c’è due senza tre. L’es. (metalinguistico) costruito dall’A. «anche se piova, uscirò» è decisamente artefatto, il costrutto ‘normale’, ‘naturale’ essendo piuttosto all’indicativo (si tratta infatti scolasticamente di un periodo ipotetico di primo tipo): “anche se piove, uscirò”.

(3) Tutta la difesa teorica, a spada tratta, del congiuntivo semantico, nell’analisi dell’avv. Vitale, si basa su un assioma di partenza, irremovibile, ovvero che il congiuntivo sia «il modo della possibilità, della incertezza». Un assioma ereditato dalla grammatica scolastica, formatosi per una estensione meccanica della funzione del cong. in latino, di ben diversa ampiezza.
Che il congiuntivo in italiano sia «il modo della possibilità e dell’incertezza» (nelle frasi dipendenti, va precisato) è invece per me solo una ipotesi di partenza, che va convalidata sulla base di esempi concreti, cioè analizzando il comportamento linguistico della “massa parlante” (avrebbe detto qualcuno), ovvero di parlanti colti e anche incolti. La verità assiomatica dell’avv. Vitale, ereditata dalla sua “grammatica” (scolastica) si rivela invero nei fatti solo “fanta-grammatica”.

(4) Quali le prove linguistiche per dimostrare che il modo cong. nelle dipendenti non ha nulla a che vedere con la “possibilità/incertezza”? Per me proprio i credenti (al cong./all’indic.) dimostrano che il cong. semantico non esiste, è pura fanta-grammatica. L’esempio: “credo che Dio esista” (al congiuntivo) in bocca a un credente (vero) è la prova più elementare (“Watson”!) del fanta-congiuntivo semantico quale modo del dubbio/incertezza.

(4.a) Ora l’analisi semantica del verbo “credere” che «non è mai esente dal dubbio», su cui si sofferma a lungo e acutamente Vitale, è inoppugnabile e condivisibilissima. Certamente «il credere è sempre costitutivamente esposto alla crisi del dubbio».
L’errore teorico che l’avv. Vitale fa è però quello di trasferire il “dubbio” dal verbo “credere” al congiuntivo della dipendente! Il dubbio del “credere” resta intatto anche nella frase all’indicativo: “Credo che Dio esiste” in bocca a credenti veri, in carne e ossa.
Quando l’avv. Vitale afferma perentoriamente: «se il parlante non elicitasse il congiuntivo subito dopo l’uso del verbo credere, non solo tradirebbe ciò che deve dire, ma anche ciò che vuole», ciò si può spiegare solo perché lui ha stabilito — aprioristicamente e assiomaticamente — che il cong. è il modo del dubbio/incertezza. Un assioma semplicemente falso, perché contraddetto dal comportamento dei parlanti.
«Ad essere tradito, prima dell’effetto empirico della comunicazione, — sostiene l’avv. Vitale — sarebbe qui qualcosa di enormemente più significativo: il senso stesso della fede». Ma si tratta di un’affermazione paradossale.
Una posizione come quella dell’avv. Vitale equivale ad accusare di essere falsi credenti quelli che credono all’indicativo (o con l’indicativo). Un insegnamento linguistico-grammaticale basato su una simile filosofia, sarebbe eufemisticamente un insegnamento “prescrittivista“, e qualcuno potrebbe definirlo, con un neologismo che non mi piace affatto, da “nazi-grammar”.
In termini più generale, mi sembra, quella dell’avv. Vitale, una posizione che nega, anzi ignora, i diritti e la volontà dei parlanti non omologati.

(5) L’avv. Vitale afferma anche «che la locuzione “credo che Dio esiste” è, in fondo, tendenzialmente ossimorica» in quanto c’è contraddizione tra il “credo” («probabilistic[o]») e l’indic. “esiste” [certezza], in quanto ovvero il parlante entrerebbe «in contraddizione con se stesso, con ciò che egli predica di sé». Ma tale affermazione rivela solo una grave confusione teorica del rapporto tra “soggetto” e “predicato”, e della distinzione (scolastica) tra “frase principale” («[io] credo») e “frase secondaria” (qui la oggettiva: «che Dio esiste»). La frase complessa è qui infatti formata da due frasi. Nella prima frase, del sogg. sottinteso “[io]” si predica che “crede”, “che è credente”. Nella seconda frase «(che) Dio esiste», del soggetto “Dio” si predica che egli “esiste”. L’avv. Vitale saltella da una frase all’altra, introducendo così contraddizioni inesistenti. In considerazione dei turbamenti che gli procura il  congiuntivo, gli potrei suggerire un enunciato più sereno (senza congiuntivo): “io credo nell’esistenza di Dio”. Qui del soggetto “io” si predica che “crede nell’esistenza di Dio”.

(6) Nella frase “benché piova, uscirò”, la concessiva indica — per me — una realtà (ed è al congiuntivo), esattamente come nella frase equivalente “anche se piove, uscirò“, con la dipendente all’indicativo. Un’ulteriore prova della fanta-grammatica del cong. modo dell’incertezza. Anche qui l’evidenza sembra palmare ma non per l’avv. Vitale, che scomoda pure Kant.
L’avv. Vitale ribadisce infatti il carattere aprioristico e assiomatico della sua linea di difesa, quando asserisce che «la connessione fra le due dimensioni [della dipendente e della principale] è affidata ad una modalità verbale semanticamente intensiva che è tipicamente il congiuntivo».
E si rivela anche “prestigiatore” quando egli riferisce il termine «possibilità» e «possibile» a un tempo al congiuntivo e al futuro (“uscirò”): «il congiuntivo […] “benché piova, uscirò” va sempre pensato non solo con riferimento empirico [= reale] alla pioggia, ma anche quale espressione di una possibilità: che cioè, nonostante la pioggia [reale], sia possibile uscire [= futuro]: e lo sia dal punto di vista razionale, non meramente empirico». L’A. saltella così come un prestigiatore dalla secondaria (realtà col congiuntivo) alla principale (al futuro-possibile), trasferendo il senso della seconda alla prima.

(6.a) L’avv. Vitale (ci) prova anche con l’analisi di una frase complessa con coordinata:“piove ed uscirò”, che stranamente (o con originalità) definisce un esempio di «criptocoordinazione». Ancora un’occasione per potenziare il suo apriorismo. L’omissione della locuzione preposizionale “anche se” — sostiene l’avv. Vitale — «affievolisce, col rischio di disperderlo, il senso complessivo dell’espressione». Quando invece si tratta di una diversa formulazione del pensiero, senz’alcun «rischio di dispersione» di significato. Insomma ancora un esercizio di equilibrismo logicistico.

(7) L’ulteriore es. dell’avv. Vitale «anche se piovesse, uscirò» presenta un carattere ibrido (per la brusca transizione dall’imperfetto al futuro), scolasticamente sospetto, “marcato”, il costrutto più naturale essendo: “anche se pioverà, uscirò”. In entrambi i casi, la ipoteticità dipende naturalmente dalla congiunzione ipotetico-concessiva “anche se” (+ cong. imperf., normativamente sostituibile col futuro) e non certamente dal cong. imperfetto. Dire poi, come fa l’avv. Vitale, che la «presenza del congiuntivo […] soltanto apre la porta alla diacronia della coscienza» è per un linguista una metaforizzazione ‘poetica’ di tecnicismi della linguistica…

(7.a.) L’es. dell’avv. Vitale «anche se piova, uscirò» — col cong. («piovA») a cui si appioppa il valore ipotetico — è invece decisamente artificiale, innaturale, marcato, idiolettale, sospettissimo per la grammatica tradizionale. La forma naturale è invece “anche se piove [ora], uscirò” oppure “anche se pioverà [dopo], uscirò”: il tutto proiettato al futuro riguardo all’uscire.

(8) L’aver «evocato Husserl» con la «intenzionalità della coscienza/coscienziale» come ha voluto puntualizzare l’avv. Vitale, per «giocare a carte scoperte», confesso sì, mi ha un po’ «sgoment[ato] in quanto “linguist[a] di professione», ma forse per motivi diversi da quelli a cui egli pensa, e fors’anche avrebbe sgomentato lo stesso Husserl…

(9) Che «la locuzione in esame con l’indicativo [“anche se piove, uscirò“] rischia di smarrire quel “mondo della vita” [11] che invece viene conservato e veicolato nel caso in cui la locuzione si affidi al congiuntivo [“anche se piova/piovesse, uscirò”]» — è l’assioma e l’apriori irremovibile che l’avv. Vitale. non fa che ribadire a ogni piè sospinto. Una congiuntiv-ite insomma cronicizzata e ahimè inguaribile.

(10) L’avv. Vitale riconosce sì che il «mutamento linguistico» è indizio della «vitalità di una lingua», ma fino a un certo punto. È infatti per lui «errore […] ogni scostamento dalla regola consolidata che sortisca l’effetto di depauperare o addirittura disperdere completamente (o parzialmente) il senso del discorso, di vulnerarne la potenzialità evocativa». Il congiuntivo sostituito dall’indicativo avrebbe per lui l’effetto di impoverire l’italiano. In realtà, l’analisi concreta, degli usi reali del cong. dipendente non impoverisce niente (e nessuno) e non rivela in italiano particolari valori semantici, ma ha valore stilistico, di uso informale. Vitale non riesce a cogliere la polimorfia semantica di una lingua, che non è mai monolitica, ma presenta infinite sfaccettature.

(11) Quanto alla «testa di Medusa» di Émile Benveniste del saggio del 1962 (ried. nei “Problèmes de linguistique générale” del 1966 e tradotto in italiano nel 1971), con cui l’avv. Vitale chiude il suo dire, quasi con un colpo di fioretto o di grazia finale, è solo un esempio di estrapolazione e manipolazione di chi non ha voluto/potuto cogliere il senso di tutto il saggio di Benveniste, fermandosi alla pag. 149.
Il saggio di Benveniste — divento didascalico — ha come oggetto la definizione dei «livelli dell’analisi linguistica». E con riferimento alla «frase», Benveniste ricorda che «la frase è l’unità del discorso» (p. 154), ovvero «è un’unità completa, dotata di senso e di referenza» (ibid.). In quanto «unità del discorso», fa ancora presente Benveniste, «le modalità con cui la frase si realizza [che] tutti riconoscono […] sono proposizioni assertive, interrogative, imperative» (ibid.). «Queste modalità non fanno che riflettere i tre comportamenti fondamentali dell’uomo che parla e agisce sul suo interlocutore per mezzo del discorso: vuole trasmettergli un elemento di conoscenza [asserzione], o ottenere una informazione [interrogazione], o intimargli un ordine [imperativo]» (ibid.). Da ciò si deduce che le frasi dipendenti al congiuntivo si caratterizzano proprio per non essere «unità complete dotate di senso e di referenza». E appunto il “congiuntivo” delle dipendenti indica che si tratta di frasi semanticamente non autonome, “dipendenti da”, “congiunte a” una principale (o reggente). E il valore del cong. dipendente a questo punto è solo stilistico, quale scelta informale del parlante.
Ma l’avv. Vitale è, ahimè, sordo a tutto ciò…

(Catania, 4 febbraio 2017)

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