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UNA METAREPLICA SUL CONGIUNTIVO

febbraio 1, 2017

BREVE METAREPLICA A SALVATORE CLAUDIO SGROI (autore dell’articolo: A proposito della congiuntiv-ite)

di Vincenzo Vitale

congiuntivo   Nella sua replica alle mie note sul congiuntivo, accusandomi sapidamente di soffrire di una specifica ed incurabile patologia – la “congiuntiv-ite” – Sgroi mi attribuisce prerogative e capacità che evidentemente non mi appartengono.

In particolare, Sgroi afferma che la mia posizione sul congiuntivo “ignora i diritti e la volontà dei parlanti non omologati”, ispirandosi ad un insegnamento grammaticale prescrittivista, definibile perfino “nazi-grammar”, e tale che condurrebbe ad “accusare di essere falsi credenti quelli che credono all’indicativo”.

Insomma, secondo Sgroi, io – preda inconsapevole di un ingenuo prescrittivismo di matrice scolastica, impregnato di inguaribile logicismo – avrei affermato che il credente che usi l’indicativo in realtà non crede: così arrogandomi la singolarissima prerogativa di saper leggere nel cuore degli uomini ed anzi avendo reperito in tal modo una spia sicura – nella specie di natura grammaticale – della mancanza di fede di costui: salutiamo qui perciò la nascita imprevista di una grammatica addirittura teologica ( benché di una teologia negativa), se l’uso di un indicativo vien giudicato sufficiente a rivelare la mancanza di fede di chi vi ricorra.

 

1)   Ora, innanzitutto l’accusa di propagare insegnamenti “nazi-grammar” mi pare alquanto fuor di luogo, in quanto ribaltabile a carico della tesi opposta: infatti, affermare che il congiuntivo esprime una modalità semantica – dotata cioè di un senso proprio, oggettivo e a tutti comune – è l’esatto contrario del ricorso alla “volontà di potenza” in cui si sostanzia la tesi opposta, secondo la quale il congiuntivo sarebbe null’altro che un trastullo dipendente dal capriccio estetico o stilistico dei parlanti, vale a dire del tutto consegnato alla volontà assoluta ed indiscutibile di chi intenda o non intenda usarne: questa sì dunque “volontà di potenza”.

Detto in sintesi: per la mia tesi, il congiuntivo gode di uno statuto ontologico dal punto di vista semantico, che va razionalmente conosciuto e riconosciuto e perfino argomentato; per la tesi di Sgroi, no, rimanendo esso dipendente dalla volontà arbitraria e insindacabile dei parlanti, che ne usano a lor capriccio per motivi estetici o stilistici.

E allora, qual è la “nazi-grammar”?  La tesi di natura razionalista o quella di matrice volontaristica?

Ancora più crudemente: il Fuhrerprinzip si fonda sulla ragione comune o sulla imperscrutabile volontà di qualcuno?

 

2)   Dire che io avrei affermato che il credente che usi l’indicativo non è un credente,  significa aver gravemente equivocato il senso della mia posizione.

Come accennavo sopra, non godo di questo potere divinatorio e se credessi di possederlo sarebbe davvero ridicolo.

In realtà, ho affermato qualcosa di profondamente diverso.

Ho affermato soltanto che il credente che usi l’indicativo non dice ciò che vorrebbe e potrebbe dire – cioè di essere credente in Dio e perciò fatalmente esposto al dubbio –  ma in alcun modo ciò implica un giudizio sulla fede o sulla mancanza di fede del parlante: e non si vede come si potrebbe pensare diversamente, se non, appunto, equivocando le cose, pur semplicissime, che ho affermato.

Non è neppur vero, come sostiene Sgroi, che il dubbio insito nel “credere” resti intatto anche con l’indicativo.

“Credo che Dio esiste” ( con l’indicativo ) non è un’affermazione incomprensibile; è semplicemente un’affermazione falsa o, meglio, autocontraddittoria o, se si preferisce un termine più dotto ma più preciso, enantiodromica ; e lo è nei limiti in cui l’esistenza di Dio viene data per certa da un indicativo, retto da un verbo – credere – che invece vuol significare unicamente che quella esistenza è soltanto possibile, forse probabile, ma comunque non certa, proprio perché creduta e non saputa .

Quella affermazione equivale a dire che dubito di una cosa certa: o sbaglio a dubitare oppure la cosa non è affatto certa. Tertium non datur.

Infatti, credere per un verso non significa sapere, e, per altro verso, significa non-sapere.  A costo di ripetermi poi, e reciprocamente, chi sa non ha bisogno di credere.

Ne abbiamo riprova considerando l’altra affermazione da me addotta e che Sgroi inspiegabilmente omette di prendere in esame: “so che Dio esista” ( con il congiuntivo) .

Questa affermazione non è falsa: prima ancora, è incomprensibile. E lo è perché il sapere, conducendo alla certezza, non tollera la dimensione della semplice possibilità fornita appunto semanticamente dal congiuntivo. E se il congiuntivo svolgesse unicamente una funzione esornativa – come predica Sgroi – perché mai non dovrebbe ammettersi il suo uso nella espressione appena citata?

Non è ammissibile solo in quanto non elegante? O perché non esteticamente o stilisticamente apprezzabile? Forse per scarsa eufonia?

Non mi pare proprio. Qui il congiuntivo non può essere usato per la sola ragione semantica che è incompatibile, in quanto modo della possibilità, con il verbo della reggente che invece pretende certezza.

Non per altra ragione. Si deve perciò ammettere che questa è una prova indiretta, ma oggettiva,  della valenza semantica del congiuntivo quale modo della possibilità.

 

3)  Ma andando appena più a fondo nella diatriba, occorre riconoscere che il nucleo tematico che divide la mia posizione da quella di Sgroi a proposito della valenza del congiuntivo è genuinamente filosofico e non strettamente linguistico.

Si tratta probabilmente di due opzioni fra loro incompatibili, anche se non ne sono certo.

Da un lato, Sgroi , il quale ritiene che il senso del discorso sia un prodotto dei parlanti e dell’uso quanto più possibile spregiudicato che essi facciano della lingua; dall’altro, io, che penso invece che il Senso sia preesistente ai parlanti, i quali hanno appunto il problema di trasmetterlo dopo averlo scoperto e custodito, pur arricchendone le potenzialità attraverso l’uso.

Ammetto con ciò l’importanza dell’uso per il mutamento linguistico; ma reputo che non tutti gli usi siano accettabili, ma soltanto quelli capaci di veicolare un Senso che non appartiene a nessuno dei parlanti, ma che si situa in mezzo e sopra di loro, consentendo che la comunicazione avvenga.

In questa prospettiva si comprende perché insisto: la grammatica c’è perché c’è il Senso e non viceversa. La grammatica serve a veicolare il Senso in modo universale e razionale e, dal canto suo, il Senso garantisce che nessuno rimanga tendenzialmente escluso dalla comunicazione ( “Nazi-grammar” ???? ).

Non sono peraltro convinto che questa mia posizione sia correttamente accusabile – come ritiene Sgroi –  di “logicismo”.

Infatti, non ho mai avanzato, in questo contesto argomentativo, neppure quale ipotesi, soluzioni di stampo deduttivista, come in ogni logicismo che si rispetti.

Il Senso infatti si dà e si lascia cogliere in piena libertà: a volte in sede deduttivistica come avviene, per esempio, nel sapere aritmetico ( ove l’aritmetica, secondo l’opinione di Gottlob Frege, non è che un ramo della Logica); altre volte, molto più frequenti, in sede a-deduttivistica e perfino anti-deduttivistica,  come avviene, per esempio, nel sapere poetico ( ove i nessi grammaticali risultano forzati o violati, allo scopo di accedere ad un Senso ulteriore e prima non percepibile).

Nessuno può pretendere di possedere il Senso – il Logos –  e tanto meno di produrlo: tutti di veicolarlo, scandagliarlo, interpretarlo, interrogarlo, approfondirlo, trasmetterlo…..

Anzi. La posizione di chi afferma che il Senso sia producibile dai parlanti mi pare oscillare fra il ridicolo e il tragico.

Ridicolo che qualcuno ritenga di arrogarsi davvero questo potere: sarebbe come dire che Edison produsse lui le cariche elettriche che servivano per illuminare le città, invece di riconoscere con la necessaria umiltà che egli, dell’elettricità, fu “l’inventore” – che vale lo “scopritore” – in quanto ritrovò in natura , dopo tempo e fatica ( il Senso è esigente…), quelle condizioni pre-date che egli genialmente seppe utilizzare  ( tacendo delle polemiche nate per i relativi brevetti) per ottenere l’illuminazione: egli non creò l’energia, ma seppe come canalizzarla.

Tragico, perché arrogarsi il potere di produrre il Senso è ciò che han sempre tentato di fare storicamente i dittatori e, in genere, i regimi politici antidemocratici.  Chiedo venia per la citazione scolastica, ma probabilmente nulla meglio di 1984 di Orwell mostra altrettanto bene questo aspetto: il Grande Fratello, dispotico tiranno, per prima cosa abolisce la lingua naturale, sostituendola con la Neolingua, la quale serve appunto ad abolire i nessi grammaticali naturali e l’etimologia delle parole, allo scopo puramente dominativo di soggiogare i sudditi, proprio  attraverso la produzione di un senso artificiale, preteso dalla volontà, che spodesti quello naturale, offerto dalla ragione.

In questa luce, l’accusa che più volte mi viene rivolta da Sgroi – vale a dire quella di muovere da una posizione assiomatica, cioè la natura semantica del congiuntivo quale modo della possibilità – mi sembra perda ogni consistenza per la semplice ragione che tale natura semantica , nella prospettiva da me assunta, non è affatto un assioma pre-dato e incondizionatamente accettato, ma il frutto di un  ritrovamento linguistico fra le innumerevoli varianti della grammatica.

Insomma, il congiuntivo esiste nella realtà dei parlanti, prima che nella mente o nelle ipotesi dei grammatici; e, se esiste e viene usato, si tratta di comprenderne il senso, le ragioni che lo sostengono e che lo differenziano rispetto alle altre modalità verbali della lingua.

Ebbene, una quantità non indifferente ( forse, addirittura, la maggioranza)  dei parlanti – nonostante le elucubrazioni dei linguisti – si ostina ad usare il congiuntivo per ragioni semantiche assegnandogli specificamente il valore della incertezza e della possibilità.

Sono tutti pazzi? Sono tutti incapaci di capire? Sono tutti come coloro che “non sanno quello che fanno”?  E perciò occorre il linguista, il solo capace di capire e di spiegare a questa massa di ignoranti ed incapaci come stiano davvero le cose  ( “Nazi-grammar”…)?

Non potrebbe forse esser vero – e lo domando sommessamente –  il contrario? Che sia cioè la massa dei parlanti a far capire al linguista il Senso del congiuntivo?

(14 febbraio 2017)

 * * *

Vincenzo Vitale, magistrato per diversi anni, oggi esercita la libera professione fra Catania, Roma e Milano. È stato docente presso l’Università di Catania, la Cattolica di Milano, quella di Piacenza, l’Università di Roma (Tor Vergata). Tra le altre cose ha pubblicato: per Sellerio, In questa notte del tempo; per Sugarco, Volti dell’ateismo. Mancuso, Augias, Odifreddi. Alla ricerca della ragione perduta e Diritto e letteratura, la giustizia narrata.

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