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OMAGGIO A PREDRAG MATVEJEVIC´ (con un estratto di “Pane nostro”)

febbraio 3, 2017

RICORDIAMO PREDRAG MATVEJEVIC´, scrittore e accademico croato scomparso il 2 febbraio 2017 con la pubblicazione di un estratto di una delle sue opere di più recente pubblicazione: “Pane nostro” (Garzanti – Traduzione dal croato di Silvio Ferrari)

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Pane nostro” è il frutto di vent’anni di lavoro. Quella del pane è una grande storia, ricca di sapienza e di poesia, d’arte e di fede. Abbraccia l’intera storia dell’umanità: dal giorno lontano in cui i nostri antenati si stupirono per la simmetria dei chicchi sulla spiga, fino a oggi, quando miliardi di esseri umani ancora soffrono la fame e sognano il pane, mentre altri lo consumano e lo sprecano nell’abbondanza. Sulle rive del Mediterraneo, dalla Mesopotamia alle tavole del mondo intero, il pane è stato il sigillo della cultura. Ha accompagnato, anche nella forma della galletta, della focaccia, del biscotto, viaggiatori, pellegrini, marinai. Si è ritrovato al centro di dispute sanguinose e interminabili: le guerre per procacciarsi il cibo, ma anche le lunghe controversie sul pane – lievitato oppure azzimo – da usare per la comunione. Perché il pane è anche un simbolo, al centro del rito eucaristico. E lo si ritrova, nelle sue mille varietà, in molte opere d’arte, dall’antico Egitto alla pop art. Raccontando questa saga sul pane, come nel suo “Breviario mediterraneo” Matvejevic ci parla di Dio e degli uomini, della storia e dell’antropologia, della fame e della ricchezza, della guerra e della pace, della violenza e dell’amore. Una saggezza spesso temprata nel dolore, ma sempre piena di speranza. Prefazione di Enzo Bianchi. Postfazione di Erri De Luca.

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1. IL PANE E IL CORPO

È nato nella cenere, sulla pietra. Il pane è più antico
della scrittura e del libro. I suoi primi nomi sono stati
incisi su tavolette d’argilla in lingue ormai estinte. Parte
del suo passato è rimasta fra le rovine. La sua storia
è divisa fra terre e popoli.
La leggenda del pane affonda nel passato e nella storia.
Si sforza di accompagnarli senza identificarsi né
con l’uno né con l’altra.
Il mattone servì da modello a colui che fece cuocere
la prima focaccia. In età di cui non si serba memoria o
testimonianza, terra e pasta vennero a trovarsi sul fuoco
l’una accanto all’altra. Il legame del pane con il corpo
umano si creò fin dall’inizio.
Resterà un mistero, forse per sempre, dove e quando
germogliò la prima spiga di grano. La sua presenza
richiamò lo sguardo dell’uomo e suscitò la sua attenzione.
La collocazione dei chicchi – il loro ordine all’interno
della spiga – offriva un modello di armonia,
di misura, forse anche di uguaglianza. Le molte specie
e qualità dei cereali stimolarono il senso della diversità,
della virtù, probabilmente anche della gerarchia.
Il grano nasceva in varie regioni del mondo. Le sue
tracce sono state rinvenute nelle pianure della «mezzaluna
fertile». Sull’Eufrate splendeva una stella chiama-
ta Anunit, mentre sul Tigri brillava la «stella Rondine»
– era diffusa la credenza che la loro luce contribuisse
alla fertilità della Mesopotamia. Le prime specie di cereali
comparvero nel Corno d’Africa, fra il Mare Grande
e il Mare delle Canne, a poca distanza da Axum,
dall’Asmara, da Addis Abeba. Sugli altopiani dell’Etiopia
e dell’Eritrea, dove finisce il deserto, il clima diventa
più mite, la terra si fa più umida. Nelle vicinanze nasce
il Nilo Azzurro, che finisce per versarsi nell’alveo
che divide con l’altro Nilo, quello Bianco, matrice comune
del prodigioso fiume. È una regione molto soleggiata.
«Il pane è il frutto della terra benedetto dalla luce»,
sono le parole del poeta.
Alcuni cereali furono introdotti in Egitto dal vicino
Oriente. Ma percorsero anche altre strade. Semi carbonizzati
sono stati rinvenuti anche nella parte occidentale
del deserto africano, nell’oasi di Farafra, su focolari
vecchi più di ottomila anni – un tempo qualcuno
deve aver seminato e mietuto anche là. Le tribù del
deserto si avvicinavano al Nilo tentando di restare accanto
alle sue sponde. Venivano dal Sahara, che un
tempo somigliava alla savana ed era solcato da ruscelli
dove i nomadi placavano la sete e si abbeveravano i
cammelli e le antilopi.
I beduini si fermavano nelle oasi e proseguivano la
loro via. Anch’essi sono più antichi della storia.
L’origine del pane accompagna la trasformazione
dei nomadi in stanziali, del cacciatore in pastore, di
entrambi nell’agricoltore. Gli uni si trasferivano da un
luogo di caccia o da un pascolo all’altro, gli altri dissodavano
le brughiere e aravano i campi. Caino si scontrò
con Abele. Il nomadismo spingeva all’avventura, la
stanzialità richiedeva una maggiore pazienza. Nei graffiti
scoperti sulle pareti delle grotte dove si rifugiavano
i nomadi prevalgono linee dal tratto lungo e spezzettato,
che sembrano partire da un punto e portare verso
un altro – da ciò che è sconosciuto a ciò che rimane tale.
I disegni delle popolazioni agricole tendono invece
a determinare uno spazio circolare e circoscritto, all’interno
del quale si può intravedere un centro, o forse
un riparo.
Le semine e i raccolti portarono alla suddivisione
del tempo in stagioni, dell’anno in mesi, settimane,
giorni. I sentieri abbreviarono le distanze. Capanne
vennero erette nel fondo delle valli, palafitte lungo i
fiumi. I solchi cambiarono l’aspetto dei campi. Le spighe
coprirono le loro distese.
Da una generazione all’altra, il paesaggio cambiava.

***

Il poema di Gilgamesh narra del pane assaggiato dall’eroe
Enkidu, abituato alla caccia e alla selvaggina:
Il montanaro che brucava l’erba insieme alle gazzelle e
lappava il latte dalle belve feroci, restò sorpreso quando
assaggiò per la prima volta il pane.

È stato lungo il cammino dal chicco crudo a quello
cotto, dalla farina alla focaccia. L’uomo che preparò il
pane era diverso dai suoi antenati.
Si era affacciato alla soglia della storia.
L’agricoltore osservava la terra arata aspettandone il
frutto. Sollevava lo sguardo al cielo temendo per il seme
che vi aveva gettato. Sia la terra sia il cielo erano
per lui un enigma. Germogliavano varie rappresentazioni
e diverse credenze.
«Il pane appartiene alla mitologia»: sono parole di
Ippocrate.
La divisione del lavoro ebbe origine dalla necessità. I
campi toccarono all’uomo, l’orto alla donna. Eva colse
la fatale mela nel giardino dell’Eden e la offrì ad Adamo.
Ma li colpì il castigo di Dio. Entrambi furono condannati
a mantenersi «con il sudore della loro fronte».
Lui dovette seminare e raccogliere, lei impastare e
cuocere.
«Le donne mescolano accuratamente la bianca farina
preparando la cena ai mietitori», sta scritto nell’Iliade.
L’autore dell’antico poema volle rimarcare nell’Odissea
la differenza fra quelli che mangiano il pane e
quelli che mordono i ramoscelli di loto – i «lotofagi»,
«barbari» che non sapevano neppure parlare a modo.
Gli uni salavano il loro pasto, gli altri no. Il ciclope Polifemo
non conosceva né il pane né il sale.
Secondo l’Antico Testamento, Gedeone ebbe la meglio
sui madianiti stimolato dal sogno di un suo soldato
a proposito del pane d’orzo: «Da un efa di farina
impastò dei pani di enormi dimensioni» e li lasciò rotolare
giù da una roccia verso l’accampamento nemico.
Pausania ha trasmesso ai posteri la leggenda dello
sconosciuto agricoltore che contribuì alla vittoria nella
battaglia di Maratona, a metà strada fra Atene e Caristo:
«Un uomo di aspetto e di abiti contadini» si avventò
sui persiani tanto più forti e numerosi, agitando il
vomere di un aratro e curvandosi all’altezza della vita
come un vero falciatore. Nessuno sapeva chi fosse e da
dove venisse, neppure l’oracolo di Delfi. Invece di rispondere,
l’oracolo pronunciò un sibillino ammoni-
mento: «Bisogna rispettare e onorare l’Ehetleo» – cioè
colui che tiene in mano l’aratro.
Sempre secondo Pausania, gli venne dedicato «un
monumento di marmo bianco».
Erodoto si servì dell’immagine della spiga e del grano
quando raccontò che Periandro, tiranno di Mileto,
aveva inviato un suo emissario a Trasibulo, signore di
Corinto, per insegnargli il modo più efficace di governare
i suoi sudditi: «Quando qualche spiga sorpassa in
altezza le altre, bisogna tagliarla e poi scartarla». Trasibulo
comprese il senso di quel consiglio ed eliminò i
più prominenti fra i cittadini di Corinto. Secondo il libro
del Genesi, anche il faraone sognò di spighe e di
pane: «Nel sogno c’erano tre canestrelli di pane bianco
sul capo». E vide altresì «sette spighe belle piene»
che venivano minacciate da quelle aride e rattrappite.
Giuseppe lo ammonì avvertendolo che dopo il periodo
dell’abbondanza la terra sarebbe stata colpita dalla
carestia e gli propose di far costruire degli enormi granai
pubblici per ammucchiare il frumento e poter avere
pane anche negli anni di fame. La spiga e il pane
passano così dalla realtà al sogno per tornare dal sogno
alla realtà. Trovando posto sia nell’animo sia nel
corpo.
Il profeta Isaia preannunciò un’epoca in cui «le spade
si sarebbero trasformate in aratri e le lance in falci».
Ma il cielo non ha esaudito le sue parole. La terra è rimasta
sorda al loro richiamo. La fede non è riuscita a
disarmare il guerriero. Il potere ha sostenuto più il soldato
che il mietitore.
E nonostante ciò, il pane è diventato parte del destino
umano.

(Riproduzione riservata)

© 2009, Predrag Matvejevic
© 2010, 2012, Garzanti Libri s.p.a., Milano – Gruppo editoriale Mauri Spagnol

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BIOGRAFIA DI PREDRAG MATVEJEVIC´

Risultati immagini per PREDRAG MATVEJEVIC´Predrag Matvejević (Mostar, 7 ottobre 1932 – Zagabria, 2 febbraio 2017) è stato uno scrittore e accademico croato.

Matvejević nacque a Mostar, allora nel regno di Jugoslavia e oggi nella Bosnia ed Erzegovina; suo padre, Vsevolod Matveevič, giudice a Mostar dopo il 1945, era di etnìa russa, benché nato a Odessa, in Ucraina; sua madre era jugoslava di etnìa croata. Emigrato in Francia nel 1991, dal 1994 al 2008 visse in Italia.

Insegnò Slavistica alla Sapienza di Roma dal 1994 al 2007, dopo esser stato docente di Letteratura francese all’Università di Zagabria e di Letterature comparate alla Nuova Sorbona-Parigi III. Fu consulente per il Mediterraneo nel Gruppo dei saggi della Commissione eurEopea durante la presidenza Prodi. Fu vicepresidente del PEN Club Internazionale di Londra, fu cofondatore nonché presidente del comitato scientifico della Fondazione Laboratorio Mediterraneo (oggi Fondazione Mediterraneo) di Napoli. Per la sua attività di scrittore ricevette numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero, fra cui il Premio Malaparte nel 1991, il Premio Strega europeo nel 2003 e il Prix du Meilleur livre étranger 1993 a Parigi. Il governo francese gli conferì la Legion d’Onore, il presidente della Repubblica Italiana gli attribuì la cittadinanza italiana e il titolo di Commendatore dell’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana.

Fu condannato da un tribunale di Zagabria a cinque mesi di prigione nel novembre 2005 per calunnia e ingiuria nei confronti dello scrittore Mile Pešorda

“Breviario Mediterraneo” ricostruisce in modo narrativo la storia “geopoetica” del Mediterraneo e dei paesi che vi si affacciano: considerato dalla critica come un “saggio poetico”, un “poema in prosa”, un “diario di bordo” o un “romanzo sui luoghi”, infine una “gaia scienza” secondo lo stesso autore, questo “libro geniale, fulminante, inatteso” secondo Claudio Magris è tradotto in una ventina di lingue.

“Epistolario dell’altra Europa” (ed. Garzanti 1992) riporta gli scritti in difesa dei diritti dell’uomo e, in particolare, degli intellettuali dissidenti di numerosi paesi dell’Est perseguitati dal potere (Sacharov, Havel, Kundera, Mandel’štam, Gotovac, Solženicyn, Brodskij, Sinjavskij, ecc.).

(Fonte: Wikipedia Italia)

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