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L’OPERA-OROLOGIO di Maria Antonietta Ferraloro (una recensione)

febbraio 6, 2017

L'opera orologio - Saggi sul Gattopardo“L’OPERA-OROLOGIO. Saggi sul Gattopardo” di Maria Antonietta Ferraloro (Pacini editore)

“Ceci n’est pas une critique”

di Marilina Giaquinta

Maria Antonietta ha gli occhi neri, profondi come il pozzo quando ci cali il secchio e la corda non ci basta mai, ci ha gli occhi di pece come la notte quando il cielo non si vuole addrumare di stelle per indurci a scaminare e sfrocoliare i pensieri e cercare la luce di dentro e non fuori di noi. Maria Antonietta sorride come l’acqua che piove dal cielo così fitta che alla fine se la guardi si infila negli occhi e sembra che ti sta piangendo. Maria Antonietta assomiglia tanto al suo Principe di Lampedusa, isola nell’isola, terra unghiuta che arratta lu cori di quelli che vengono sputati dal mare. A me piace studiare, stare tra i libri, anche a lui, meglio che tra le persone, che quelle si arricordano di te solo quando sei bellochemorto e non puoi più parlare. Scriveva sai? anche all’amore scriveva centinaia di lettere, scriveva lontano e amava e viveva nella scrittura. Scrivi, Mimì, scrivi che ti fa bene, scrivi che lo sai fare, mica sei il più fesso dei cugini, scrivi che altrimenti si scordano di quello che è stata la tua Sicilia, scrivi, prima che scompare, che la gente have la memoria corta quando ci conviene e troppi pinseri e per questo si scorda perché a quelli deve dare retta sennò non campa, scrivi, Mimì, parla della tua infanzia, della tua famiglia, del palazzo dove sei nato e dove volevi morire e invece ci hanno jttato le bombe che alla guerra non gliene frega niente della storia di questa terra, non gliene frega niente della fatica che ci è voluta per far arrinèscere la bellezza, scrivi, Mimì, che altrimenti quelli non la capiscono questa terra ammalorata e sdingosa, rapinata fino a lasciarla senza respiro, che pantaciata non s’arrende e arresiste, terra addolorata e chiangiuta e sborduta e spinnata, terra barbarìata e sprimuta, terra che cangia, eccome se cangia, non è vero che arresta uguale, non l’hanno capito cosa volevi significare, ci voleva sentimento per capirlo, ci voleva l’addunanza dell’anima, ci volevano gli occhi anniricati di Maria Antonietta che affunnano colpi nella bocca dell’anima quando parlano di quel picca che hai scritto, ci voleva la sua denzia, ci voleva l’amùri di Maria Antonietta che lei te lo sa spiegare chiaro chiaro, con le sue parole che ammusicano come poesia, e così lo capiscono tutti quello che c’è scritto nel tuo libro, terra che cangia, eccome se cangia, addiventano stritti e intorciniati e si arruppano i sanbenedica dei ladri che s’appattano e non s’ammucciano più come ‘na volta, s’accordano per spartìrisi la robba che tanto ce ne è per tutti, che qua la terra è ricca e generosa e tutti si sucano le sue minne di matri, e poi c’è il sole, ce li hanno gli altri il sole? No! Ce l’hanno il mare? Ma che ci devono avere quelli che stanno sempre affocati dal freddo!? E poi è un’isola, ci vuole tempo e una strada troppo longa per scendere fino a qui. E non c’è modo, non c’è più modo, si sono scordati anche quando dicevano che la questione era meridionale, non c’è più modo che le strade addiventano sempre più vecchie e si sbriciolano come la vasteddra di pane quando il tempo la intosta e diventa petra. Che di petra addiventò ‘sto cori di terra che abbatte quando vole, a volte così muto che pare che non c’è più.

L’orologio, ha ragione Maria Antonietta, questo gattopardo è come un orologio: se lo vuoi capire lo devi smontare, lo devi fare a pezzi, gli devi togliere tutti gli ingranaggi, a picca a picca, come quando spogli una femmina che ti piace ma mica lo puoi rompere, nossignore, troppo facile, accussì ch’arresta? Ci vuole pazienza per smontare un meccanismo delicato, ci vuole attenzione, ci vuole la cura di Maria Antonietta, ci vogliono gli anni che lei gli ha dedicato, le sere, le notti, ci vuole la memoria, ci vogliono mani leggere e liriche per scrivere come Maria Antonietta, altrimenti niente capisci, hai fatto solo un guaio e ti arritrovi sopra il tavolo tutte quelle rotelle e rotelline e molle mollettine, quei dentuzzi di scorfano che non s’incastrano e la panza dell’orologio sventrata, raputa e squartiata come il palazzo, eppure era aprile, era proprio una bella primavera quell’anno, bisognava impiegare il tempo in un altro modo, bisognava andare a passìare abbrazzati a naschiare l’aria ciaurosa che astòmmaca e imbriaca di tutti quegli sbocciamenti floreali non a buttare le bombe sulle città nuzzinteddre, bisognava abballare e fare all’amore, non accatervare le case di bombe che dentro ognuno ci avìa sarvato la vita, i ricordi, i libri, la storia, bisognava salvarla quest’isola non raderla calando la morte dal cielo, dal cielo deve cadere solo l’acqua del Signore, quella che fa bene alla terra e la rende fertile e madre, che di miseria ci abbasta la nostra, che non si può vivere sempre fujendo, riparandosi, partendo, migrando, che non siamo uccelli, perché anche loro poi finiscono col ritornare e anche loro si fanno il nido, anche loro qualche volta si arriparano dal cielo, che non si può vivere sempre avvolando. Ma la vita delle cose e degli uomini procede per conto proprio, il Principe lo sa, la vita va dove vuole andare e finisce sempre coll’andare verso la morte e noi che nel frattempo ci affanniamo, ci arruzzoliamo appresso il rovello del giorno, ci addomandiamo il perché e il perquando e il percome delle cose, arriviamo alla fine e non l’abbiamo ancora capito il senso della vita. E non ci aiuta neanche la Storia, questo il Principe lo sa e Maria Antonietta lo ripete: la Storia è una “fragile e aggrovigliata linea di un tempo umano” perché “solo ciò che accade in interiore homini ha peso”, il tempo non è altro che “l’oceano fragoroso dei singoli istanti” e vive “nella fragile bolla dei pensieri”, il tempo è memoria e la memoria è “la meridiana del senso”. Il tempo del gattopardo non si misura coll’orologio, che stranizza!: il tempo del gattopardo è solo, non è quello degli altri, è inficcato nella mente, non si fa misurare, non si fa contare, non ci abbastano i numeri, i gradi, i pianeti che furrìano, si divide e si moltiplica quando gli piace, se ne frega della Storia, anzi la Storia la allunga e la accorcia come una stiracallonga, una masticognola, perché al Principe la Storia serve perché di altro vuole parlare, la usa, la impasta come la farina collosa d’acqua, vuole contarci la sua di storia, vuole metterci in guardia, lancia la sua profezia, vuole dirci che se le cose continuano così siamo perduti, siamo senza speranza, che non dobbiamo permettere alle iene, a quel bestiario fituso che si sta pigliando tutto, che famelico e ridens si spolpa i pezzi di carne incarcassata dei cadaveri che lascia al suo passaggio, di assestarsi al potere, che siamo tutti condannati a morte, perché non ci sarà giustizia in questa terra dolente, se li lascerà saccheggiare e vincere e ammutolire dalla paura. Il tempo del Principe è finito ma è finito per tutti, non c’è scampo per questa terra che (se) accetta e subisce la mafia saracina dei nuovi coloni. Maria Antonietta ha un dono, un dono meraviglioso, quello che avevano le nostre nonne che per farci addormentare ci contavano le storie, e ci mettevano nella voce una musica dolce, leggera, che faceva sembrare bella anche la fiaba più terribile. La voce di Maria Antonietta che narra la storia del Principe solo, e che si sente chiara e forte leggendo le sue belle e poetiche parole, sembra quella del mare, la sera, d’estate, quando al tramonto, dopo avere schiumato per l’intera giornata, ed essersi arrotolato insieme alla sabbia tirata fuori dal suo abisso, si quieta e si allunga verso la riva, e lì pare si voglia fermare.

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La scheda del libro
L'opera orologio - Saggi sul GattopardoGiuseppe Tomasi di Lampedusa sosteneva che è possibile smontare un’opera letteraria esattamente come si fa con un orologio: osservare da vicino congegni e automatismi, permette di carpire i segreti del suo funzionamento. Tuttavia, puntualizzava anche che «in certe opere», nei testi dei grandi maestri, «si ha un bel smontare i meccanismi dell’orologio del genio, rimane sempre un ‘quid’ irrazionale». Il principe annota queste osservazioni nelle sue lezioni sulla letteratura francese, nei primi mesi del 1955, appena poco tempo dopo aver iniziato la stesura de Il Gattopardo. Anche se forse ancora non ne è pienamente consapevole – di lì a poco interromperà il romanzo; non è ancora certo di riuscire a completarlo –, ha condensato in questo paragone tutta la sapienza antica e istintiva dello scrittore di razza, del poiesis, ovvero di colui che è, nello stesso tempo, «creatore di mondi e di uomini». Lampedusa era ormai pronto a consegnare, ai suoi futuri lettori, tutta la misteriosa conoscenza dell’animo umano che aveva maturato nel corso di un’intera esistenza.

Il saggio prova a interrogare i testi di questo grande autore, soprattutto le Lezioni e gli epistolari, nel tentativo di riportare in superficie le segrete rispondenze che li legano al Gattopardo. L’intensa riflessione critica che Lampedusa affida alle sue dotte conversazioni letterarie gli tornerà infatti utile quando finalmente si deciderà a scrivere il romanzo.

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Risultati immagini per Maria Antonietta FerraloroMaria Antonietta Ferraloro insegna nella scuola secondaria di I grado. È dottore di ricerca in Storia della cultura e cultore della materia in Letteratura italiana. Collabora con il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania. Si occupa, inoltre, della formazione degli insegnanti di Lettere. È autrice del saggio Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo (Pisa: Pacini Editore 2014), molto apprezzato da pubblico e critica, che ricostruisce un periodo quasi del tutto sconosciuto ma rilevante della biografia umana e letteraria di Tomasi, e riconsegna un luogo nuovo alla mappa narrativa gattopardiana.

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