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IERI, EILEN di Fabio Izzo

febbraio 13, 2017

Pubblichiamo un estratto del romanzo IERI, EILEN di Fabio Izzo (Il Foglio letterario)

Non sapevano davvero di essere stati maledetti, o di rientrare in una maledizione più antica di loro. Vivevano inconsapevoli, a metà strada tra la felicità e la disperazione, in quell’equilibrio precario che a volte viene chiamato amore.
Così torniamo ora alla loro storia dove troviamo altri ambienti, altre situazioni di cui io posso solo essere gelosa. Momenti di felicità mai vissuti e mai visti. Solo empaticamente percepiti.
Una strada lunga, nulla di più semplice o simbolico.
Un autobus puntuale l’ora, cinquantacinque minuti di isolamento dal resto del mondo.
Camminano uniti dal freddo.
La neve li rende unici in questo panorama immacolato.
Sono come due macchie di colore che si espandono lentamente a passo d’uomo, in una marea che cade dall’alto in basso invadendo quello che, fino alla stagione precedente, era tutto verde.
Alberi, arbusti, cespugli, punti di riferimento resi egemoni dalla volontà verticale.
Lui guarda lei.
Eilen.
Non l’ha mia vista così bella.
Sarà per le guance arrossate e il naso congelato.
L’anima si stempera dalla bocca a ogni respiro.
Da qualche parte, in qualche bocca, si annideranno leggende sami o finlandesi che raccontano di come in certi momenti, il grande freddo riesca a rendere visibile l’anima che esce dal corpo.
Per molti si tratta solo del respiro, uno spiffero d’ aria calda che, uscendo dal corpo che si condensa andando a sbattere contro il freddo.
Ma se è così e non può che essere così, perdendo l’anima si muore.
Tutto ciò forse trova senso solo nella logica della magia del mondo.
Poi Eilen lo guarda.
E ogni tentativo di logica si perdere nell’attimo stesso della visione.
– Che pensi?
Lui vorrebbe dire tutto, ma proprio tutto.
Frasi come: “Vedo la tua anima innalzarsi al cielo. Ti ho vista bambina a scuola, andare in bicicletta, recitare in piedi tra i banchi di scuola la prima poesia, il primo pianto per una delusione inaspettata. Ha visto tutto questo, ma come si può riuscire a spiegare la teoria dell’anima? Ho visto te” risponderebbe, “com’eri un tempo in cui non ti conoscevo e ho compreso seguendo quale percorso sei diventata così bella e persa” ma poi riassume tutto:
– Penso a te.
– Ma sono qui.
– Fino a quando? – vorrebbe chiederle…
Tutto è destinato a sparire con la neve, c’è forse un’altra soluzione? Altre strade da prendere per perdersi nel bosco. Attimi di silenzio. Indecisione che si schianta contro l’avanzata perpetua dei fiocchi di neve. Una forza forse nuova per questo mondo abitato da gente abituate, forgiate da temperature inferiori allo zero che, forse, conoscono fin da bambini la storia dell’evaporazione dell’ anima. Ma una forza nuova applicata in ambiente perpetuamente dominato da energie consone può provocare quello che, comunemente, scambiamo per imprevisto ma che in realtà è magia.
Uno sguardo più un altro sguardo.
L’unione di due visioni.
L’insieme assoluto di una ampia veduta del mondo.
Dalla luna uno spettatore troppo interessato osserva tutto, abbastanza preoccupato.
– Qualcosa non va, sento delle arcane forze rimettersi in moto, sento puzza di zolfo e di squame di drago andate a male. Non è ancora venuto il momento di agire in prima persona, non posso permettermi di farmi notare troppo dalla dragonessa. Dovrei inviare te, Brzydal, mio caro amico a controllare cosa succede. Ma non qui, non ora, devi andare dove la femmina di drago sta volgendo il suo sguardo, dobbiamo capire cosa attira la sua attenzione.
Il ragno, compagno di sempre dello stregone reietto cominciò silenziosamente a tessere la sua tela, per andare dalla luna alla terra nello spazio e nel tempo e piomba lì, tra due betulle imbiancate che sovrastano la scena seguente.

– Passeggiare su un lago ghiacciato!
A rompere il ghiaccio così come il silenzio è proprio lei, Eilen che propone qualcosa di insolito.
– Cosa? Risponde lui.
– Hai mai passeggiato su un lago ghiacciato?
– No, dalle mie parti è difficile trovare laghi ghiacciati su cui camminare.
– Facciamolo allora!
– Ma tu l’hai già fatto…
– Sì
-E perché vuoi rifarlo?
– Perché voglio fare qualcosa di nuovo con te.
Si tratta di costruire un rapporto. Mettere basi Ancora non lo sa, lo comprenderà solo in seguito.
– Ma è sicura come cosa?
– Sì
– Sicura, sicura?
– Sì, dai andiamo!
Si incamminano tra boschi di altra natura e neve.
Il vero collante di questo mondo è la neve.
È dappertutto.
Lega la terra al cielo.
Collega mondi ed è un soffice cuscino dove appoggiare gli sguardi anche quelli più pesanti.
Il cammino è irregolare.
Sali e scendi.
Stradine che all’improvviso si aprono a dirupo per un nulla di qualche metro ma pure sempre pericoloso. Eppure è così che si cementano, che cominciano a legarsi. Appoggiandosi l’uno all’altra. Affidando la propria sicurezza a una persona che qualche mese prima non esisteva in nessun angolo dell’anima. Cominciano a esserci l’una per l’altra. Poi dietro una montagnola di neve, il lago. L’incrociarsi degli sguardi non si misura nel tempo ma nell’intensità. Non c’è clessidra, cronometro o orologio nucleare che possa cercare di esprimere quel valore.
Lui scende arrancando goffamente per primo, offrendo poi il suo instabile appoggio a lei. Nel suo dna c’è la roccia delle lontane cime irpine e sannite, scolpite dagli inverni della storia dei vinti, addolcite nel tempo dalla melanconia della consapevolezza acquisita della vittoria impossibile. Tra di loro c’era la distanza delle loro braccia allungate ma proprio alla loro fine si uniscono. Mano nella mano, In qualche modo, in questo modo, ce la fecero.
In lui si risvegliò il suo retaggio di gente dei monti che adoravano Mamerte e sconfissero l’impero più grande di tutti i tempi, e inoltre riuscì ad avere un contatto con la natura che mai aveva avuto prima. Lei era riuscita ad affidarsi a lui, il ghiaccio li attendeva. Un lago ghiacciato li aveva attesi. Dopo i primi passi incerti il silenzio venne interrotto:
– Di dove siete? Chiede una voce estranea, estranea alla loro improvvisata intimità.
Spiazzati entrambi rispondono a turno, non come una coppia:
– Italia.
– Polonia.
Bene, così nel caso posso avvertire le autorità di competenza
Lo strano interlocutore scomparse velocemente nel bosco, così come apparve.
Camminano sul ghiaccio che riveste il lago addormentato. Un’emozione nuova per lui, quanto per lei che ci è quasi abituata da sempre ma che mai l’aveva fatto mano nella mano con qualcuno. Quasi non si guardano, preoccupati per quella loro andatura incerta, osservano i piedi l’uno dell’altra, curano con lo sguardo il cammino incerto, a capo chino, poi quasi allo stesso momento si guardano, occhi negli occhi.
– Hai mai baciato qualcuno su un lago ghiacciato?
– No. Risponde lei.
– Un’emozione nuova.
Chiudono gli occhi, si cercano e si trovano.
Fa freddo. Le labbra sono intorpidite.
Al primo contatto è quasi dolore, quel quasi che ricorderanno per sempre.
Il loro primo bacio fa male ed è freddo, non è l’auspicio migliore.
– Ti ho fatto male?
– No, non tu, il freddo…
– Già, non è stata un’ottima idea.
– Ma è stata sicuramente un’emozione nuova.
Ridono, entrambi, sapendo che in fondo è tutto vero, solo tutto vero.
Camminano senza dire nulla.
Non sanno cosa dire.
Non hanno nulla da dire in realtà, non vogliono rovinare il momento, quel momento che è passato è che li ha segnati, sancendo l’inizio della loro unione.
Arrivano poi alla fermata dell’autobus.
Lei deve andare, rientrare.
Lui vorrebbe chiedere di fermarsi, ma non ha il coraggio, cosa penserebbe poi lei, dopo un bacio.
– Puoi anche andare, non devi star qui a prendere freddo.
– Se vuoi aspetto con te…
– No grazie, davvero, fa freddo e poi l’autobus arriverà tra dieci minuti…
– Sicura?
– Sì, poi voglio stare un po’ da sola.
– Ho detto o fatto qualcosa che non va?
– No, no…è che è tutto nuovo e strano per me, cerca di capirmi.
– Ok, allora io vado…
Si abbracciano e lui si allontana, girandosi più volte a guardare lei rimasta alla fermata dell’autobus. Tutto è nuovo e strano anche per lui, ma si sarebbe fermato volentieri, al contrario di quanto richiesto da lei, pensa mentre percorre il vialetto che lo riporta a casa.
Abita al primo piano, un pian terreno sollevato in realtà. La sua stanza è la terza a destra, dopo il bagno e la camera del tedesco. Apre la porta chiusa a chiave e si sveste. Infilandosi il pigiama per comodità e per tristezza. Saranno passati cinque minuti da quando l’ha lasciata e già si sente solo ma pensa che per lei non è così, vuole restare sola. Guarda fisso il panorama chiuso della sua finestra. Ha passato così tante notti a guardarlo che lo ricordo ancora ora a memoria, magari non alla perfezione, ma lo potrebbe disegnare malamente, in qualche modo per rendere l’idea del tempo così trascorso. La sua mente è la lapis peggiore dell’arte visiva. Passa e ripassa, calca e ricalca, lì all’estremo oriente c’era la fermata dell’autobus mentre a occidente risponde la pista da sci. Nel mezzo alberi. Ci sono più alberi che persone. Il silenzio è il padrone assoluto è costante di questo regno che viene violato solo dal suo sguardo spento. Senza di lui tutto ciò continuerà ad esistere, ma sarà un rito naturale per qualcun’altro. Altre radici poseranno qui il loro sguardo e faranno il nido ai loro pensieri. Tonf, è il rumore di un sasso che si infrange contro la mobilità del vetro. L’onda rumorosa diventa protagonista sovvertendo l’ordine delle cose. Tonf – Un sasso può cadere, fuggire dal tempo, due no. Qualcosa o qualcuno stava cercando di spezzare il ciclo torbido dei suoi pensieri. Si affacciò quindi. Anche a volo di rondine, vista dall’alto, nascosta dal suo cappello grigio alla parigina, la riconobbe subito. Era lei, Eilen, infreddolita e intimorita. La sua ricomparsa era una sorpresa, non so in quale lingua sorpresa corrisponde a dolce mistero ma quel linguaggio era quello che meglio scorreva tra lui e lei.
Apre la finestra:
– Ciao
– Ciao
– Posso salire?
– Che succede?
– Non è passato l’autobus e alla fermata c’era un ubriacone…ho avuto paura e ho pensato solo a venire da te.
– Certo, vieni, sali su.
La accoglie in casa, l’abbraccia, un po’ per il freddo e un po’ per la paura che prova lei. La guarda:
– Vuoi fermarti qui?
– Se non disturbo…
Non dice niente, l’abbraccia ancora più forte. Si abbracciano.
L’abbraccio e l’arma carica più potente del mondo, arriva lì, dove nessun’altra volontà esterna di penetrazione può inserirsi nell’intimo dell’essere umano,

(Riproduzione riservata)

© Il Foglio letterario

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Il libro

Questa è la storia di Eilen, che vuol dire ieri in finlandese. Una storia d’amore nata in Erasmus tra due giovani amanti persi e sperduti. Lui voleva fare lo scrittore, ma di lui non resta che qualche lettera. Lei rimane incinta ma perderà per strada, dietro a giovani sogni idealistici, il suo compagno di vita e il padre della figlia. L’amore qui non salva il mondo, l’amore fa paura e può assumere le forme di un drago e il diavolo può sempre metterci lo zampino. Per creare una vita, un mondo, una fabula, sono necessari tutti questi ingredienti. Anche il male, sì, perché non c’è, non può esistere senza il bene. L’alchimia della vita è una ricetta di miracolosi amori e rancorosi dolori figli del tradimento. Ogni cosa ha il suo prezzo, anche la felicità ha un costo altissimo, affinché qualcuno sia felice, qualcun altro deve essere infelice. Perfino la vita, quella che nasce strappando a morsi il cemento dai germogli, che porta i salmoni a morire, deve mantenere un equilibrio di distruzione.

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Fabio Izzo è nato nel 1977 e vive ad Acqui Terme, provincia di Alessandria. Polonista, ha insegnato italiano all’estero e ha tenuto corsi di scrittura creativa. Il suo penultimo libro, To Jest, è stato candidato al Premio Strega 2014 su presentazione di Predrag Matvejevic ed Elisabetta Kielescian ed ha vinto il XXXI Premio Letterario di Cava de Tirreni. Tra i suoi riconoscimenti letterati c’è un Grinzane Cavour, sezione dialoghi con Pavese (2009). Ha tradotto, in collaborazione con Emilia Mirazchiyska, la raccolta di poesie del poeta bulgaro Vladimir Levchev Amore in piazza, pubblicata in Italia da Terra d’Ulivi edizioni.

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