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MALANOTTE di Marilina Giaquinta

febbraio 14, 2017

Pubblichiamo la postfazione della raccolta di racconti MALANOTTE di Marilina Giaquinta (Coazinzola Press) firmata dal critico letterario Giuseppe Giglio

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Ho bisogno d’amore, amore, amore.

Giacomo Leopardi

Restano un preciso tono, una ben definita cadenza, una volta chiuso Malanotte. Resta cioè quella peculiare filigrana musicale che innerva questi racconti di Marilina Giaquinta: che qui si dimostra instancabile e sciamanica inventrice di parole per cantare la vita. E non a caso dico dell’invenzione e del canto. Perché la Giaquinta inventa parole nuove, specialmente ritessendo con felicità e leggerezza il lessico del dialetto siciliano, o rimettendolo in musica, per così dire: «Devo andarmene. Non ci sono finestre. Non ci sono odori. Solo buio. Buio stritto, buio mussuto, buio sconchiuduto, buio inaciduto, buio ammutoluto, buio inzallanuto, buio insalsato, buio accaniato, buio incalcato, buio spicato, buio arruzzolato, buio arrimbombato, buio inchiummato. Buio. Solo buio. Come ho fatto a entrare? Come ci sono arrivata? Dove sono? Forse è un sogno…», si legge ascoltando, o si ascolta leggendo, in Sogno, uno dei racconti più dolorosamente carichi di senso; senza trascurare, siamo ancora sul piano dell’invenzione linguistica, gli innesti stranieri, o gli esempi letterari della tradizione, lungo la feconda verticalità della nostra lingua. Quanto al canto, la Giaquinta (che è anche una poetessa, una narratrice in versi: diretti, onesti, vicini cioè agli uomini ed alle cose) sembra sgranare queste sue storie sulla scia degli antichi aedi: con quella loro essenzialità, con quella loro musicalità che la luce e il lutto di tanta umanità sempre riconsegnano. Di un’umanità più reale, più vera – nella finzione letteraria – di quanta nella realtà spesso non si scorga. Resta questa filigrana, dunque, intessuta di parole e di canto: forse la tara più curiosa, più ardita, di Malanotte.

Ecco, le parole e il canto: che qui si fanno simbiosi appropriata, se non necessaria; che qui si mutano in nitida lente d’ingrandimento sotto la quale si vedono scorrere vite e destini, donne e uomini immersi nel caos del vivere: tra violenza, odio, orrore, perfino (in Lamiere, per esempio; oppure tra le righe di Imbianchino). E come emergendo – queste vite, questi destini – da un mare di buio morale, da una notte che pare non possa finire, da un vivere vuoto d’amore. Si viene subito invasi, fin dal primo racconto (dal titolo emblematico), dallo strano buio, dalla notte innaturale di queste storie. Si sente subito l’odore acre del silenzio, dell’assenza dell’amore: in mezzo al rumore dell’ipocrisia, dell’indifferenza, dell’egoismo, della solitudine. Di quella solitudine, per dirla con Pirandello, che più si avverte quando si sta in mezzo agli altri. E la Giaquinta – che accarezza le parole, che ne solletica ciascuna, interna possibilità – maneggia con antica e febbrile abilità la sua tavolozza, come ubbidendo ad un’ossessione, ad un’urgenza: provare a dar consistenza ad ogni più piccola sfumatura di un brandello di vita o di uno stato d’animo, di un sentimento o di una condizione; provare cioè ad illuminare – e dal basso, se non da dentro – ogni momento dell’esistere dei suoi personaggi. Ben consapevole della sfida che il racconto (con la sua brevità, con la sua concentrazione, come ancor più accade nella poesia) impone: trovare le parole più adatte, riuscire ad infilarci anche un’intera vita, in un frammento narrativo, nessun frammento rimanendo isolato. E allora eccole, quelle sinfonie più o  meno traboccanti di parole, quelle danze più o meno impudiche di nomi, di verbi, di aggettivi: a farsi spie delle note nascoste, dei fiumi carsici, della storia narrata; ad agitare gli spettri, le carie, le ambiguità della vita dei personaggi; ad aprire una possibilità di bellezza, o un azzardo di rinascita. Come succede in Rifiuti: dove il lettore viene prima sedotto e trascinato nell’inferno di tanti che, pur ancora vivi, sono già morti, per poi essere magistralmente sorpreso dalla vita che non muore, e che ricomincia, malgrado tutto.

marilina-giaquintaUna voce originale, barocca, visionaria, questa di Marilina Giaquinta. Di un barocco e di una visionarietà che appunto passando attraverso la fervida invenzione linguistica, appunto nutrendo la musicalità di queste narrazioni dalla frase corta e dal pensiero lungo, lasciano un urticante  disagio, seminano dubbi e domande (spesso scomodi), emanano un’inquietudine di fondo: del vivere, per il vivere. Quella stessa inquietudine che chiede udienza  al lettore chiamandolo in causa, come in un gioco di intelligenza attiva: spesso lasciandogli immaginare quel che la Giaquinta volutamente non narra, elude, sottende. Perché in questi racconti la vita accade, direbbe Rilke: seppure e anche in mezzo a tanta irrealtà, a tanta follia. Ed è Rainer Maria Rilke (quel raffinatissimo compositore di storie, che tra i veleni e gli arcani del vivere sempre disegnava un fiorire di coscienza), il Rilke di Requiem, ad accogliere il lettore, subito dopo la copertina: «Noi abbiamo da imparare, quando amiamo, solo questo: lasciarci. Perché il tenersi, questo per noi è facile, e non c’è bisogno di impararlo». E se è vero, come è vero, che l’epigrafe custodisce l’anima del libro che accompagna, questi versi del grande poeta tedesco hanno in sé tutto Malanotte: così pieno di persone che si tengono, che tengono gli altri a sé, quasi sempre per avvantaggiare se stesse: ad ingozzare egoismi e desideri malati, sulla pelle di chi vorrebbe lasciarsi abbracciare dalla spontaneità, dalla gioia, dall’amore. Ma così piene, anche, queste storie, di un Dio che sembra non esserci. O, se c’è, che pare si ostini a barare con gli uomini.

«Uno scrittore non è mai innocente», scriveva Gesualdo Bufalino: quel raffinato e musicale e barocco puparo dell’esistenza. E la Giaquinta dimostra di saperlo bene anche lei, che uno scrittore, un poeta, non possono essere innocenti. Restituendola, la sua colpevolezza, in questo cruciverba di felice e maieutica retorica: con al centro uno straziato e disorientato personaggio-uomo. Un personaggio che a ciascuno di noi può somigliare, nel bene e nel male. Un personaggio che abita la vita, le sue paludi, il suo dolore. Un personaggio, anche, che cerca (e forse trova) un suo muro, un suo sostegno (e Muri si intitola uno dei racconti: riuscitissima e melodiosa metafora di un umano, umanissimo bisogno). Mentre il lettore conserva un’ultima domanda: se non valga la pena – una volta attraversata questa Malanotte – di continuare a crederci, alla vita, a «questo impossibile e riuscito colpo di dadi», per tornare a Bufalino; se non valga la pena – insomma, e pur e proprio in mezzo ad ogni bruttura – di subirli, i suoi (della vita) agguati: di bellezza, e d’amore.

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