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QUEL NOME È AMORE di Luigi La Rosa (intervista)

febbraio 16, 2017

QUEL NOME È AMORE di Luigi La Rosa (Ad est dell’Equatore)

Un estratto del libro è disponibile qui

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di Eliana Camaioni

C’è qualcosa di magico in “Quel nome è amore” di Luigi la Rosa (Ad est dell’Equatore, 2016): la capacità di resuscitare ciò che di immortale c’è nella bellezza, nell’arte, nelle vite straordinarie degli artisti che popolarono la stagione della migliore Ville Lumière. Così il presente scivola nel passato, senza soluzione di continuità, e la vicenda del protagonista (che a Parigi cerca Bruno, o il suo fantasma, per il tramite di un libro dimenticato in metropolitana) sfuma in quelle dei co-protagonisti di questo romanzo, costruito solo in apparenza a stanze che si rincorrono per le vie di Parigi e si nutrono a vicenda di arte e passione, nascendo l’una dall’altra, in una sequenza ininterrotta con la narrazione del presente: da Raymond Radiguet a Pablo Picasso, passando per l’incantevole Renée Vivien, Carlos Casagemas e Frédéric Bazille.
“Quel nome è amore”, che bissa il successo ininterrotto dell’apprezzatissima opera prima di Luigi La Rosa (“Solo a Parigi e non altrove”, Ad est dell’Equatore, 2014), consacra il suo autore a pieno titolo nella veste di chi, al pari dei coprotagonisti della vicenda narrata, diventa testimone di imperitura bellezza, per il tramite dell’amore universale.

– Come in “Solo a Parigi e non altrove”, anche in questo tuo nuovo romanzo evochi la bellezza e l’arte attraverso i luoghi, per ridar vita all’immortale: caffè, boulevard, quartieri e palazzi della Parigi moderna, in un’allucinazione onirica del protagonista, trascolorano verso il seppia e precipitano indietro nel tempo, e perfino i cimiteri diventano canale non di morte ma di vita eterna…
Sì, come sempre è il passato che diventa traccia, simbolo di bellezza, allucinazione. Credo che il compito della scrittura sia effettivamente questo: riportarlo in vita, restituirgli l’antico splendore, colmando i vuoti colpevoli della storia e riscattando chi non ha più voce in capitolo. E’ qualcosa che mi ha sempre affascinato terribilmente ed è forse la molla che mi spinge a scrivere.

– “Perché ora che il ragazzo ha un nome non riesco a chiamarlo in un altro modo, appartiene piuttosto alla dimensione degli amori sognati, quelle passioni che forse fanno più male giacchè sono le sole destinate a durare”: credo sia uno dei momenti più intensi di tutto il libro. Sei d’accordo?
Sono perfettamente d’accordo con te. In entrambi i miei due libri la dimensione del sogno, del miraggio e dell’immaginazione è talmente presente da sostituirsi spesso alla realtà, da mutare in allucinazione un momento concreto, da trasformare in fantasia pura un amore in carne e ossa. E’ proprio in questo contrasto tra ideale e veritiero che si nasconde il nucleo della mia ispirazione. Da sempre. Nella ricaduta dell’utopia sulla verità nuda e cruda dei fatti di ogni giorno.

– C’è un passaggio, a metà del libro, di cui ti sono molto grata: il riferimento agli attentati, poche ma precise pennellate di sangue e orrore, che non possono tacere sulle recenti e terribili pagine parigine…
Sì, il tentativo di conservare memoria e religione della bellezza non può e non deve farci chiudere gli occhi davanti all’orrore del tempo che ci tocca vivere. Un momento storico intriso di sangue, di incomprensioni, di facili giudizi, fanatismi e tornaconti economici camuffati da ideali religiosi. Non potevo ignorare quanto è accaduto a Parigi, quanto ha cambiato nell’intimo gli abitanti della città. Quanto, in qualche misura, ha ferito anche me, nel periodo più cupo della mia esistenza.

– Pagine al presente si alternano quindi a flash back d’autore, legati dal fil rouge della récherche di Bruno; eppure, se letti da soli, quei camei del passato sembrano vivere di una vita tutta loro, legati da un filo ancora più sottile e raffinato. Mi sbaglio?
Sì, la struttura di entrambi i romanzi – e li chiamo così perché questo vogliono essere, pur nella complessità dell’intreccio e del genere che sfiorano – si costruisce di questa tecnica dell’innesto che va dal particolare all’universale, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande. Il presente cui fai riferimento è quello dell’eterno presente degli accadimenti esistenziali, dell’eterno amare, dell’eterno cercare, dell’eterno errare, forse dell’eterno morire. Un tempo che traccia un cerchio di fuoco e tutti noi, in qualche misura, ne siamo dentro, prigionieri e carnefici.

“Era lui, spiego, si chiama Benjamin, ma non era quello che ero venuto a cercare. Finisce per mettersi a ridere. La fantasia degli scrittori, dice, e mi accorgo, da come mi sta fissando, che deve provare qualcosa di molto simile alla tenerezza”. Da scrittrice non sono riuscita a non amare questo passaggio: credi sia possibile raccontare a chi scrittore non è cosa sia quella fantasia, e lo scarto fra la realtà di secondo grado che ci abita e la vita reale comune ai più?
Gli scrittori siamo animali strani, forse un poco inadatti al vivere comune, siamo quelle creature di cui parla Oscar Wilde quando le descrive coi piedi nel fango ma con gli occhi rivolti al firmamento pieno di stelle. Ebbene, senza questa fantasia, senza un progetto impellente di bellezza, forse non esisteremmo neppure e sarebbe ben misera cosa il vivere. Era a questo che alludevo nel libro, a questa condizione che chi come me e te scrive riesce a comprendere benissimo: questo essere qui solo per creare, per raccontare storie. Tutto il resto diventa superfluo.

– Picasso e Casagemas “non sono una coppia, sono solo due amici. O forse non sono niente”.
La loro amicizia – che a volte ha rasentato l’amore, altre un odio strisciante e pericoloso – mi ha affascinato sin dal primo momento. Mi sono messo sulle loro tracce scoprendo una stagione di grande passione ma anche di profonde contraddizioni. E’ probabilmente il dramma di un legame sbagliato: quello di un autentico genio dell’arte (Picasso) ma anche di un uomo spregiudicato e spesso indifferente ai sentimenti per un amico completamente diverso da lui, dolce, cauto, ingenuo, tormentato e con un talento artistico assai più piccolo (Casagemas). Questo legame ha prodotto una ferita immensa, che è quella che ha ucciso il povero Casagemas. Entrare nelle motivazioni di questo rapporto è qualcosa che mi ha letteralmente riempito d’entusiasmo.

– La chiusa del romanzo getta la pietra nello stagno e trasforma un tabù in poesia pura. Trasmutazioni alchemiche che solo l’amore – quello alto, universale, che non ha sesso – è capace di compiere?
Sì, assolutamente. L’amore, se vero, non deve e non può avere sesso, è amore per l’altro in tutte le sue forme, le sue manifestazioni, i suoi bisogni, le sue ossessioni, ed è un sentimento, un bene, un desiderio che genera una straordinaria alchimia tra due anime che sembrano esistere solo per cercarsi e forse trovarsi. Quando i presupposti non hanno tale purezza, ciò che si verifica può essere tante altre cose, ma certamente non amore. L’amore, quello di cui scrivono i poeti, non deve avere limiti e ci situa in un punto che ci rende alti, luminosi, immortali, forse simili agli dei.

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Il libro

Tornare a Parigi per restituire un libro al proprietario, bello e giovane, intravisto in metrò. Questo il pretesto che dà avvio al viaggio del narratore. Il programma si stravolge però per alcuni incontri inaspettati che cambiano le rotte iniziali.
Da Raymond Radiguet, amante di Jean Cocteau e novello Rimbaud, morto precocemente appena baciato dal successo, a Renée Vivien, poetessa metafisica, approdata in Francia per sfuggire alla noia e al conformismo, a Carlos Casagemas, intimo amico di Picasso, animato dall’ambizione di divenire pittore ma finito tragicamente appresso a un amore impossibile.
Momenti che non si dimenticano, come l’incontro con Simone Thiroux, musa e amante di Amedeo Modigliani, madre del figlio che l’artista non ha mai voluto riconoscere.
Due le figure che chiudono il cerchio delle apparizioni: la scrittrice americana Djuna Barnes, impegnata a tradurre in letteratura la tormentata passione per la compagna Thelma Wood, e Frédéric Bazille, artista di grandissimo talento, falciato nella guerra franco-prussiana del 1870.
Sei ritratti che si lasciano dietro un mondo di meraviglia e di bellezza, un’eredità che dà voce al ventaglio di scoperte e colpi di scena che il lettore può seguire grazie ai percorsi e alle mappe che li dettagliano. Storie che compongono una formidabile guida dei luoghi d’arte e che fanno di Parigi una città senza tempo.

Cocteau attraversa rapidamente l’atrio del palazzo per risalire di sopra, ai ricordi di Raymond Radiguet disseminati per la casa, e senza smettere di pensarlo, senza smettere di figurarsi quelle pupille senza vita, compone la più toccante lettera d’amore che un uomo abbia dedicato a un altro uomo sul punto di andarsene. Torna, scrive, intingendo il pennino appuntito nella boccetta dell’inchiostro. Torna, mio spudorato, torna, perché Narciso non può morire.

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Luigi La Rosa: Messina, 1974. Da alcuni anni vive a Parigi, occupandosi di narrativa e di editoria. Per la collana Pillole delle Edizioni Bur ha curato diversi testi, tra cui L’anno che verrà, Pensieri erotici e L’alfabeto dell’amore. Ha collaborato con Touring Club alla Guida Verde di Parigi. Per Ad est dell’equatore ha pubblicato Solo a Parigi e non altrove.

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