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LA MALINCONIA DEI CRUSICH di Gianfranco Calligarich (presentazione ed estratto)

febbraio 17, 2017

Pubblichiamo una presentazione e un estratto del romanzo LA MALINCONIA DEI CRUSICH di Gianfranco Calligarich (Bompiani)

La storia di un uomo che cerca di avere un altro sguardo sul mondo attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica, percorrendo il Sud d’Italia e poi un altro Sud, quello dell’America.

Una storia vera. Una storia di padri e figli che è insieme un’epica saga familiare e un romanzo storico del nostro tempo, narrata con una lingua lucida e travolgente.

Quella dei Crusich è la storia vera di una numerosa famiglia vissuta lungo l’intero arco del secolo scorso con due guerre mondiali, rivoluzioni, guerre civili e altri sconvolgenti avvenimenti sotto i cicli della luna a fare puntuale compagnia alla terra ruotante solitaria nell’universo. Tutti i Crusich vivono nell’ombra di una tenace malinconia, una sorta di ineluttabile preventiva nostalgia della vita che rende le loro esistenze particolarmente avventurose e intense. Ombra che spinge il capostipite a navigare per i mari nella vana ricerca di un introvabile altrove per approdare all’inizio del Novecento a Corfù, dove metterà al mondo sei figli. Li seguiremo, soli o con le famiglie, in Italia durante l’acclamata nascita del fascismo, in Africa durante la fondazione di un breve e fragile Impero, in storiche battaglie su aspre montagne abissine, in campi di concentramento per lunghe prigionie sotto il sole dei deserti egiziani.
E poi di nuovo in Italia, a Milano, durante la faticosa ricostruzione della città uscita dalle macerie del secondo Grande Massacro Mondiale, a Roma nei movimentati, futili anni della Dolce Vita, in Sudamerica in cerca di vagheggiate fortune.
Fino all’ultimo dei Crusich che si imbarcherà a sua volta per una navigazione solitaria lungo le coste della terraferma, i soli luoghi dove forse poter trovare, protetti dal mare e dalla luna, la perduta bellezza del mondo.

* * *

La luna sull’acqua, la notte, e uno sguardo di malinconia che spazia sul mondo, la nostalgia per qualcosa che forse è stato perduto o forse non si raggiungerà mai. È il bagaglio che porta con sé Luigi Crusich, partito da Trieste per approdare a Corfù dove mette al mondo sei figli. Il primogenito, Agostino, sarà destinato alla luce dell’Africa e poi alla Milano fervente della ricostruzione; toccherà al figlio Gino Crusich (scritto tutto attaccato) cercare un altro sguardo sul mondo attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica, percorrere il Sud d’Italia e poi toccare un altro Sud, quello dell’America. Infine l’eredità della malinconia toccherà a Uberto Crusich, veterinario sul Lago Maggiore.

[Leggi l’approfondimento di Angelo Guglielmi su “La Stampa”].

 

Pubblichiamo, di seguito, le prime pagine del libro.

 * * *

PARTE PRIMA
NAVI DENTRO IL MARE

1.
FUGA NELL’EDEN

Un giorno di vento quando il mondo era ancora un posto
immenso, stupendo e semplice da vivere, in un pomeriggio
di febbraio dell’anno millenovecentouno, ventottesimo della
sua lunga vita, settantunesimo di quella ancora più lunga del
suo Imperatore, quattordicesimo prima di quel Primo Grande
Massacro Mondiale che lo avrebbe dichiarato disertore e
ultimo nella sua città dove non avrebbe mai più fatto ritorno,
un uomo con gli occhi grigi chiuso dentro un nero cappotto
da marinaio e brevi sorrisi che erano solo un balenare di denti
perennemente stretti si era imbarcato su una nave da carico di
ferro scura come il destino per raggiungere il porto di Massaua
dove non sarebbe mai arrivato.
In rotta con la famiglia da cui aveva scontrosamente ottenuto
la sua parte di patrimonio famigliare e dopo tre giorni e
tre notti trascorsi nella cabina della nave ormeggiata in porto
in attesa che il vento si placasse per salpare, il quarto giorno,
percorse le strade munite di corde agganciate a anelli di ferro
fissati ai muri delle case perché i passanti non fossero abbattuti
sui selciati, era salito sulla collina che dominava la città per
guardare il mare. Spinto dal vento, inseguiva furioso se stesso
vomitando relitti contro la costa ma con qualcosa, al largo, di
grigio e estenuato come se, sfinito dalla sua stessa furia, stesse
aggrappandosi alla linea dell’orizzonte. Allora l’uomo, cono-
scendolo e sapendo che solo il mare poteva placare se stesso,
aveva capito che quella notte la nave sarebbe finalmente partita.
Per cui con quella certezza, abbottonato dentro il suo vecchio
cappotto da marinaio, lo stesso che lo aveva accompagnato in
altri viaggi su altre navi sempre in cerca di qualcosa che non
sapendo cosa fosse non aveva mai trovato e, tra quelle navi, il
veliero della Imperiale Accademia Navale Asburgica con cui
era entrato a far parte di quella dura aristocrazia umana che
erano i doppiatori di capo Horn, era sceso dalla collina per fare
quello che doveva fare prima di partire.
Il vento continuava a spazzare la città quando, sempre aggrappandosi
alle corde lungo i muri come il mare alla linea
dell’orizzonte, aveva raggiunto il cimitero della città. Dove,
chino su una tomba ancora fresca di cemento e resistendo al
vento che gli investiva la schiena cercando di abbatterlo come
un irascibile proprietario della città deciso a difenderla anche
dal più infimo dei furti, aveva staccato dalla lapide la fotografia
di una giovane donna sorridente vestita di bianco servendosi
del suo coltello a serramanico. Poi, finito il compito e messa
la fotografia nella stessa tasca del coltello e sempre aggrappandosi
alle corde, aveva raggiunto il posto dove aveva deciso di
vedere per l’ultima volta se stesso nella sua città. Il grande caffè
pieno di specchi che lo aveva accolto con nuvole di sigari,
schiocchi di palle da biliardo e saluti a cui non aveva risposto,
non lo aveva visto fermarsi molto. Solo il tempo di bere lentamente
un lungo e caldo caffè austriaco tenendo la tazza con
due mani come un altro appiglio dopo le corde delle strade e
osservando con attenzione se stesso fra gli altri avventori riflessi
nel grande specchio istoriato sulla parete dietro il banco. Poi,
le mani riscaldate dalla tazza e fatto un cenno a un cameriere,
sempre senza rispondere a saluti aveva raggiunto la porta del
locale. Il vento la scuoteva come un gigantesco avventore deciso
a entrare anche scardinandola e era rimasto ad aspettare che
il cameriere, facendo forza sulle gambe e sulle braccia, prima
la aprisse e poi la richiudesse alle sue spalle. Quindi, sempre
afferrato alle corde, era tornato a battersi contro il vento. Fino
al porto.
Oltrepassati i cancelli lasciati spalancati dai guardiani chiusi
al riparo del vento dentro le garitte, aveva raggiunto i moli
passando sotto l’ombra di altre navi da carico che in attesa di
partire vibravano trattenute dagli ormeggi come grandi cetacei
di ferro impazienti di prendere il largo. Poi, salito sulla sua
e aggirate cataste di merci ben legate sul ponte, raggiunta la
cabina, era andato a stendersi nella cuccetta senza togliersi il
cappotto. Il corpo infreddolito e percosso dal vento. Addormentandosi
di schianto. Come abbattuto da una scure. Per un
sonno profondo come la morte in cui aveva sognato degli ulivi
e da cui era uscito qualche ora dopo come un lupo sarebbe
uscito da una foresta. Cauto. Mostrando i denti. Con lampi di
sole negli occhi. Era stato allora che, sentendo tutta la nave tremare,
era uscito sul ponte. Con calma. Guardandosi intorno.
Il grande cetaceo di ferro, avvolto dal buio di una notte senza
luna e ancora percorsa da lembi di vento, stava solcando il mare
aperto e la costa era ormai invisibile. Allora, rientrato nella
cabina con la stessa calma con cui ne era uscito, aveva acceso la
lampada che la rischiarava.

(Riproduzione riservata)

© Bompiani
© 2017 Giunti Editore S.p.A. / Bompiani

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Il libro

La luna sull’acqua, la notte, e uno sguardo di malinconia che spazia sul mondo, la nostalgia per qualcosa che forse è stato perduto o forse non si raggiungerà mai. È il bagaglio che porta con sé Luigi Crusich, partito da Trieste per approdare a Corfù dove mette al mondo sei figli. Il primogenito, Agostino, sarà destinato alla luce dell’Africa e poi alla Milano fervente della ricostruzione; toccherà al figlio GinoCrusich (scritto tutto attaccato) cercare un altro sguardo sul mondo attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica, percorrere il Sud d’Italia e poi toccare un altro Sud, quello dell’America. Infine l’eredità della malinconia toccherà a Uberto Crusich, veterinario sul Lago Maggiore.

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Gianfranco Calligarich, nato ad Asmara da una famiglia cosmopolita di origine triestina, è cresciuto a Milano per poi trasferirsi a Roma dove ha lavorato come giornalista e sceneggiatore. Ha firmato per la RAI numerosi sceneggiati, tra cui Storia di Anna, La casa rossa, Tre anni, Il colpo, Piccolo mondo antico. Nel 1994 ha fondato a Roma il Teatro XX Secolo. I suoi testi teatrali Grandi balene e Solo per la tua bocca hanno vinto il Premio Istituto del Dramma Italiano e il Premio Antonelli Castilenti. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate in città (Garzanti 1973, Premio Inedito, Aragno 2010, Bompiani 2016), Privati Abissi (Fazi 2011, Premio Bagutta), Principessa (Bompiani, 2013) e Posta Prioritaria (Garzanti 2003, Bompiani 2015).

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