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LA VITA SCONOSCIUTA di Crocifisso Dentello (un estratto)

febbraio 23, 2017

Pubblichiamo un estratto del romanzo LA VITA SCONOSCIUTA di Crocifisso Dentello (La nave di Teseo) – da oggi in libreria

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LA VITA SCONOSCIUTA di Crocifisso Dentello (La nave di Teseo) – un estratto del capitolo 3 (per gentile concessione della casa editrice)

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3.

Ogni volta che rincasava dal lavoro era come se si impegnasse a recitare la stanchezza. Non che non fosse realmente esausta, ma sentiva l’esigenza di esasperarne la rappresentazione. Nei suoi gesti casalinghi io non dovevo leggere nessuna tregua ma il filo di una ininterrotta fatica quotidiana.
Alle quattro del pomeriggio di quel giorno infausto varcò la soglia di casa ridotta a una poltiglia di nervi. Sul viso, come uno sfogo di orticaria, i segni di una collera mal repressa. Il viaggio in tram non era riuscito a mitigare alcunché. Eppure, per sua stessa ammissione, vedere sfilare pezzi di città dai finestroni opachi aveva su di lei il potere sedativo di uno psicofarmaco. Prendeva la 51 sotto casa per scendere davanti all’ospedale Niguarda, salire sul tram 4 e a bordo di quel serpentone verde scivolare fino al capolinea in piazza Castello e poi da lì, a piedi, aggirare largo Cairoli, attraversare Foro Buonaparte, lasciarsi alle spalle la stazione Cadorna e inoltrarsi in via Vincenzo Monti.
Era rassicurante per lei riconoscere ogni giorno i contorni dello stesso palazzo, l’insegna dello stesso negozio, i confini della stessa piazza. Le strade le erano familiari come corridoi di casa.
Così come era rassicurante stare pressata, sballottata tra i corpi appesi ai ganci, ad altre vite che sentiva imperfette – in un rimescolio di ascelle maleodoranti e di aliti cattivi, tra anziane
con le borse dell’Esselunga, studenti universitari con zaini Eastpak e impiegati con la ventiquattrore – che strappavano al suo destino la palma di infelicità che pure nei momenti di sconforto era solita attribuirsi.
Raccontava le sue ore di fatica con gli occhi di una che sta in gabbia, dentro a una condanna definitiva. Non era stata una scelta fare la domestica in un appartamento di un palazzo signorile di via Vincenzo Monti ma un ripiego obbligato nel naufragio delle nostre esistenze.
In quelle stanze estese e frigide si muoveva con una coreografia di gesti sempre uguali ma viveva un paradosso: le azioni collaudate, pur riprodotte ogni santo giorno, subivano sempre una variazione impercettibile e si presentavano ai suoi occhi come mansioni sconosciute. Ogni mattina gli umori e le bizze di chi le impartiva ordini slittavano sulle sue mani che, tremanti di rabbia trattenuta, perdevano quasi la memoria.
Quel giorno aveva dovuto subire l’ennesima rimostranza della signora. Signora, come la chiamava, signora e basta, come non avesse un nome e un cognome. La signora le aveva imputato, dopo che lei non si era fermata un attimo, che i ripiani della libreria fossero ancora disseminati di polvere. Invidiava la signora, capace di concentrare intorno a frivolezze e dettagli trascurabili l’asse della propria vita.
La soggezione salariale le bruciava da sempre come un acido sulla pelle, memore anche del nostro paleolitico di proletari combattenti. Un passato avvolto nella carta velina e lasciato impolverare in qualche recesso ma pur sempre un malessere fossile capace di rinnovare la ferita a ogni minimo sopruso perché è solo il presente che se ne va per sempre.
Le reazioni represse e i commenti inghiottiti, stipati nel suo sistema linfatico, si trasformavano una volta a casa in quelle urla isteriche che mi vomitava addosso.
Pulire i bagni di quei professionisti, con la loro erre arrotata di milanesi snob, era per lei il peggiore dei supplizi. Non poteva sopportare di affondare le sue mani nei loro sanitari, sfregare la ceramica dove quei bastardi pieni di soldi si lavavano le loro intimità, dove cagavano la loro merda immonda.
A lei era riservata ancora una volta la parte delle donne che hanno avuto la sfortuna di nascere con la speranza mutilata in una famiglia operaia: asservirsi, secondo la rotta dei propri bisogni, ai capricci fatui di chi naviga nell’opulenza.

(Riproduzione riservata)

© 2017 La nave di Teseo, Milano

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La scheda del libro
Milano, primi anni Duemila. Ernesto, cinquantenne disoccupato, reduce da un incontro sessuale con un gigolò arabo, rincasa nel cuore della notte e scopre la moglie Agata riversa senza vita sul divano. Il tragico evento è preceduto alcune ore prima dall’ennesima disputa coniugale perché Agata – costretta a lavorare come domestica per salvare il bilancio familiare – rimprovera al marito una colpevole rassegnazione.
Il lutto improvviso esaspera i sensi di colpa di Ernesto. Da anni conduce una doppia vita costellata da menzogne e tradimenti. Agata, siciliana dal carattere ribelle, ignora che il marito la tradisce con prostituti nel degrado di parchi pubblici e toilette di stazioni ferroviarie. Così com’è all’oscuro del terribile segreto che Ernesto custodisce, risalente al loro comune passato di rivoluzionari negli anni Settanta.
Scandito da capitoli che si accumulano come istantanee capaci di illuminare il nostro passato prossimo grazie a un particolare, un dettaglio, un’emozione, il romanzo attraversa la memoria intima e pubblica di un uomo che si mette a nudo in una confessione senza sconti. Crocifisso Dentello, alla sua seconda prova, racconta due vite perdute, un marito e una moglie offesi dalla Storia e dai sentimenti negati.

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Risultati immagini per crocifisso dentelloCrocifisso Dentello è nato a Desio, in Brianza, nel 1978. Ha esordito nel 2015 con Finché dura la colpa (Gaffi), romanzo che è diventato un caso editoriale grazie alla calorosa accoglienza della critica e dei lettori.

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