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LA DONNA DAI CAPELLI ROSSI di Orhan Pamuk (recensione)

febbraio 24, 2017

LA DONNA DAI CAPELLI ROSSI di Orhan Pamuk (Einaudi)

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Il caos dei sentimenti, quando imbocca la via del delitto.

di Anna Vasta

Il tema del Padre  è un tema della grande letteratura, un archetipo primordiale, di quelli che attraversano il sottosuolo delle più disparate culture e identità. Da Sofocle, a Shakespeare, da  Dostoesvskij a Kafka, sino a Orhan Pamuk, lo scrittore di Istanbul, Nobel della Letteratura 2006. In “La valigia di mio padre”( Einaudi, 2007) – un volumetto che raccoglie il discorso tenuto dall’autore a Stoccolma per il conferimento del prestigioso premio, insieme con due conferenze dello stesso anno – Pamuk, narrando del padre, intellettuale di formazione europea, di colte, raffinate letture, confessa lo sconcerto, l’imbarazzo di potersi ritrovare – “tremenda prospettiva” – figlio di un genitore-scrittore. Figura d’inquietudine inconciliabile con l’immagine familiare, protettiva, rassicurante della sua percezione filiale. Dal disagio di  una paternità fragile, per quanto stimolante possa risultare a un figlio che voglia affrontare il mare aperto dell’esistenza in spirito d’indipendenza e alterità, in parte i nodi irrisolti della sua introspezione di uomo, di autore, coscienza critica del proprio tempo, di romanziere “ingenuo e sentimentale”. Nel suo Bildungsroman La donna dai capelli rossi (Einaudi, 2017) ne costituisce un capitolo decisivo, non risolutivo – sin dal suo primo romanzo, Orhan Pamuk ricostruisce, come in un ciclico affresco, di quelli che raffigurano nelle volte e nei soffitti di palazzi e cattedrali le allegorie dell’umano, quel “vasto paesaggio” della vita, dove ogni lettore vorrebbe aggirarsi come in un museo,  guidato da uno sguardo implacabile, eppure lirico, sugli oggetti, sui personaggi, sulle vicende individuali e corali, sugli sfondi d’insieme.
Cem – il protagonista di una  moderna versione tragica del mito greco del parricidio, che conosciamo all’inizio del romanzo figlio adolescente di un dissidente colto di idee e ideali comunisti, laici, occidentali; un padre non presente, tanto da doverlo sostituire con una figura paterna autorevole e severa, Mahmut Ustat, il cavapozzi a cui il “il signorino”, viene affidato come apprendista, dopo l’abbandono del padre naturale – è un figlio orfano che sente l’assenza del genitore come perdita, colpa ed espiazione.
Il Mastro, padre elettivo, detta regole, impone divieti, è severo, quanto premuroso; a volte irrita, provoca disobbedienza, ma spesso rassicura. Affabula l’apprendista-figlio con le sue favole, intreccio di storie, di vissuti personali, di “leggende popolari” che attingono a un immaginario favoloso: quello islamico-persiano, asiatico. Dall’Oriente, visione vaga, di poesia ingenua, come degli antichi – l’educazione sentimentale di Cem è passata attraverso il Libro dell’interpretazione dei sogni, a cui ha attinto il mito di Edipo, il Viaggio al centro della terra di Jules Verne, i racconti di Edgar Allan Poe, raccolte di poesie, romanzi storici che narrano le gesta di temerari paladini ottomani -, il giovane apprendista è attratto come da un ancestrale richiamo della foresta.
A Öngören, un villaggio alla periferia di Istanbul, un  deserto dei tartari, ultimo avamposto di  una guarnigione militare in disarmo, luogo di  tenebre e di sconfinate solitudini, di  stelle cadenti e infuocati tramonti, di teatri-tenda popolari che mettono in scena tra uno sketch e qualche numero di danza del ventre, episodi dell’antiche epopee ottomane, Cem incontra la sua Giocasta, la donna dai capelli rossi, che ha quasi il doppio dei suoi anni e lo inizia all’eros. Qui, per la prima volta, il liceale, cresciuto sui miti greci del parricidio, viene a conoscenza di altri archetipi, quelli del figlicidio, dal Libro dei re di Ferdowsi, il poema dell’epopea persiana che rappresenta l’assassinio del figlio, Sohrab, da parte del padre, il re Rostam.
Ormai adulto, affermato ingegnere geologo a capo di un impero di imprese edili a cui ha dato il nome di Sohrab, il figlio ucciso dal padre che lo tiene tra le braccia insanguinate col dolente abbandono di una Pietà, Cem, cercherà nei suoi viaggi in Iran, in Russia,  in Europa, le varie versioni del poema di Sohrab. Immagini, miniature, incisioni che riproducano il dramma, nel tentativo di trovare un punto d’incontro tra il parricidio dell’identità occidentale e il figlicidio di quella orientale. Per realizzare che il padre asiatico non si lascia abbattere, anche quando si piega con amorevole compassione sul corpo straziato del figlio. La vista nella galleria Tret’jakov di Mosca di un dipinto a olio che raffigura Ivan il terribile nell’atto di uccidere il figlio, gli conferma il simbolismo del volto spietato del potere incarnato nella figura del padre dispotico – il Piccolo padre chiamavano lo zar nella Russia presovietica. E anche Stalin incarnava questo archetipo del padre spietato coi suoi figli dissenzienti. “Prima mandi il poeta al patibolo, poi piangi ai suoi piedi”. L’inconciliabilità tra i due miti, di Edipo che uccide il padre e Rostam che abbatte il figlio Sohrab, potrà forse essere ricomposta in una storia, dalla trama “vera e poetica come una favola antica”. Genuina come la vita vissuta, e familiare come una leggenda. Perché sono le leggende e i miti che determinano e intrecciano i destini umani.
Sarà a Enver, il figlio di Cem, nato da quella remota notte di iniziazione all’impero dei sensi da parte della donna dai capelli rossi, che quest’ultima affiderà il compito di scrivere il romanzo mancato del padre,  per placare in una forma, in un ordine – quelli della finzione letteraria -il disordine dei sentimenti, quando imboccano la strada del delitto.
Un romanzo, questo di Pamuk,  che procede nella prima parte con un respiro lento d’attesa come è del tempo giovanile, per poi spezzarsi e ingarbugliarsi nei grovigli delle pulsioni distruttive dell’età adulta.
Un romanzo dove pulsa un  cuore di tenebra: Istanbul, coi suoi smisurati notturni, i sotterranei tumulti dei suoi canali, gl’impenetrabili silenzi squarciati da spari e  rombi di morte, i tonfi abissali di un baratro dove l’antica Costantinopoli reitera, da un passato di splendori a un presente di miserie, il suo precipitare di secoli.
Un romanzo che riassume per summae, sistemi, stratificazioni, come in una ideale mappatura dello spirito,  i grandi temi dell’uomo: il mistero del vivere e del morire, la forza eversiva delle passioni, i tradimenti, le colpe, le altezze del bene e i precipizi del vizio.

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La scheda del libro

È bellissima, ha i capelli rossi come le fiamme e il fascino irresistibile dell’attrice che sul palco sa trasformarsi nell’eroina sensuale e perduta dei poemi. Cem è solo un umile apprendista quando la vede per la prima volta: non sa che da quel giorno anche la sua vita seguirà la traiettoria fatale e misteriosa delle tragedie cantate dai poeti. La donna dai capelli rossi è un romanzo d’amore e gelosia, sulle passioni dei padri e i tradimenti dei figli, il racconto febbrile di un’ossessione capace di cambiare il corso di un’intera esistenza.

Cem era un liceale nella Istanbul di metà anni Ottanta come tanti altri quando suo padre farmacista viene arrestato dal governo e torturato dalla polizia a causa delle sue frequentazioni politiche. Non farà mai piú ritorno a casa. Per aiutare la madre Cem andrà a lavorare in una libreria: è qui, tra i romanzi e gli scrittori che vengono a trovare il padrone della libreria, che Cem inizierà a sognare di diventare uno scrittore. Rimarrà sempre con questo desiderio, con questa fame di storie, anche se la vita ha in serbo altro per lui: quando la libreria chiude, Cem diventa l’apprendista di mastro Mahmut, un costruttore di pozzi. Tra maestro e allievo si stabilisce un legame profondo, e il ragazzo sente di aver trovato in Mahmut quel padre che da lungo tempo ha perso. Mahmut e la sua ditta hanno un nuovo incarico: scavare un pozzo in un paese nei dintorni di Istanbul. Ed è lí che Cem incontrerà l’attrice dai capelli rossi. Inizierà a spiarla mentre è in scena, indifferente alla tragedia a cui sta assistendo, concentrato solo su di lei, e poi nella casa dove vive col marito, per strada. Fino a quando l’ossessione erotica per questa donna piú grande di lui si trasformerà in un’unica, folle, indimenticabile notte di sesso. Cem non potrebbe essere piú felice: non sa che la sua vita cambierà per sempre e che il destino ha già iniziato a tessere la sua complicata, crudelissima, imprevedibile trama. Con la storia di Cem, personale e universale allo stesso tempo, Orhan Pamuk interroga i fondamenti letterari della civiltà occidentale e orientale, intrecciando l’Edipo Re di Sofocle con il Rostam e Sohrab di Ferdowsi per scrivere il suo romanzo piú sorprendente e fulminante, capace, con i suoi colpi di scena, di togliere il fiato a ogni lettore.

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Orhan PamukOrhan Pamuk è nato nel 1952 a Istanbul. Nel 2006 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Einaudi ha in corso di stampa tutte le sue opere e ha finora pubblicato Il castello bianco, La nuova vita, Il mio nome è rosso, Neve, La casa del silenzio, Istanbul, Il libro nero, La valigia di mio padre, Il Museo dell’innocenza, Altri colori, Il Signor Cevdet e i suoi figli, Romanzieri ingenui e sentimentali, L’innocenza degli oggetti, La stranezza che ho nella testa e La donna dai capelli rossi.

[Foto: © GettyImages]

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