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ENRICO MACIOCI racconta LETTERA D’AMORE ALLO YETI

marzo 3, 2017

ENRICO MACIOCI racconta il suo romanzo LETTERA D’AMORE ALLO YETI (Mondadori)

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di Enrico Macioci

Scrissi la prima, rapida stesura di Lettera d’amore allo yeti nell’estate del 2013. Lasciai il romanzo a maturare in un cassetto e lo ripresi nel 2014, lavorandoci per parecchi mesi. Poi lo misi di nuovo a nanna e lo recuperai nel 2015 (altri due mesi di lavoro). Infine c’è stato l’editing precedente la pubblicazione, nell’autunno del 2016.
Dall’estate del 2013 in poi ho scritto altro, ma credo che Lettera rappresenti una svolta nella mia narrativa. Da modalità ibride, dove la storia si mescola a inserti sociologico/filosofici (La dissoluzione familiare) o a una forte componente autobiografico/diaristica (Breve storia del talento), a una modalità che contempla solo la storia. Naturalmente nessuna storia può essere mai del tutto solo una storia. Ogni storia, nutrendosi del vissuto di chi la scrive, è una finzione spuria. Intendo però affermare che, con Lettera, ho imboccato una strada più decisa verso ciò che potremmo definire “romanzo classico”. Uso le virgolette perché so di calpestare un terreno minato. Cos’è un romanzo? E cos’è poi un romanzo classico? Di preciso non lo sappiamo. Provo a cavarmela così: il romanzo è un testo che fa muovere una serie di personaggi (al limite anche un solo personaggio) entro determinati ambienti e situazioni. Un romanzo inteso in senso classico – sempre per sommi capi – agisce senza tenere conto (o tenendo conto relativamente) dell’esperienza del postmoderno, delle avanguardie, del decostruzionismo, della teorie che hanno coinvolto molti intellettuali e romanzieri negli ultimi decenni. Cantastorie è forse il termine che meglio definisce ciò che cerco quando leggo, e ciò cui tendo quando scrivo. Uno che sembra parlare come si parla attorno al fuoco, inseguendo con le proprie parole una forma da offrire a chi lo ascolta – e al buio.

In genere, per iniziare una storia, parto da un’immagine o da un concetto che mi ronzano in testa già da tempo. Nel caso di Lettera la scintilla scoccò nel momento in cui due o tre concetti/immagini cozzarono fulminei: l’idea che un banale chiosco per le bibite potesse rivelarsi una sorta di valvola fra il nostro e un altro mondo; la visione di mio figlio piccolo che parlava con uno sconosciuto di alta statura presso una rete di cinta; il fatto che, ovunque e di continuo, spariscono moltissime persone senza più tornare.
Sebbene il libro esplori temi quali la perdita, l’elaborazione del lutto, la lotta fra Bene e Male e la fede (con sconfinamenti nel metafisico), non mi sono mai allontanato, scrivendo, dal lemon bar, dal bimbo che parla con lo sconosciuto e dall’eventualità di sparire. La scrittura di un romanzo si risolve in un curioso impasto di logica e irrazionalità. Da una parte occorre costruire, organizzare, tagliare, allungare, orchestrare; dall’altra però bisogna permettere che certi significati – spesso i più profondi – fluiscano liberi da quel mistero che noi chiamiamo, con ammirevole sintesi, inconscio. Se una storia funziona, a un certo punto i vari fili pendenti dell’inconscio si riuniscono in un tessuto, in un ordito. Si parlano, si chiamano e si rispondono; e così facendo conferiscono un tono e addirittura un senso al romanzo da cui provengono. E’ come se il significato di ciò che stiamo narrando ci attendesse al varco, non dietro la prima curva e nemmeno dietro la seconda o la terza, ma oltre, nella selva più fitta della narrazione. Potrei spingermi ad affermare che il motivo per cui uno si mette a scrivere un romanzo – investendo tempo ed energie su qualcosa che esiste solo nella sua mente – risiede nel desiderio di raggiungere una mèta: la mèta che quello specifico romanzo presuppone. Ogni mèta è però provvisoria, e fungerà da punto di partenza per il viaggio successivo. Ho sempre pensato all’opera omnia dei romanzieri, anche quando è assai vasta, come a un unicum – ciascun romanziere coltiva due, al massimo tre ossessioni; e ho sempre pensato che gli scrittori, magari bravi o bravissimi, che smettono di scrivere o di pubblicare lo fanno perché non sentono più il desiderio di mettersi in viaggio. La tecnica è sempre lì, intatta; ma viene a mancare lo scopo che spinge a utilizzarla. Scrivere un romanzo – impegnarsi a stare seduti ad un tavolo, in una stanza, per uno, due, tre anni, sbuffando e imprecando e soffrendo a causa di una mera fantasia – richiede qualcosa di simile a un atto di fede. E’ come tuffarsi in mare aperto senza che si veda l’altra sponda, con la speranza di raggiungerla perché si sente che l’altra sponda c’è. E’ questo sentire che vibra di speranza, la chiave.
Cosa sentivo, io, durante la stesura di Lettera d’amore allo yeti? Il romanzo, che fino a metà possiede i contorni di un’opera realistica, vira poi abbastanza brusco verso il soprannaturale. Eccetto alcuni tentativi compiuti in tenera età, non mi ero mai avventurato esplicitamente nel soprannaturale. E’ un ambito rischioso, ma percepivo quel sentire di cui sopra e ho proseguito a scrivere. E poi, con mia gioia, certi fili si sono congiunti fra loro e ho capito ciò che mi stava a cuore: non un chiosco stregato, non un bimbo con uno strano amico e nemmeno le persone che spariscono bensì tutte queste cose assieme, la loro somma; e la loro somma era lo yeti. Amo i simboli. Il simbolo è forse l’arma più potente di cui dispone la letteratura; è, assieme alla musica, ciò che di più vicino alla magia ha inventato l’umano. Un buon simbolo è un mezzo per trascenderci. Lo yeti, per la mia storia, mi sembrò un buon simbolo. E mi sembra tuttora che sia così.

(Riproduzione riservata)

© Enrico Macioci

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Il libro

Come si fa a sopravvivere quando la tua giovane moglie ti è morta accanto, una notte, andandosene in un istante e lasciandoti solo con un figlio di nemmeno sei anni? Riccardo non lo sa come si fa, ma in qualche modo ci sta riuscendo. Sono passati otto mesi da quando Lisa non c’è più, e padre e figlio si sono trasferiti per l’estate in una casa al mare, acquistata poco tempo prima della scomparsa di Lisa. Nicola è un bambino sveglio e sensibile, e ha una grande passione per lo yeti: è il suo argomento di discussione preferito, ne è affascinato e un po’ lo teme. Riccardo è tormentato da un sogno ricorrente, le sue notti sono agitate e gettano ombre sulla quiete del comprensorio in cui abitano. Che significano le ambigue considerazioni della signora Lepidi, un’anziana untuosa che pare al corrente di pericolose verità sull’identità di un comune vicino di casa, Teodoro Inverno, un uomo massiccio e solitario con cui Nicola si ferma per ore a chiacchierare, inspiegabilmente calamitato? Le giornate scorrono, nei ritmi quotidiani della villeggiatura. Nicola ogni pomeriggio partecipa alle attività organizzate da una giovane animatrice dell’hotel vicino. Riccardo lo sorveglia dai tavolini del Long John Silver, un bar sulla spiaggia gestito da Walter, col quale ha in comune una passione per Stevenson e per i discorsi filosofici. Intanto conosce Ismaela, una cameriera affascinante, che sembra nascondere un segreto. La speranza di una ritrovata normalità carezza la mente di Riccardo, ma la tenebra torna ad assediare la sua vita e quella di suo figlio. L’animatrice cui Nicola si era affezionato scompare all’improvviso. Ogni ricerca si rivela inutile e Riccardo scopre che in quello stesso punto sono già sparite quattro persone negli ultimi anni… Chi è l’individuo che appare in certi scatti fotografici e le cui mani hanno qualcosa di mostruoso? E perché ogni volta che passa accanto a un chiosco abbandonato a forma di limone Riccardo viene assalito da un brivido? Con un libro sorprendente per originalità e qualità della scrittura, Macioci si conferma uno degli autori più interessanti della sua generazione. Lettera d’amore allo yeti è un romanzo che sfugge alle classificazioni, un testo senza tempo, sospeso tra E.T.A. Hoffmann e Stephen King, spaventoso e lirico, capace di inquietare e sedurre con le sue atmosfere. Macioci riesce, con straordinaria efficacia, a tratteggiare i passaggi più oscuri dell’animo umano e al tempo stesso a raccontare con delicatezza il rapporto tenero ed esclusivo tra un padre e un figlio. 

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Enrico Macioci è nato a L’Aquila nel 1975. Si è laureato in Giurisprudenza, con una tesi in diritto tributario, e in Lettere moderne, con una tesi su Cuore di tenebra di Joseph Conrad. Ha pubblicato Terremoto (Terre di mezzo, 2010) e La dissoluzione familiare (Indiana, 2012) e Breve storia del talento (Mondadori, 2015). Collabora con “la Repubblica”.

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