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LA CASA DELLA MEMORIA E DELL’OBLIO di Filip David (un estratto)

marzo 6, 2017

Pubblichiamo un estratto del romanzo LA CASA DELLA MEMORIA E DELL’OBLIO di Filip David (Bordeaux edizioni)

Postfazione di Božidar Stanišic – Traduzione di Dunja Badnjević e Manuela Orazi

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Capitolo secondo

Dedicato al ricordo di mio padre
e alle sue visioni premonitrici

I miei primi ricordi raggiungono il lontano passato. Porto inciso nella memoria il volto severo ma onesto di mio nonno, rabbino polacco di Leopoli. Mio padre non aveva dato seguito alla tradizione di famiglia, apparteneva alla corrente degli ebrei istruiti che ripudiavano la tradizione, parlavano il polacco, il russo e il tedesco e si vergognavano della lingua yiddish, considerandola la lingua degli ebrei mitteleuropei più poveri. Conobbe mia madre per puro caso, durante un viaggio in Serbia. Lei era di famiglia sefardita. Sono quegli ebrei che furono cacciati dalla Spagna, la loro lingua era il ladino, un misto di spagnolo antico e parole slave. Suo padre aveva una bottega nella città di K. Era una famiglia numerosa, con nove figli. Al posto d’onore della loro casa, in un armadio dietro le ante vetrate, in mezzo ai piatti di porcellana, accanto alla menorah posta su un piedistallo di madreperla c’era una grande chiave massiccia, una vecchia reliquia di famiglia tramandata di generazione in generazione, attraverso il nonno, il bisnonno e oltre: la chiave del portone della casa di Siviglia, da dove i Berah, miei antenati da parte di madre, erano fuggiti, scacciati dalla minaccia dell’Inquisizione e per ordine della regina Isabella. La chiave era stata conservata come una reliquia ormai pallida della Spagna, ricordo di un’antica saga familiare. È la storia del giovane Simon Berah, che dopo un naufragio approdò sul suolo del Mediterraneo dove si unì a un gruppo di pellegrini. Durante il viaggio con i pellegrini, da un santuario all’altro, ascoltò racconti fantastici e visse una serie di avventure. Nella nostra famiglia queste storie si trasmettevano per via orale come un lascito in cui gli eventi reali si intrecciavano con le allegorie cabalistiche. In realtà narravano di un lungo girovagare, di esilio, di nomadismo, della vita che sempre ci ammonisce che siamo solo ospiti di un mondo estraneo.
Mio padre e mia madre s’incontrarono negli anni Venti del secolo scorso e, come spesso stabilisce il destino, un incontro casuale a una festa di famiglia decise della loro vita futura. I matrimoni tra aschenaziti e sefarditi non erano frequenti. Gli aschenaziti, com’era il caso di mio padre, erano rappresentanti dell’aristocrazia ebraica, mentre i sefarditi, che erano stati orgogliosi membri della cultura spagnola, col tempo erano diventati i tipici poveracci dei Balcani, i giudei.
Attraverso la sua rete familiare, mio padre era parente del famoso Houdini, il cui vero nome era Ehrich Weisz. Ehrich era uno dei sei figli del rabbino Mayer Weisz. Il grande illusionista aveva perfezionato l’arte della fuga dagli spazi chiusi, della liberazione dalle catene, un’abilità che sconfinava nell’impossibile. Spesso mio padre, scherzando, ma più avanti del tutto seriamente, affermava che tutti i Weisz condividevano questa capacità.
Un cugino stretto di mio padre fu chiamato Ehrich dal nome del celebre illusionista. Questo cugino fu uno dei pochi della famiglia Weisz a sopravvivere all’Olocausto, ma in seguito di lui si perse ogni traccia. Secondo alcune voci non verificate, dopo tutto quello che aveva vissuto era finito in un ospizio per malati mentali.
Nel 1937 mio padre tornò da un viaggio d’affari in Austria e in Germania molto preoccupato. Hitler aveva già conquistato il potere, i nazisti avevano promulgato le leggi razziali. Non era possibile fermare gli eventi che sarebbero seguiti.
Mio padre diceva che il mondo intorno a noi si stava chiudendo e stava diventando pericoloso e che lui, capofamiglia, doveva inventarsi un modo per preservarci e proteggerci. La sua immagine di un mondo ordinato si era frantumata. In un mondo regolato da leggi naturali e sociali tutto quello che stava accadendo non sarebbe stato possibile. Vedeva chiaramente il male che si avvicinava con una terribile accelerazione. Un mondo che si riteneva essere regolato, possedere determinati indiscutibili valori, stava per crollare, per scomparire. Il male si propagava con grande velocità, non c’era quasi il tempo di prendere una decisione. Tutto si era capovolto improvvisamente. Molti non capivano né come né perché.
La nosta vita è legata a tutte le altre, anche quando non vogliamo. Il mondo intero è un grande libro composto da molte parole e queste parole si sono mischiate. Colui che ha saputo leggere i veri, sostanziali significati, ha potuto anche prevedere tutto l’orrore di quello che stava per avvenire. Il dottor Freud definiva tale stato “la terrificante normalità del male”. Cito, non a caso, questo dottore. Il cognome di mia nonna era Freud ed era la beniamina del famoso psicoterapeuta viennese.
Mio padre cominciò a tentennare. Forse aveva creduto troppo nella razionalità del mondo, aveva forse rinnegato con troppa facilità i mistici racconti dei suoi antenati? Era sempre più evidente che il mondo non era governato da forze razionali, ma irrazionali. Si correva inarrestabilmente verso la catastrofe, verso gli eventi più terribili che coloro che erano dotati del “terzo occhio” già vedevano: esecuzioni, stermini di massa, separazioni di intere famiglie nel viaggio verso le fabbriche di morte. Giuro su tutto quello che ho di più sacro che mio padre aveva visto, nelle sue visioni premonitrici, gli eventi che sarebbero accaduti. Grazie alla potente capacità di lettura degli avvenimenti futuri, scopriva strato dopo strato il significato di quello che stava accadendo, scopriva il futuro che si nascondeva nel presente. Diceva, a me e a mia madre, con una convinzione sincera, con disperazione o speranza, che oltre al nostro mondo esistono altri mondi, segreti, nascosti, che oltre a questa vita esistono altre vite in dimensioni parallele.
Eliah all’epoca aveva solo due anni. Non capiva ancora in quale mondo stesse entrando. Nemmeno io lo capivo del tutto. Con i miei sei anni ero convinto di appartenere già al mondo degli adulti. Mio padre diceva con orgoglio che di me si poteva fidare, il che è importante in tempi bui e pericolosi. Avevo accolto quest’affermazione come un grande segno di approvazione.
Eliah, mio fratello, era affidato alle mie cure. Gli volevo molto bene. Ci avevano insegnato che noi due eravamo come uno solo, che come fratello maggiore non dovevo mai lasciarlo solo, abbandonarlo nel pericolo, che dovevo insegnargli tutto quello che è importante sapere nella vita. Avevo preso molto sul serio questo compito. “Il mio piccolo grande fratello”, sussurravo sporgendomi sul suo lettino, facendolo addormentare. Eliah era così delicato, quasi etereo, aveva appena iniziato a pronunciare le prime parole. Dicono che i bambini che parlano più tardi siano più vispi, più saggi degli altri bambini, misurano e valutano e quando cominciano a parlare lo fanno in modo maturo e intelligente.
Guardavo comunque il mondo con gli occhi di un bambino, credendo ingenuamente che esistesse solo ciò che mi dava sicurezza: i miei genitori, i parenti, gli amici, mio fratello Eliah, gli oggetti che potevo toccare, l’alternarsi dei giorni e delle notti, l’alternarsi delle stagioni.
La preoccupazione di mio padre, sempre più evidente, il suo umore sempre più cupo e le sue frasi smozzicate sembravano il comportamento di qualcuno che pian piano stava perdendo il contatto con l’ambiente in cui vivevamo per trascinarci in un’avventura oscura, separandoci dalle cose note e comprensibili, dal mondo che ci apparteneva e a cui appartenevo. Quel suo comportamento al ritorno dal viaggio a Vienna e a Berlino avvelenava davvero la mia anima con la paura, la paura dell’ignoto. Anche oggi mi afferra un malessere insopportabile quando mi tornano alla mente quei giorni: il mio adorato padre, in cui credevo ciecamente, era precipitato all’improvviso in una specie di follia, mentre io vivevo nella pericolosa illusione della saldezza e immutabilità del mondo visibile nel cui grembo mi trovavo.
Ero troppo giovane, ancora inesperto per giudicare la sostanza di quel cambiamento, visibile non solo a mia madre e a me, ma anche a coloro che ci erano vicini.
In realtà, tutto derivava dalla preoccupazione per la nostra sopravvivenza. In una situazione di vita complessa, quando, prima di molti altri, aveva capito che era apparsa una crepa che si allargava e diventava un baratro da cui sarebbe venuta un’oscurità di dimensioni apocalittiche, mio padre si dispose a proteggerci, il che era indubbiamente suo dovere, cercando di trovare un luogo sicuro, lontano e riparato da qualunque minaccia. Ciò che a molti tra qualche anno sembrerà la negazione di tutto ciò che è umano lui all’epoca lo vedeva molto chiaramente e di certo la sua non era una banale inquietudine, una semplice preoccupazione, piuttosto era uno sbigottimento interiore, un panico che non riusciva ad arginare né ad arrestare. Se la follia è ciò che viene descritto come discordanza con “l’esperienza della sana ragione collettiva”, allora lui era folle. Ma cosa rappresentava questa “sana ragione collettiva”? Nient’altro che una pericolosa illusione. L’unica ossessione di mio padre, chiamiamola pure un’ossessione da folle, era salvarci, liberarci da ciò che nel tempo a venire ci aspettava di certo.
Cosa potevano fare e cosa hanno fatto quei pochi che avevano una chiara visione dell’Armageddon in arrivo? C’è la storia, del tutto vera, di un padre malato di preoccupazione che aveva cominciato ad avvelenare i propri figli, prima con una piccola quantità di Zyklon B[1], per poi aumentarla gradualmente perché i piccoli diventassero resistenti al gas letale. Come aveva fatto quell’uomo attento, qualche anno prima che questo gas velenoso venisse utilizzato, a sapere che proprio questo gas sarebbe diventato un mezzo insostituibile di sterminio di massa? Eppure lo sapeva, aveva la visione. Aveva un’ispirazione. Alcune persone hanno il dono di vedere le cose prima che si verifichino con tale chiarezza e convinzione come se si trattasse di qualcosa che non è il futuro, ma è presente.
Non c’erano scelte. Bisognava scegliere un modo innocuo ma sicuro per sparire. Per sottrarsi al pericolo. Ammetto che mia madre e io eravamo increduli rispetto alle idee di mio padre sui modi di diventare invisibili o tanto piccoli da non essere notati. Mia madre diceva, un po’ per scherzo un po’ sul serio, che il ridursi fino a non poter essere notati, anche nel caso che avessimo scoperto il meccanismo di una tale trasformazione, sarebbe stato comunque un gesto pericoloso. Ci avrebbe esposti a nuovi pericoli, per esempio qualcuno avrebbe potuto calpestarci, casualmente o intenzionalmente. Il pericolo, dunque, persisteva. Mio padre si irritava perché nelle parole di mia madre, oltre all’incredulità, notava anche il risultato di un sano modo di ragionare che per lui era un comportamento assurdo, ma anche stupido in un momento in cui la sana ragione non esisteva più.
Molto tempo dopo mi sono convinto che in realtà nella vita tutto è possibile e che spesso i fatti più complicati sono contemporaneamente anche i più semplici.
Sparire si può in vari modi. Uno di questi è diventare qualcun altro. Fino a ieri eri Albert Weiss e da oggi Albert Weiss non esiste più, ma un altro con un altro nome, del tutto ben inserito nel mondo alla rovescia. C’eri e non ci sei più. Nella mia coscienza di bambino questa mi sembrava una cosa terribile, spaventosa. Significava perdere tutto ciò a cui tenevo: i genitori, gli amici, me stesso.
Dopo, ma non molto più tardi, in molti hanno sperimentato una forma di sparizione diversa. Il viaggio senza ritorno nei camini roventi di Auschwitz. Il limite estremo di un mondo portato all’annientamento totale.
Mio padre tuttavia per sparizione intendeva qualcos’altro: assenza, non presenza, invisibilità. Credeva nel potere della mente e nella forza delle parole. Oggi sappiamo con certezza che il nostro mondo non è materiale, lo dimostrano gli scienziati e le leggi della fisica, sempre più complesse, che arrivano al midollo e alla sostanza della cosiddetta realtà. Oggi noti fisici riconoscono di non avere quasi nulla di cui parlare tra loro, mentre intrattengono colloqui con noti mistici. La fisica ha superato i confini del comprensibile ed è entrata nel campo della metafisica. Quello che oggi viene dimostrato con gli apparecchi più sofisticati, alcune persone elette, i mistici, lo sapevano e lo dimostravano con l’intuizione. È scientificamente provato che esistono diverse forme di sparizione, dimostrabili in modo teorico, e mio padre cercava di realizzarne un’applicazione pratica. Il fatto tragico è che era molto avanti rispetto ai tempi in cui viveva.
Mentre nel mondo si diffondeva il panico e in molti paesi venivano promulgate le leggi razziali, noi stavamo seduti in una camera oscurata alla stregua di vittime sacrificali nell’attesa impotente dei loro boia. Ma così poteva apparire solo a chi ci osservava da fuori. Essere padroni di noi stessi fu una delle prime lezioni. Lavoravamo sulla nostra propria trasformazione e sul cambiamento della realtà in cui vivevamo. In verità, l’obiettivo che nostro padre si era proposto era l’ottenimento di uno stato di coscienza superiore.
– Con il controllo della mente – diceva mio padre – si può dominare ciò che si vede con l’occhio interno. Il che significa passare in altre dimensioni della realtà in cui si può trovare un riparo sicuro, dove si può essere al sicuro, nascosti, invisibili, assenti dal mondo in cui per noi non c’è più posto e dove siamo alla mercé della pietà o crudeltà di qualunque canaglia.
Nella stanza completamente oscurata mio padre accendeva una candela. Con gli occhi fissi sulla sua fiamma, pronunciavamo i versi della poesia Quando la paura è come un macigno, dell’antico poeta spagnolo Shem-Tov ben Joseph ibn Falaquera.
Se la memoria non m’inganna, questi erano i versi:

Quando la paura è come un macigno
Io divento un martello
Quando la tristezza diventa una fiamma
Mi trasformo in mare
Quando ciò accade
Il mio cuore acquista forza
Come la luna che brilla di più
Quando ricopre tutto la notte nera.

Col tempo diventammo pratici nel cercare le strade per passare da una realtà a un’altra. Se ci fosse stato più tempo, forse un simile viaggio l’avremmo anche realizzato. Avevamo comunque sempre in mente l’ammonimento che era anche possibile sparire in uno dei mondi sconosciuti e inesplorati, essere inghiottiti una volta per sempre. Per questo imparavamo come mantenere il collegamento con questa realtà, da cui volevamo temporaneamente difenderci attraverso determinati simboli, lettere e segni.
Nel libro del mistico della Kabala è scritto: Alzarsi in volo è gioia, ma prima di farlo bisogna sapere come atterrare di nuovo.
In tutto questo mi sono dimostrato un alunno perfetto. O forse sarebbe meglio dire che ero avvezzo. Mi mancavano gli anni, la fiducia, l’esperienza. E quando un giorno mi sono separato da mio padre, da mia madre e da mio fratello, non ero più Albert Weiss, ma un estraneo in un mondo straniero, un bambino pieno di paura e di odio.
Tuttavia ricorderò sempre le parole di mio padre: “Quando tutto ti sembra perduto, chiudi gli occhi. È la strada più veloce per salvarsi. In noi stessi, e anche fuori di noi, esistono tanti altri mondi in cui i nostri persecutori, che siano uomini o spiriti maligni, non possono trovarci”.

(Riproduzione riservata)

© Bordeaux edizioni

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[1] Zyklon B era il nome commerciale di un agente fumigante a base di acido cianidrico utilizzato nelle camere a gas di alcuni campi di sterminio nazisti.

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Il libro
Il fischio del treno diretto ad Auschwitz, dal quale è stato lasciato cadere in una notte d’inverno con suo fratello Eliah, scomparso tragicamente fra i binari, continua a tormentare Albert Weiss.
A distanza di anni Albert non sa dire che cosa sia veramente “il male”, quale sia l’origine del suo inesauribile accanimento, perché debbano esistere “sommersi e salvati”.
Da Belgrado fino a New York i destini di Albert e dei suoi tre amici Miša, Salomon e Uriel – anch’essi testimoni delle sofferenze inflitte dai nazisti – incrociano la lezione di Hannah Arendt e la Cabala, la psichiatria e la religione dei sentimenti, Primo Levi e il misticismo ebraico per avvicinarsi a quella domanda che ha segnato definitivamente le loro esistenze: che cosa è il male?
Il romanzo-denuncia di un Olocausto dimenticato.

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https://i2.wp.com/www.bordeauxedizioni.it/wp-content/uploads/2017/01/Filip-David.jpgFilip David, nato a Kragujevac, Serbia, nel 1940 ha scritto romanzi e racconti.
Fu tra i fondatori dell’Associazione degli scrittori indipendenti, nata a Sarajevo nel 1989 con l’idea di radunare grandi scrittori dell’intera area jugoslava. In seguito partecipò alla creazione dell’associazionedegli intellettuali indipendenti ”Circolo di Belgrado” (1990) e del ”Forum degli scrittori”, ed è uno dei membri dell’associazione internazionale ”Gruppo 99”, creata nel 1999 alla Fiera del libro di Francoforte.

Per il romanzo La casa della memoria e dell’oblio, pubblicato nel 2014 per i tipi della casa editrice belgradese Laguna, viene insignito del premio NIN, il più prestigioso riconoscimento letterario nel panorama jugoslavo, dal 1992 destinato al miglior romanzo in lingua serba. Ne è seguito un vero e proprio miracolo editoriale, quale non si era visto ormai da molti anni né in Serbia né nella regione: nei soli primi due mesi di quest’anno, l’ultimo romanzo di David ha venduto 40.000 copie.

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© Letteratitudine

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