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VENTO TRAVERSO di Anna Pavone

marzo 24, 2017

VENTO TRAVERSO di Anna Pavone (edizioni Le Farfalle)

[La prima presentazione del libro si svolgerà sabato 8 aprile, alle 19, al teatro Machiavelli di Catania]

 * * *

di Simona Lo Iacono

In apparenza non sono che frammenti. Parole singhiozzate tra una pausa e l’altra, che  lasciano chi legge con la sensazione di una vertiginosa bellezza frammista a un dolore sottile, nel cuore.
Poi, salgono su, raggiungono una armonia segreta, iniziano a vestirsi di un unico tono, che le rende supplici, perfette, come un solo discorso.
Le parole che la pazzia farfuglia sembrano schegge solitarie, ma è come se fossero pronunciate da una sola bocca, perché in esse la verità sulla condizione umana balza fuori, infierisce come le sette piaghe, o come quei pesi  che l’egiziano devoto metteva sulla bilancia del Dio dei morti.
Sono infatti parole che solo in punto di morte un uomo normale saprebbe dire. E che il folle, o quello che definiamo tale, nella sua lucidità senza maschere e senza preconcetti, pronuncia tutte le mattine.
Come quando dice: “Io non ho peso specifico. Sono disabitato”. O come quando, stancamente, sospira: “Se solo il mondo si fermasse un attimo, potrei raggiungerlo”.
Frasi in cui si agita tutto il mistero dell’universo.
Anna Pavone ha raccolto queste frasi. Una per una, come si colgono i fiori di un prato, le ha unite in un discorso fatto di pause e affondi. Non ha dato importanza al fatto che fossero le parole dei pazzi, al contrario, e proprio per questo, le ha tessute su un lenzuolo vasto, prodigioso, inanellandole ed esponendole al sole.
E così, a vederlo, il lenzuolo di Anna – steso su un filo dritto, tenuto da pinze e lasciato asciugare – si gonfia di vento. Un vento turbinoso e arricciante, che a ogni sboffo fa riemergere qualche parola, le strappa la sua vera voce, gemendo e ululando di stupore.
Certo, il vento che può smuovere un simile lenzuolo,  non sarà mai un vento disciplinato. Piuttosto, un vento traverso, che entra di sbieco, valicando le consuete regole di gravità. Un vento un po’ scomposto, insomma, come scomposte sembrano essere le vite che contiene. E che invece rivela, proprio nelle crepe di quelle vite, proprio nella loro imperfezione, una assordante libertà.
E “Vento traverso”si chiama infatti l’ultimo libro di Anna Pavone, edizioni “Le farfalle”, un testo che raccoglie le frasi pronunziate dai “matti”, da coloro che in apparenza non sono adatti a vivere la realtà. E che, invece, a giudicare dalle loro parole, della realtà hanno compreso a tal punto, da non poter fare altro che allontanarsi da chi, come noi, non l’ha mai veramente capita.
Intervallato dai disegni infilzanti, meravigliosi, di Bruno Caruso, “Vento traverso” dipinge un mondo al contrario, dove la vera saggezza è in bocca agli ultimi, ai dimenticati, agli emarginati.

Anna, ti chiedo quindi, raccontami come nasce questo libro.
Sono sempre stata attratta dai fili che fanno corto circuito. Da grande volevo fare il dottore dei pazzi e non mi sono mai allontanata da tutta l’acqua che scorre nella testa.
Vento traverso nasce dalla ricerca di voci dal sotterraneo della cosiddetta follia, una richiesta di senso e non di interpretazione. Mi sono tenuta alla larga da sintomi e diagnosi, dagli sguardi da lontano e dalle definizioni, mi interessava la commistione di visioni e di prospettive, di timbri e toni diversi. Perché ciascuno di quelli che ho incontrato voleva raccontare qualcosa, voleva decodificare il suo linguaggio in uno che fosse comprensibile a quelli “di fuori”, in una costante e struggente nostalgia della parola. Credo di essermi resa conto di quale dovesse essere il mio ruolo quando un uomo di mezza età, da decenni in struttura residenziale, si è scusato perché non poteva raccontarmi nulla: “quello che parlava se n’è andato”.

Dove hai raccolto le tue parole meravigliose, e chi le ha pronunciate?
Ho raccolto voci su voci mimetizzandomi nelle sale d’attesa degli studi specialistici, nei corridoi degli istituti di igiene mentale, nei laboratori dei centri diurni. Altre volte nei racconti di chi sapeva cosa stavo scrivendo, in fondo c’è sempre qualcuno che ha una storia nel baule.
Negli anni ho preso appunti disordinati, ho riempito la casa di libri e manuali, ho intervistato psichiatri e psicologi che mi hanno permesso di consultare cartelle cliniche (chiaramente anonime), o di assistere alle sedute con il consenso dei pazienti.
Ho macinato quello che mi investiva cercando di mantenermi in bilico tra l’ascolto e la riscrittura di quelle suggestioni, bloccando le storie dentro istantanee che si rimandassero a distanza. Alcune frasi erano così folgoranti che sono arrivate sulla pagina senza che aggiungessi un solo respiro. Altre invece sono passate attraverso la mia pancia.

Le frasi che ricamano l’orditura di “Vento traverso” sembrano poesie. E come tali potrebbero anche essere lette. Che sottile e sotterraneo filo lega la poesia a questi pensieri? In definitiva c’è una parentela stretta tra i pazzi e i poeti?
Credo che la parentela sia rappresentata dallo sguardo “altro”, caratteristico di entrambi.
Uno sguardo laterale che deforma i confini della cosiddetta realtà. La letteratura di ogni tempo ci consegna un legame inevitabile e a doppia mandata.
Quando mi sono inoltrata in questo terreno ero consapevole del fatto che avrei potuto incontrare la poesia, ma non sapevo se e come sarei poi riuscita a darle una veste, in che modo avrei potuto restituire una voce autentica che non avesse le sembianze del delirio scomposto né del  compiacimento, che fosse intimamente connessa a una particolare struttura del pensiero, senza però scimmiottarne le movenze, rendendosi quindi  macchietta.
Per questo sono rimasta sul filo del sottinteso. Ho deciso di essere non una voce disincarnata che parla di altre voci, ma che consegna al lettore lo straniamento di chi ascolta voci che sa potrebbero essere le proprie.

Grazie delle tue risposte.
Grazie a te, Simona, per aver spalancato le porte al vento traverso e grazie a Letteratitudine per averlo accolto.

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Il libro

Anna Pavone, come un funambolo s’incammina su un filo ad altezze sospese, perché solo a certe alture, non enfatiche ma interiori, si possono incrociare destini di petali. Con l’aria nel vento, soffio di detriti e profumi, che apre fenditure di cielo attraversate da sagome di pensieri quali pronostici di vita.
Anna volteggia tra questi presentimenti, si mischia alla truppa, vuole assaporare gli indizi che definiscono cumuli di atteggiamenti. Così, anche lei entra nel giro, fantasma sulla giostra. Ma la giostra è carosello di spiriti e corpi, di menti e movenze; nel gioco di suoni e cavalli danzanti, rappresenta variegati universi.
Sapersi addentrare in tale sentiero, trapunto di ferite e sollazzi, richiede distintive sfumature di sensi. Anna allarga il suo mantello costellato di gemme. Poi, si rintana nel suo baule, ma non più da sola. Ora, dagli spifferi del coperchio arrivano brezze di voci somiglianti.
(Angelo Scandurra
)

* * *

Anna Pavone è nata a Catania e divide il cuore e le carte tra la sua città e Milano.
Ha ammucchiato i lavori e i ricordi dentro borse disordinate. Scrive di libri, scrive sui libri e fa le orecchie alle pagine, così si sentono meglio.
Racconta storie a bassa voce, inquadrando in bianco e nero o se c’è un microfono da accendere.
Questo è il suo terzo libro, dopo Pirandello e i suoi adùlteri.
Da grande voleva fare il dottore dei pazzi, ma i pazzi l’hanno riconosciuta e le hanno prestato le loro voci.

* * *

© Letteratitudine

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