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FLAVIO SANTI racconta L’ESTATE NON PERDONA

aprile 11, 2017

FLAVIO SANTI racconta L’ESTATE NON PERDONA. La nuova indagine dell’ispettore Furlan (Mondadori)

di Flavio Santi

Una delle caratteristiche del giallo è la cosiddetta serialità: i personaggi sono in sostanza sempre gli stessi, così come i luoghi, cambia in pratica soltanto l’oggetto dell’indagine. Tutto ciò, da una parte, presenta indubbi vantaggi: un certo meccanismo narrativo rodato, la possibilità che il lettore si affezioni ai personaggi, li possa ritrovare, una sensazione di vita vera. D’altra parte, però, capite bene che è sempre in agguato il rischio della ripetizione, del già detto o visto o sentito. Ebbene: come fare? Come rispettare, cioè, il meccanismo della serialità, sacrosanto in un giallo (e in effetti insito nell’idea stessa di racconto e di letteratura: la Bibbia, l’Iliade e l’Odissea non sono esse stesse grandi narrazioni in loop?), e non cadere nella ripetizione? Questa era la domanda “di metodo” che mi ponevo mentre scrivevo L’estate non perdona. La nuova indagine dell’ispettore Furlan (Mondadori, 2017). Amo le sfide, dunque la domanda era sì un macigno ma anche e soprattutto uno stimolo. Io ho cercato di fare in modo che i personaggi evolvessero, crescessero, che il tempo si sentisse. Che fossero, sì, buoni amici da ritrovare, ma che avessero anche qualcosa di nuovo da dire, da condividere. Qualcosa di nuovo innanzitutto per se stessi. Per questo era importante che la natura stessa dell’indagine crescesse. La parola chiave potrebbe essere crescita, sviluppo, evoluzione.
Drago Furlan è un omone che si sente felice con poco, con gli amici dell’osteria, il ritmo rassicurante della provincia, l’orto da coltivare, e di mestiere fa l’ispettore nel piccolo commissariato di Cividale del Friuli, al confine con la Slovenia, ex Jugoslavia. Ma quest’uomo felice con poco deve affrontare problemi enormi, molto più grandi di lui. Degli autentici macigni. È da questo scontro che nascono le sue indagini: il doversi confrontare con qualcosa di enormemente più grande di sé. Drago Furlan come uno di noi. Per far sì che la nuova indagine fosse davvero nuova, e non una semplice prosecuzione della prima, ho alzato la posta, e l’ho messo di fronte al Problema per eccellenza dei nostri tempi: il terrorismo islamico. Fatto non così scontato da quelle parti, se pensiamo che in Bosnia ci sono cellule jihadiste ad appena un centinaio di chilometri. Insomma, il tempo di una scampagnata fuori porta (un’ora di macchina, in fondo) e ti ritrovi in un altro mondo. In quel mondo – che spesso abbiamo perfino paura a pronunciare.
Nella nuova indagine dell’Estate non perdona Drago Furlan cresce, affina gli strumenti del mestiere, ha gli incubi – lui che ha sempre avuto il sonno pesante –, si pone domande sul senso del suo lavoro e della vita ecc. E insieme a lui crescono gli altri personaggi. Perla, la sua fidanzata, cresce, esce dal cono d’ombra riservato di solito alle compagne dei commissari e degli ispettori (per dire, Livia di Montalbano o le varie mogli, pensate solo a Madame Maigret). E cresce anche l’indagine, perché affronta quel macigno che si è detto.
In tutto ciò la vita poi riserva anche i suoi sprazzi di felicità e di comicità, che non possono mancare. C’è una poesia di Angelo Maria Ripellino che dice così: “Vivere è amare la vita / coi suoi funerali e i suoi balli, / trovare favole e miti / nelle vicende più squallide”. Ecco.
La prima indagine (La primavera tarda ad arrivare) toccava la Seconda guerra mondiale, la memoria, la vendetta, dando spazio alla Storia. Questa nuova indagine racconta l’Italia ai tempi dell’Isis, e bisogna riconoscere che il giallo è un’arma espressiva potentissima, formidabile: permette di raccontare luci e ombre del nostro Paese forse anche meglio di un reportage giornalistico. Fioriscono i saggi sull’Isis, ma sono piuttosto rare – per l’indubbia incandescenza – le narrazioni romanzesche che prendano di petto il problema: è quello che cerca di fare L’estate non perdona. La nuova indagine dell’ispettore Furlan. Se la letteratura non racconta l’oggi, a che serve?

(Riproduzione riservata)

© Flavio Santi

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La scheda del libro

L’estate più calda degli ultimi anni sta arroventando il Friuli, e l’ispettore Drago Furlan si sta finalmente godendo una vacanza al mare con l’eterna fidanzata Perla. Ma la tanto sospirata villeggiatura viene interrotta da una telefonata del pm Santoliquido: sul greto del fiume Natisone è stato ritrovato un cadavere con la faccia spappolata a colpi di kalashnikov. Chi è la vittima? E perché l’assassino si è accanito sul cadavere tanto da sfigurarne il volto? Furlan rientra immediatamente in servizio per cercare di risolvere il caso: ma gli indizi sono pochi e contraddittori, e l’abbraccio torrido dell’afa non aiuta di certo a ragionare… tanto più che, per non dare un dispiacere a Perla, Drago fa la spola tra la spiaggia e il commissariato di nascosto, adducendo come scusa gli acciacchi e i capricci della madre Vendramina. Mentre la stampa nazionale monta il caso del “Mostro del Natisone” e le indagini arrancano, ci scappa pure il secondo morto: che sta succedendo nella tranquilla provincia friulana? È il caldo che dà alla testa oppure dietro la scia di sangue si nasconde un nemico terribile, il cui solo nome basta a evocare antichi orrori e a far venire i brividi? Drago Furlan, piglio rude da ispettore contadino, tra una bevuta all’osteria dell’amico Tarcisio, una mangiata di frico e una passeggiata sul lungomare, dovrà dare fondo a tutto il suo fiuto investigativo per venire a capo del mistero. E dovrà pure sbrigarsi, visto che il killer sembra aver preso di mira proprio lui… Flavio Santi, uno dei più importanti poeti italiani contemporanei, dopo il successo di La primavera tarda ad arrivare, in questa seconda avventura dell’ispettore Furlan dà un’altra grande prova del suo talento narrativo: oltre a tenerci con il fiato sospeso in una vicenda ricca di colpi di scena, ci regala ancora una volta il ritratto della sorniona provincia friulana, coi suoi scorci di paradiso in cui – inatteso – può anche scoppiare l’inferno.

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Flavio Santi vive tra la campagna pavese e quella friulana. Ha tradotto autori classici (tra cui Herman Melville, Francis Scott Fitzgerald) e contemporanei (Wilbur Smith, Ian Fleming e molti altri). Insegna all’università dell’Insubria di Como-Varese. Ha scritto di vampiri, precari, supereroi, ma soprattutto del Friuli, raccontandolo nelle raccolte di poesia Rimis te sachete/Poesie in tasca (Marsilio, 2001), Asêt/Aceto (La barca di Babele, 2003), nel memoir on the road Il tai e l’arte di girovagare in motocicletta (Laterza, 2011) e in alcuni reportage televisivi. Nel 2016 è uscita la prima indagine dell’ispettore Drago Furlan, La primavera tarda ad arrivare (Premio La Provincia in Giallo). È tradotto in diverse lingue, dall’inglese al coreano. È tifosissimo dell’Udinese, e coltiva un piccolo orto.

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