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IL SALE DELLA TERRA di James Lee Burke (un estratto)

maggio 8, 2017

Pubblichiamo il primo capitolo del romanzo IL SALE DELLA TERRA di James Lee Burke (Unorosso edizioni – traduzione di Daniela Di Falco)

Capitolo 1

 

Non sono mai stato bravo a risolvere misteri. Non mi riferisco al genere di misteri che risolvono gli sbirri o a quelli che leggi nei romanzi o guardi alla televisione o al cinema. Non sto parlando nemmeno del mistero della Creazione, o delle presenze invisibili che forse risiedono dall’altra parte del mondo fisico. Sto parlando del male, forse senza la maiuscola, ma male in ogni caso, del genere di cui sociologi e psichiatri hanno difficoltà a spiegare le origini.

Gli agenti di polizia lo tengono nascosto, proprio come i soldati che tornano dai campi di battaglia esteri con la sindrome che i sopravvissuti alla Grande Guerra chiamavano “lo sguardo perso nel vuoto”. Credo che la storia della mela colta dall’albero proibito sia una diffida metaforica dal guardare troppo a fondo nel potenziale più oscuro dell’animo umano. Le fotografie degli internati di Bergen-Belsen o della prigione di Andersonville o i corpi nella fossa a My Lai ci disturbano in modo particolare perché sono esempi di spropositata crudeltà umana perpetrati in massima parte da cristiani battezzati. A un certo punto chiudiamo il libro che contiene fotografie del genere e lo mettiamo via e ci convinciamo che questi eventi sono un’aberrazione, una conseguenza del lasciare troppo a lungo i soldati sul campo o del permettere che una manciata di misantropi assuma il controllo di una burocrazia. Non è nel nostro interesse estrapolarne un significato più ampio.

Hitler, Nerone, Ted Bundy, la strega di Buchenwald? Le loro azioni non ci appartengono.

Ma se non sono come noi, se non discendono dallo stesso pool genetico e non hanno il nostro stesso dna, allora chi erano e cosa li ha trasformati in mostri?

Ogni agente della Squadra Omicidi convive con immagini che non riesce a cancellare dai propri sogni; ogni agente che ha svolto indagini su un abuso di minore ha conosciuto un lato dei suoi simili di cui non parla mai con nessuno, né con sua moglie, né con i suoi colleghi, nemmeno con il suo confessore o il suo barista. Certi fardelli non li fai ricadere sulle persone di buona volontà.

Quando lavoravo in borghese presso il Dipartimento di Polizia di New Orleans, facevo i conti con problemi come questi in un bar su Magazine Street, non lontano dallo storico Irish Channel. Con il suo bancone provvisto di barra in ottone, i tavoli rivestiti di panno e i ventilatori con le pale di legno, quel posto diventò la mia chiesa secolare, dove la Louisiana della mia gioventù, il mondo muschiato e verde oro all’ombra delle querce del Bayou Teche, era solo a un drink di distanza. Cominciavo con quattro dita di Jack in un boccale dal bordo spesso, servite insieme a una Budweiser imperlata di condensa, e a mezzanotte ero solo, in fondo al bancone, armato, sbronzo e curvo sul mio bicchiere, moralmente e psicologicamente a pezzi.

Ero arrivato a provare odio e disgusto per i miti che caratterizzavano l’epoca in cui vivevo. Io non ho servito nel Sud-est asiatico; io sono sopravvissuto e ho visto persone innocenti e uomini migliori di me morire in gran numero, mentre io mi sono salvato non per merito mio. Io non ho “servito e protetto” in qualità di agente di polizia; io sono stato testimone del malfunzionamento del sistema di giustizia, della concentrazione di poteri governativi nelle mani di grandi società e dello sfruttamento di quelli che non avevano voce politica. E mentre rimuginavo su tutto quello che c’era di sbagliato al mondo, continuavo ad alimentare la fornace dentro di me con Black Jack e Smirnoff, un ottimo Hennessy e infine due bicchierini di Scotch in un bicchiere di latte all’alba, soffocando continuamente il desiderio di inchiodare i miei nemici con la calibro .45 automatica, comprata a Saigon nel quartiere dei bordelli e che portavo a letto con me come se fosse la mia donna.

Il mio vero problema non era la militarizzazione del mio Paese o uno qualunque degli altri problemi che ho menzionato. Il vero problema risaliva a un mistero che mi aveva tormentato dalla distruzione della mia casa natale e della mia famiglia. Mio padre, Big Aldous, si trovava sul traliccio di un ponte in una piattaforma offshore di perforazione in mare aperto, quando la punta della trivella ha forato una prima zona produttiva e una scintilla è partita dalla testa di pozzo e un fungo di petrolio e gas naturale in fiamme è salito attraverso l’impianto come un inferno che lievita dal fondo della tromba di un ascensore. Mia madre, Alafair Mae Guillory, è stata sedotta e ricattata da un magnaccia e giocatore d’azzardo chiamato Mack, che ho odiato più di qualsiasi essere umano che abbia mai conosciuto, non perché l’ha trasformata in una prostituta da bar ma per gli uomini asiatici che ho ucciso al suo posto.

Rabbia e sete di sangue e perdita di coscienza da alcol sono diventate l’unica forma di serenità che conoscevo. Da Saigon alle Filippine, dalla China Town di Los Angeles alle celle per smaltire la sbornia a New Orleans, le stesse domande mi hanno ossessionato senza darmi respiro. Certe persone mutavano già nel ventre materno, nascevano senza una coscienza, decise a distruggere tutto quel che c’era di buono al mondo? Oppure un vento perfido era in grado di girare la banderuola nella direzione sbagliata per chiunque di noi, dare nuova forma alle nostre vite e trasformarci in persone che non riconoscevamo più? Sapevo che là fuori, da qualche parte, c’era una risposta, dovevo solo bere fino a essere dell’umore giusto per trovarla.

Ho retto l’alcol ad alta gradazione per molti anni e ho conseguito una laurea in auto-immolazione e un dottorato in psicosi indotta chimicamente. Quando ho varcato finalmente la soglia della sobrietà, ho pensato che forse il velo si sarebbe sollevato e avrei trovato risposta a tutti gli enigmi bizantini che mi avevano disorientato fino ad allora.

Le cose non sono andate così. Invece un uomo, forse una delle creature più malvagie della terra, si è fatto strada nelle nostre vite. Questa è una storia che forse non dovrei condividere. Ma è anche una storia che non voglio tenermi dentro.

 

* * *

 

Mia figlia adottiva, Alafair Robicheaux, faceva jogging lungo una strada sterrata che si snodava tra pini gialli, abeti di Douglas e cedri, in cima a una cresta affacciata su una statale a due corsie e sulle acque gonfie di un torrente, più in basso. La statale era stata costruita sul tracciato della pista che Meriwether Lewis e William Clark avevano seguito oltre il Passo Lolo nell’odierno Idaho, fino a raggiungere la costa del Pacifico, nell’anno 1805. Non erano riusciti a portare a termine l’impresa con i propri mezzi. Dopo aver ridotto a brandelli i mocassini dell’intera spedizione tentando di trasportare merci con le loro canoe attraverso vari canyon lungo una diramazione del fiume Columbia, una donna Shoshone di nome Sacagawea indicò loro un percorso che li portò su per un dolce pendio, oltre la base del monte Lolo e nella Terra dei Nasi Forati e dei cavalli pezzati chiamati appaloosa.

Mentre faceva jogging lungo la strada polverosa spianata da un bulldozer in mezzo agli alberi da legname, un vento pungente soffiava tra le fronde e il sole dell’Ovest scintillava sulla neve fresca caduta la sera prima sul monte Lolo, Alafair si trovò a pensare con stupore al grosso cambiamento che il coraggio di un’unica donna aveva determinato nella storia, perché Sacagawea non solo aveva indicato alla spedizione di Lewis e Clark la via verso l’Oregon, ma li aveva anche salvati da una morte per inedia e dal finire massacrati da una banda di feroci Nasi Forati.

Alafair stava ascoltando un brano sul suo iPod quando avvertì una sensazione di bruciore all’orecchio sinistro. Sentì anche una folata d’aria contro la guancia e il tocco di una penna sulla pelle. Senza fermarsi, scostò i capelli e premette la mano sull’orecchio. Quando la ritirò, sul palmo c’era una chiazza lucida di sangue. Più in alto, vide due corvi scivolare fra i rami di un pino e gracchiare al cielo.

Continuò lungo la strada sterrata, il respiro strozzato in gola, finché raggiunse la sommità della cresta. Poi si girò e cominciò la discesa, le ginocchia sollecitate dalla pendenza, mentre il sole si spostava dietro il monte Lolo spegnendo i riflessi di luce sulla superficie del torrente. Si toccò di nuovo l’orecchio, ma la lacerazione che pensava le avesse causato un corvo non sanguinava più e al tatto le sembrò poco più di un graffio. Fu allora che vide l’asta di alluminio di una freccia piumata conficcata per almeno cinque centimetri nel ceppo di un cedro, bruciacchiato e indurito dal fuoco.

Rallentò fino a fermarsi, il cuore che le martellava nel petto, e gettò uno sguardo oltre la spalla. La strada sterrata era in ombra, la parete di alberi talmente compatta da non sentire più il vento o vedere dove fosse il sole. L’aria odorava di neve, come se fosse in arrivo l’inverno e non l’estate. Sfilò gli auricolari e si mise in ascolto: uno scricchiolio di passi e di pietre che scivolavano giù per il pendio. A non più di venti metri da lei, una femmina di cervo-mulo superò d’un balzo un cumulo di terra e atterrò in mezzo alla strada, il manto grigio invernale sembrava immune dalla primavera.

«C’è un cacciatore con l’arco, laggiù?» gridò Alafair.

Nessuna risposta.

«Nel Montana occidentale, la primavera non è stagione di caccia con l’arco. Almeno non al cervo» aggiunse ad alta voce.

Ancora nessuna risposta, a parte il vento che sfogliava gli alberi e un suono come il riversarsi di una massa d’acqua nell’alveo asciutto di un fiume. Fece correre il dito sulla freccia e sfiorò le penne alla base. Sull’asta di alluminio non c’erano tracce di terra o di escrementi di uccelli, nemmeno di polvere. Le penne erano pulite e rigide quando passò il polpastrello lungo i loro bordi.

«Se hai sbagliato mira e ti dispiace, vieni fuori e chiedi scusa» gridò. «Chi ha tirato questa freccia?»

La cerva si allontanò a lunghi balzi, quasi come un canguro, perdendosi tra le ombre sempre più fitte del bosco, visibile solo per la macchia bianca sotto la coda. Inconsapevolmente, Alafair si tirò il lobo dell’orecchio ferito e scrutò il folto degli alberi e il bagliore aranciato a ovest, segno che il sole sarebbe tramontato di lì a dieci minuti. Afferrò l’asta di metallo con entrambe le mani e la estrasse dal tronco con uno strattone. La punta della freccia era in acciaio, reso lucente e scivoloso da una sottile patina d’olio, flangiata e ondulata sui bordi affilati come rasoi.

Tornò indietro lungo la cresta, quasi fino in fondo, poi si spinse su una punta rocciosa a forma di V che si protendeva nel vuoto, priva di alberi e di vegetazione secondaria. Più sotto vide un uomo, spalle larghe e vita stretta, un paio di jeans, cappello bianco di paglia e una bandana legata intorno al collo. Portava una camicia blu navy a manica lunga abbottonata ai polsi, con stelle bianche ricamate sulle spalle e giarrettiere rosse sulla parte superiore del braccio, simili a quelle che una danzatrice esotica esibirebbe sulle cosce. Stava chiudendo a chiave la porta della cellula camper montata sul suo pick-up. «Ehi, amico!» disse Alafair. «Vorrei scambiare due parole con te.»

L’uomo si girò lentamente sollevando la testa, e un raggio di sole solitario si spalmò sotto la tesa del cappello. Nonostante la luce dovesse essere accecante, non batté ciglio. Era un uomo bianco con il profilo di un indiano e occhi che sembravano fatti di vetro, due pozze di sole rifratto prive di colore. La sua carnagione le ricordò la cotenna di un prosciutto stagionato. «Ehilà, salve» rispose, con un sorriso idiota dipinto sulla faccia. «Che ci fa qui una giovenca graziosa come te?»

«È tua questa freccia?» gli chiese.

«La prendo io, se non ti piace.»

«Mi hai tirato tu questa cazzo di freccia o no?»

«Non riesco a sentire molto bene con questo vento. Com’è quella parola che hai usato?» Mise una mano a coppa intorno all’orecchio. «Perché non vieni giù e ne parliamo con calma?»

«Qualcuno mi ha quasi ucciso con questa freccia.»

Pescò un mozzicone di sigaro dalla tasca della camicia, lo accese con un fiammifero di carta proteggendo la fiammella tra le mani, poi la scosse platealmente in aria per spegnerla. «C’è un’area di sosta per camion accanto al casinò. Ti offro una Coca Cola. C’è anche la possibilità di farsi una doccia, se vuoi.»

«Era un arco che stavi mettendo dentro il camper? Mi devi una risposta.»

«Il mio nome è Wyatt Dixon di Fort Davis, Texas. Sono un bull fighter[1], addestro animali per gli eventi rough stock[2], e sono un cristiano rinato. Che ne pensi? Vieni giù, piccola. Non mordo mica.»

«Penso che devi andartene da qui.»

«Questa è la patria dei coraggiosi e la terra dei liberi, e Dio ti benedica per l’esercizio dei tuoi diritti riconosciuti nel Primo Emendamento. Ma io ho fatto solo finta di non aver sentito quel che hai detto. Le parole oscene non si addicono al tuo sesso. Sai chi lo ha detto? Thomas Jefferson l’ha detto, sissignore.»

I suoi denti sembravano ricavati da un osso di balena. L’intero corpo sembrava collegato a livelli di energia e di potenza testicolare che riusciva a controllare a malapena. Nonostante l’atteggiamento rilassato, le nocche apparivano dure come cuscinetti a sfere. «Stai valutando il mio invito o il gatto ti ha mangiato la lingua?» insistette.

Alafair voleva rispondergli, ma le parole non le uscirono di bocca. L’uomo si tolse il cappello e si ravviò i serici capelli rossi con un pettine tascabile. Poi, alzando il mento, riprese: «Sono uno studioso di accenti. Tu vieni da qualche posto del sud. Ci rivedremo, dolcezza. Fossi in te, starei alla larga da quei boschi. Non puoi mai sapere chi si aggira fra quegli alberi.»

Lasciò passare un autoarticolato che trasportava un grosso macchinario per l’estrazione del petrolio, poi salì sul suo pick-up e si allontanò. Alafair sentì un rivolo colare giù dalla fascia tergisudore e scivolarle lungo la guancia. Un odore acre si levò da sotto le ascelle.

 

All’inizio della primavera, Alafair, mia moglie Molly e il mio vecchio partner al Dipartimento di Polizia di New Orleans, Clete Purcel, erano tornati nel Montana occidentale con l’intenzione di passare l’estate in un ranch di proprietà di un romanziere e professore d’inglese in pensione che si chiamava Albert Hollister. Albert aveva costruito una casa a tre piani con tronchi di legno e pietra di cava su un poggio che dominava un pascolo recintato a nord e un altro a sud. Era una bella casa, rustica ma splendida nella concezione, una cittadella bucolica dove Albert poteva continuare a muovere guerra contro le intrusioni dell’Era Industriale. Da quando la sua amata moglie asiatica era morta, sospettavo che la casa che lei aveva contribuito a progettare risuonasse di un vuoto assordante e intollerabile per lui.

Albert sistemò Clete in uno chalet per gli ospiti situato in fondo alla proprietà, e il resto di noi al terzo piano della casa. Dal balcone avevamo una magnifica vista sulle colline boscose che sembravano rotolare per miglia e miglia prima di raggiungere i monti Bitterroot, bianchi e lucenti come ghiacciai sulle vette e legati da fili di nebbia all’alba. Di fronte al nostro balcone c’era il fianco di una collina costellato di larici, abeti, pini e rocce grigie affioranti, e solcato da ruscelli gonfi di neve sciolta, acqua terrosa e aghi di pino durante il deflusso ai primi di aprile.

Su un pendio ombreggiato dietro la casa, Albert aveva improvvisato un poligono di tiro, dove sparavamo a panciuti barattoli del caffè poggiati su bastoni ai piedi di una pista che era stata usata da Capo Giuseppe e dai Nasi Forati quando cercarono di correre più veloci dell’esercito degli Stati Uniti. Prima di aprire il fuoco, Albert gridava: «Fuoco nel pozzo!», per avvisare gli animali che stessero pascolando o dormendo tra gli alberi. Non si era limitato a vietare l’accesso nella sua proprietà: aveva mandato in bestia i cacciatori dell’intera contea trascinando tronchi legati con catene in mezzo alle strade pubbliche per bloccare l’accesso dei veicoli nei terreni del Servizio Forestale degli Stati Uniti durante la stagione di caccia grossa. Non so se lo definirei un sobillatore, ma ero convinto che il suo precedente storico fosse Samuel Adams, e che dieci come lui avrebbero infiammato una città nell’arco di ventiquattro ore.

Il sole era tramontato quando Alafair tornò a casa. Mi raccontò il suo incontro con Wyatt Dixon.

«Hai preso la targa?» le domandai.

«Era coperta di fango. Ha detto che sarebbe andato al casinò.»

«Tu non hai visto l’arco?»

«Te l’ho già detto, Dave.»

«Scusa, volevo che fosse chiaro. Andiamo a fare un giro.»

Percorremmo la strada sterrata a bordo del mio pick-up fino alla statale, dove imboccammo la corsia in direzione est e seguimmo il torrente fino a Lolo, una cittadina di servizi alle porte dei monti Bitterroot. Il cielo era porpora e punteggiato di neve, le luci al neon scintillavano di fronte all’area di sosta per camion e al casinò adiacente. «Il pick-up arancione. È il suo» disse Alafair.

Stavo per fermare un’auto dello sceriffo della contea di Missoula nei pressi dell’incrocio, ma cambiai subito idea. Per il momento non avevamo niente contro Dixon. Strofinai via il velo di polvere dal lunotto del camper montato sul pick-up e sbirciai all’interno. Riuscii a scorgere una sacca di tela piena e bitorzoluta, una sella western, una carabina a canna lunga e azionamento a leva con rampa di mira regolabile, un copertone incrostato di fango e un cric. Nessun arco. Guardai dentro il finestrino del passeggero con lo stesso risultato.

L’interno del casinò era buio e fresco e odorava di detergente per moquette e disinfettante per il bagno. Un uomo con un cappello da cowboy di paglia bianca sedeva al bar, mangiando un panino e bevendo da una lattina di soda. Una salvietta di carta era infilata a mo’ di bavaglino nel colletto della camicia. Ci osservò nello specchio dietro al bancone mentre ci avvicinavamo.

«Mi chiamo Dave Robicheaux» mi presentai. «Questa è mia figlia Alafair. Vorrei scambiare due parole con lei.»

Addentò il panino e masticò, una guancia gonfia e tesa intorno al boccone, sporgendosi in avanti in modo che nessuna briciola cadesse sul bancone o sulla camicia o i jeans. Il suo sguardo si spostò di lato. «Ha l’aria di un mastino della legge, signore» disse.

«È stato dentro, Mr Dixon?»

«Dentro dove?»

«Un posto dove spesso va a finire chi crede di saperla lunga. Vedo che è un uomo da rodeo.»

«Alcuni chiamano il mio lavoro “clown da rodeo”. Noi diciamo “bull fighter”. Un tempo facevo fuori mustang per una ditta di cibo per cani, giù al confine. Ora ho smesso.»

«Stava cacciando a cinque miglia da qui lungo la Statale 12?»

«No, signore, stavo cambiando la ruota al mio pick-up.»

«Ha idea di chi potrebbe aver tirato una freccia a mia figlia?»

«No, ma comincio a essere davvero stufo di sentirne parlare.»

«Ha visto qualcuno su quella cresta, oltre a mia figlia?»

«No, nessuno.» Mise giù il panino, sfilò la salvietta dal collo della camicia e si pulì la bocca e le dita. Si girò sullo sgabello. I suoi occhi sembravano privi di una qualsiasi nota di colore, ma le pupille risaltavano come le capocchie bruciate di due fiammiferi. «Guardate questo.»

«Guardare cosa?»

«Questo.» Sparse del sale sul bancone e sistemò lo shaker in mezzo ai grani, in equilibrio sul bordo in modo che rimanesse inclinato come la Torre di Pisa. «Scommetto che nessuno di voi lo sa fare.»

«Chiama il 911» dissi ad Alafair.

«Posso farle una domanda?» chiese.

«Sentiamo.»

«Qualcuno le ha sparato in faccia?»

«Sì, e mi è andata bene. Era un tipo cattivo, un degenerato e un sadico e uno spietato assassino.»

«Scommetto che l’ha spedito dritto sul lettino per l’iniezione letale, eh?» disse sgranando gli occhi, la bocca aperta in un’espressione di simulata eccitazione.

«No, non è arrivato in prigione.»

Spalancò ancora di più la bocca, come se non fosse in grado di controllare il proprio livello di shock. «Sono davvero strabiliato. Ho girato questa grande nazione da una costa all’altra e sono sceso nell’arena in mezzo ai grandi eroi del nostro tempo. Sono impressionato e intimorito nel trovarmi in presenza di un uomo di legge come lei. Anche se sono un semplice cowboy da rodeo, le rendo onore, signore.»

Si alzò dallo sgabello, gonfiò il torace e irrigidì il corpo come sull’attenti, portandosi la mano destra di taglio all’angolo del sopracciglio. «Che Dio la benedica, signore. Uomini come lei mi rendono fiero di essere americano, anche se non sono degno di stare alla sua ombra, in questo modesto bar lungo le strade secondarie d’America, dove uomini con il cuore spezzato vengono ad affogare i loro dispiaceri nell’alcol. Eroi come Colin Kelly e Audie Murphy sono niente in confronto a lei, gentile signore.»

La gente ci stava guardando, ma lui non ci badò.

Dissi: «Ha chiamato mia figlia “piccola” e “dolcezza”. Ha anche fatto una velata minaccia di “rivederla”. Non provi nemmeno ad avvicinarsi a noi, Mr Dixon.»

I suoi occhi vagarono sulla mia faccia. Gli angoli della bocca rivolti in giù, la pelle tirata come quella di un maiale, la fossetta nel mento sbarbata e lucida, forse di dopobarba. Lanciò un’occhiata oltre la vetrata sul davanti mentre un’auto dello sceriffo entrava nel parcheggio. La vacuità morale del suo profilo mi ricordò l’espressione di uno squalo che sfila dietro il vetro di un acquario.

«Mi ha sentito?» dissi.

«Quel vice del 911 non troverà niente nel mio pick-up, perché non c’è niente da trovare» replicò. «Mi ha chiesto se sono stato dentro. Ho avuto la capoccia illuminata a festa con scariche elettriche tali da ringraziare il Cielo per il bavaglio di gomma che ti ficcavano in bocca. Prima che mi sputi addosso tutta la sua arroganza, Mr Robicheaux, sua figlia mi ha chiesto se quella “cazzo di freccia” era mia. Si è rivolta a me come se fossi feccia bianca.»

Sedette di nuovo sullo sgabello e riprese a mangiare il suo panino, ingoiandone grossi bocconi senza masticarli o innaffiarli con la soda, riconfigurando la sua espressione come quella di un uomo che non sa decidere chi sia.

Avrei dovuto lasciar perdere. Forse non era del tutto da biasimare. Forse Alafair gli aveva davvero parlato con tono di supponenza. Malgrado ciò, aveva cercato di spaventarla, e ci sono cose che un padre non può lasciar correre. Lo toccai sulla spalla, sul motivo di stelle bianche ricamato sulla stoffa. «Lei non è una vittima, amico» dissi. «Ho intenzione di dare un’occhiata alla sua fedina penale e capire cosa ci fa qui. Spero che sia stato onesto con noi, Mr Dixon.»

Non si girò, ma notai la sua schiena irrigidirsi e il sangue salirgli lungo il collo come il liquido rosso in un termometro.

(Riproduzione riservata)

© Unorosso

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[1] Bull fighter o clown da rodeo, ha il compito di distrarre il toro una volta che l’animale ha disarcionato il concorrente. (N.d.T.)

[2] Rough Stock: termine che solitamente abbraccia tre discipline da rodeo: bareback e saddle bronc riding, dove il concorrente monta un cavallo “selvaggio” rispettivamente a pelo o su una sella senza corno; bull riding, dove il concorrente monta un toro a pelo. (N.d.T.)

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La scheda del libro

Durante una vacanza nel Big Sky Country, Dave Robicheaux sospetta che un sadico serial killer si trovi a piede libero in Montana: Asa Surrette ha evitato la pena capitale in  Kansas e le autorità lo credono morto nell’incidente che ha coinvolto il furgone per il trasporto detenuti su cui viaggiava. Quando la figlia Alafair viene quasi uccisa da una freccia e Gretchen Horowitz si scontra con un poliziotto locale con tragiche conseguenze, Dave tenta l’impossibile: proteggere coloro che ama dall’incarnazione vivente del Male.

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Risultati immagini per James Lee Burke unorossoJames Lee Burke è nato a Houston (Texas) nel 1936 ed è cresciuto sulla costa del Golfo del Texas-Louisiana. Ha una laurea in Inglese e un Master, conseguiti presso l’Università del Missouri. Nel corso degli anni ha lavorato per la Sinclair Oil Company, come geometra, giornalista, docente universitario d’inglese, assistente sociale a Skid Row, Los Angeles, impiegato per il servizio occupazionale della Louisiana e istruttore negli U.S. Job Corps. Ha quattro figli: Jim Jr., assistente procuratore degli Stati Uniti; Andree, psicologo scolastico; Pamala, produttrice di spot televisivi; e Alafair, docente universitaria di diritto e scrittrice. Oggi, lui e sua moglie vivono tra Missoula (Montana) e New Iberia (Louisiana). Il lavoro di Burke ha vinto due volte l’Edgar Award per il Miglior Romanzo Criminale dell’Anno.

Curiosità: Il suo romanzo The Lost Get-Back Boogie fu respinto da vari editori 111 volte nel corso di circa nove anni. Al momento della pubblicazione da parte della Louisiana State University,  fu nominato per il premio Pulitzer.

[foto di James M. Cain (2010)]

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© Letteratitudine

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