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L’ETÀ DEL FERRO di Simona Castiglione (recensione)

maggio 11, 2017

L’ETÀ DEL FERRO di Simona Castiglione (Morellini)

Il romanzo sarà presentato a Catania il 16 giugno, alle ore 18,30, presso la libreria Vicolo Stretto (relatori Domenico Trischitta e Alessandro Russo). Sarà presente l’autrice

di Alessandro Russo

Ricolmo d’intrighi misteriosi e permeato dalle melodie dei Doors e dei Led Zeppelin, L’età del ferrodi Simona Castiglione (Ed. Morellini, pgg 246, € 14,90) è un romanzo di denunzia esistenziale e sociale da leggere d’un fiato. Protagonista dell’avvincente narrazione è una giovinetta bassa e scura ma dotata d’una forte volitività. Una ragazza di ferro coi capelli folti e truciolati e il petto grosso: si chiama Mariarosa ed è poco più che maggiorenne. Ella non c’è più da venticinque anni ma l’autrice, con maestosa astuzia, ne descrive il drammatico vissuto. Ovverosia accade che, da morta, Mariarosa esponga in modo sussultante a chi legge cosa è per davvero la vita. In mano stringe un chiavistello rugginoso ed erra per lo stivale italico: oggi è a Catania, il giorno successivo a Bari, quello dopo a Milano. Nondimeno, le pagine de “L’età del ferro” s’aprono tutte in modo sincrono, percorrono storie sepolte e dissotterrano cadaveri. Invero, spietate descrizioni di luoghi e personaggi dell’ex-Belpaese s’alternano alle gesta di tre ragazze che vanno in giro con hot pants e magliette scollate. Infine un interrogativo lungo cinque lustri si dipana, perché “anche se non vuoi, il passato ti viene a trovare, come una bella ‘mbriana sbuca da dove meno te l’aspetti, ti fa vedere quanto è potente e ti racconta cose di te che non avresti potuto immaginare”.
È un romanzo che fa discutere, che porta in dote al lettore temi validi negli anni ’80 – il periodo in cui le protagoniste vivono la loro “età del ferro” – come oggi e come fra cent’anni, forse connaturati allo status di “essere umano”: l’identità, personale e sessuale, il valore e le difficoltà dell’amicizia, quando essa è autentica e simbiotica, la difficoltà dell’essere genitori, i rischi ma anche la forsennata attrazione per le “cattive compagnie” e tutto l’indotto che portano con sé: la droga, gli eccessi alcolici, la sessualità malata.
A latere di tutto ciò, la scrittrice catanese accende un riflettore sugli intrallazzi economici e politici della nostra Italietta, nella Puglia degli anni ‘80. Con affari di questo genere si spera sempre di non averci più nulla a che fare, salvo – di tanto in tanto – scoprire con frustrazione che sono situazioni dolorosamente ricorrenti, come le malerbe che si estirpano a fatica e poi, comunque, riscrescono.
«Per scrivere “L’età del ferro”, -così Simona Castiglione- ho fatto questo esercizio: ho rivissuto la mia adolescenza rinunciando alla consolazione di ricordi edulcorati. Questo non vuole dire che il romanzo sia autobiografico, ma che spera di essere universale: cosa ho scoperto con la mia reviviscenza? Che, nonostante io fossi la classica ragazza di buona famiglia, la candidata ideale a una giovinezza serena, ho trascorso anni orribili intrisi di un dolore pervasivo e costante, il dolore della mancanza di identità. In quel periodo della vita sei studentessa, figlia, amica, a volte fidanzata. Nulla di tutto questo, però, ti aiuta a definirti, a guardarti allo specchio con un senso di consapevolezza e accettazione: “questa sono io”.
“Avevo vent’anni. Non permetterò mai a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”. Così scrive nel 1931 Paul Nizan nel suo romanzo Aden Arabie. L’inquieto autore, riscoperto negli anni sessanta dall’amico Jean Paul Sartre, aveva i suoi motivi per sfatare il mito di “quant’è bella giovinezza”. Pensate ai vostri vent’anni, andate indietro fino all’adolescenza. Riuscite a ricordare quel periodo, sgombrando il campo visivo da immagini di pomeriggi assolati trascorsi con gli amici a scherzare e di notti stellate e baci sulla spiaggia? La consapevolezza e l’accettazione arrivano molto più tardi nella vita, si perdono, si riacquistano e ancora si perdono in un gioco di continue “adolescenze” che ci accompagna fino alla morte. Scrive Franco Battiato ne La canzone dei vecchi amanti: “C’è voluto del talento per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti”. Di questo parla il mio romanzo: di adulti formati a metà, in alcuni casi deformi, per via di un’adolescenza che li ha dilaniati tanto da farli girare come trottole impazzite, per il resto della vita, alla ricerca di un “centro di gravità permanente”. Se c’è una salvezza? Come al solito, gli esseri umani sanno distruggersi a vicenda e a vicenda salvarsi. C’è una salvezza, ma è labile, tardiva e crudele: la verità».

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Simona Castiglione, nata a Catania, vive a Padova. Insegna lettere e scrittura creativa. Nel 2010 ha esordito con la raccolta di racconti La mente e le rose (Transeuropa); da allora ha pubblicato diversi racconti per antologie (Madre-Morte, Transeuropa; L’occasione, La morte nuda, L’amore ai tempi dell’Apocalisse per Galaad Edizioni; Serenate al chiaro di luna per ed. Mazza; Storie di martiri, ruffiani e giocatori per CaratteriMobili, Père Lachaise: racconti dalle tombe di Parigi per Ratio et Revelatio Publishing House, Siria – Scatti con parole per Miraggi edizioni. Ha pubblicato il romanzo cooperativo Lavoricidi Italiani (Miraggi edizioni) e il romanzo Sottobosco per Ratio et Revelatio (2014), uscito anche in traduzione rumena. Collabora inoltre con numerose riviste, giornali e blog letterari (La Stampa», «Il Gazzettino», «Sicilia & Donna», «Primo Amore», «Doppio Zero», «Vicolo Cannery», «Scuola Twain», «Grafemi»).

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