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L’INVENZIONE DELLA NATURA di Andrea Wulf (un estratto)

maggio 16, 2017

https://www.luissuniversitypress.it/sites/luissuniversitypress.it/files/copertine/2017/02/wulf_copertina.jpgPubblichiamo un estratto del prologo del volume L’INVENZIONE DELLA NATURA di Andrea Wulf (LUISS University Press)

Le avventure di Alexander von Humboldt, l’eroe dimenticato della scienza

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Da L’INVENZIONE DELLA NATURA di Andrea Wulf (LUISS University Press)

Procedevano strisciando sulle mani e sulle ginocchia lungo un alto crinale, così stretto che in alcuni punti non era più largo di cinque centimetri. Il sentiero, se così lo si può chiamare, era fatto di strati di sabbia e pietre sconnesse che si spostavano appena le toccavi. Giù a sinistra c’era un dirupo scosceso incrostato di ghiaccio che luccicava quando il sole si apriva un varco nella fitta coltre di nubi. A destra la vista, con uno strapiombo di mille metri, non era molto più rassicurante: le pareti scure e quasi perpendicolari erano coperte di rocce che sporgevano in fuori come lame di coltello.
Alexander von Humboldt e i suoi tre compagni avanzavano in fila indiana spingendosi lentamente avanti. Senza equipaggiamento o abiti adeguati, la scalata era davvero pericolosa. Il vento gelido aveva intorpidito mani e piedi, la neve sciolta aveva infradiciato le loro scarpe leggere e cristalli di ghiaccio gli s’incollavano a barba e capelli. A 5.000 metri sul livello del mare, lottavano per respirare nell’aria rarefatta. A mano a mano che andavano avanti le rocce puntute facevano a brandelli le suole delle scarpe e i piedi cominciavano a sanguinare.
Era il 23 giugno 1802 e scalavano il Chimborazo, un bel vulcano inattivo a forma di cupola della catena delle Ande che s’innalzava per quasi 6.500 metri, a circa 150 chilometri a sud di Quito, in quello che oggi è l’Ecuador. Allora il Chimborazo era considerato la montagna più alta del mondo. Non stupisce che i portatori, terrorizzati, li avessero abbandonati al limite delle nevi perpetue. La vetta del vulcano era avvolta in una nebbia spessa, ma ciononostante Humboldt aveva tirato avanti.
Da tre anni Alexander von Humboldt viaggiava in lungo e in largo per l’America Latina, addentrandosi in terre dove fino ad allora pochi europei si erano sospinti. Ossessionato dall’osservazione scientifica, il giovane Humboldt, allora trentaduenne, si era portato dall’Europa un ampio assortimento delle migliori strumentazioni. Per la scalata del Chimborazo si era lasciato alle spalle gran parte del bagaglio, ma aveva portato con sé un barometro, un termometro, un sestante, un orizzonte artificiale e un cosiddetto “cianometro” per misurare l’“azzurrità” del cielo. Mentre salivano, frugava per tirar fuori i suoi strumenti con le dita intirizzite e li sistemava su strette, precarie sporgenze per misurare altezza, gravità e umidità. Elencava meticolosamente tutte le specie che incontrava: qui una farfalla, là un esile fiorellino. Tutto veniva registrato nel suo taccuino.
A 5.500 metri videro un ultimo brandello di lichene abbarbicato a un masso. Poi ogni segno di vita organica sparì, perché a quell’altezza non si trovavano né piante né insetti. Non si vedevano neanche i condor che avevano accompagnato le loro precedenti scalate. E quando la nebbia sbiancò l’aria in un inquietante spazio vuoto, Humboldt si sentì completamente isolato dal mondo abitato. “Era come se fossimo intrappolati in una bolla d’aria”, raccontò. Poi all’improvviso la nebbia si sollevò, rivelando la cima del Chimborazo incappucciata di neve contro il cielo azzurro. Una “vista magnifica”, fu il suo primo pensiero; ma poi vide l’enorme crepaccio che si apriva davanti a loro – largo 20 metri e profondo circa 2005. Ma non c’erano altre vie per raggiungere la sommità del vulcano. Quando misurò in 5.917,16 metri l’altezza a cui si trovavano, scoprì che erano appena 300 metri sotto la vetta.
Nessuno prima aveva mai raggiunto quell’altezza e nessuno aveva mai respirato un’aria così rarefatta. Mentre stava in piedi sul punto più alto del mondo, guardando giù sotto di lui le ondulate catene montuose, Humboldt cominciò a vedere il mondo con occhi diversi. Vide la terra come un unico grande organismo vivente dove tutto era connesso, concependo un’audace nuova visione della natura che tuttora influenza il nostro modo d’intendere il mondo naturale.

(Riproduzione riservata)

© LUISS University Press

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https://www.luissuniversitypress.it/sites/luissuniversitypress.it/files/copertine/2017/02/wulf_copertina.jpgIl libro
“L’invenzione della natura è un capolavoro – la democratizzazione della scienza”
Joyce Carol Oates

Descritto dai suoi contemporanei come “l’uomo più famoso al mondo dopo Napoleone”, Alexander von Humboldt fu uno dei personaggi più affascinanti e stimolanti del suo tempo. Nato nel 1769 in una ricca famiglia aristocratica prussiana, rinunciò a una vita privilegiata per scoprire come funzionava il mondo. I suoi viaggi e le sue esplorazioni in ogni angolo del globo ne plasmarono il pensiero e ne fecero un personaggio leggendario, ammirato e citato come diretta influenza non solo da studiosi come Charles Darwin, Henry David Thoreau, Ralph Waldo Emerson e John Muir, ma anche da letterati come Goethe, Coleridge e Wordsworth; Thomas Jefferson scrisse che Humboldt era “tra i principali artefici della bellezza” della sua epoca. Tuttavia, questo straordinaria personalità, a cui dobbiamo il nostro stesso concetto di natura e l’idea moderna di ambientalismo, sembra oggi pressoché dimenticato, e mentre il suo nome resiste ovunque – piante, animali, fiumi e città prendono il suo nome –, le sue opere prendono polvere sugli scaffali delle librerie. Andrea Wulf, acclamata storica e autrice di numerosi bestseller internazionali, si è immersa nelle opere, nei diari e nei documenti personali di Humboldt, ne ha seguito le tracce in tutto il mondo, visitando gli stessi luoghi e scalando le stesse montagne, per restituire a Humboldt, con questo libro, il posto che egli merita nel pantheon della natura e delle scienze. L’invenzione della natura è anche un tentativo di capire come è nato e come si è formato il modo stesso in cui pensiamo il mondo.

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Andrea Wulf nata in India da genitori di origine tedesca, è una storica e scrittrice inglese. Nei suoi cinque libri, tradotti in oltre venti lingue in tutto il mondo e vincitori di numerosi premi, ha indagato le origini della scienza moderna. L’invenzione della natura, tradotto in 23 lingue e, in italiano, da LUISS University Press, è considerato il suo capolavoro ed ha raccolto unanime consenso sia nel mondo degli specialisti che in quello dei lettori di fiction, vincendo numerosi premi tra cui il Royal Society Science Award e il Costa Biography Award.

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