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30° Salone Internazionale del Libro di Torino: il discorso finale di Nicola Lagioia

maggio 22, 2017

Si conclude con questo bel discorso del direttore Nicola Lagioia la 30° edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino

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di Nicola Lagioia

Mentre il Salone sta vivendo le ultime ore di questa edizione, e la gente sta tornando a casa, e i binari delle stazioni di Porta Nuova e Porta Susa sono pieni di persone che si abbracciano tra loro, e i social traboccano oggi non di messaggi d’odio ma di veri squillanti sinceri dichiarati messaggi di amore, pace, e solidarietà (che, come abbiamo detto sin dalle prime conferenze stampa, sono state le stelle polari che non abbiamo avuto paura di seguire in questi mesi di lavoro), mentre siamo in mezzo a tutto questo, ci stiamo rendendo conto che qui a Torino, in questi cinque giorni, è successo qualcosa che nessuno avrebbe previsto, anche se ognuno di noi l’aveva desiderato a lungo, in un tempo e in un mondo in cui ti dicono che le cose che davvero desideri hanno poca speranza di realizzarsi. Invece ogni tanto accadono, e io mi auguro che sia accaduto, o meglio che stia accadendo una volta per tutte.

Risultati immagini per nicola lagioia salone del libroNon mi riferisco al successo del Salone del Libro di Torino. Che sia stato un enorme successo è talmente evidente a tutti che non c’è bisogno di spiegarlo.

Io credo che al Salone, e a Torino, in questi cinque giorni, e in queste cinque notti, sia accaduto qualcosa di molto più grosso, e di più profondo. Il Godot che per tanti anni avevamo aspettato che comparisse sulla scena, si è finalmente mostrato. È successo qualcosa che riguarda l’idea di comunità, l’idea del ritrovarsi insieme, l’idea di partecipare in maniera finalmente sensata, umana, viva, fraterna, alla vita pubblica di questo paese, l’idea di tornare a fare davvero esperienza attraverso la cultura e i libri, l’idea di poter vivere insieme in modo solidale, pacifico ed emotivamente profondo, l’idea di dare a centinaia di grandi autori ed editori provenienti da ogni angolo del mondo la prova che in Italia succedono cose che possono diventare un modello per l’estero, non è vero sempre e soltanto il contrario.

Questo è successo nell’imprevedibile radioso maggio del 2017, qui a Torino. È successo che gli aerei che adesso attraversano il cielo lungo le tratte di ritorno, diretti a Parigi, a Londra, a New York, a Buenos Aires, a Santiago del Cile, a Mumbay, sono pieni di alcuni degli autori più importanti al mondo, alcune delle menti e degli spiriti migliori del XXI secolo, che prima di partire ci hanno detto: «Abbiamo passato cinque giorni indimenticabili, spiegateci come fate a fare quello che abbiamo visto e vissuto, perché sarebbe bello che una cosa del genere – con uno spirito del genere – ci fosse anche nel nostro paese». È successo che molti italiani all’estero (tanti appartengono alla mia generazione, e a quelle successive, e sono stati costretti ad abbandonare i luoghi in cui sono nati negli anni scorsi) hanno potuto vivere un momento di vero orgoglio, perché laggiù, nel loro paese, stava accadendo qualcosa di importante.

Io, personalmente, che certi nodi venissero al pettine per ciò che riguarda il funzionamento di un certo modello, e di una certa idea di cultura, lo stavo aspettando da molto tempo.

Questo Salone ha dimostrato molte cose, che smentiscono sonoramente, completamente, una scuola di pensiero di cui la gente è stanca, e venendo qui al Salone ha detto chiaro e tondo qual è l’idea di cultura e l’idea di comunità in cui ripone delle speranze.

Ad esempio, non è vero che se alzi il livello il pubblico si restringe. Se alzi il livello, e lo fai in un’ottica di vera inclusione, e di vera partecipazione, può capitare che il pubblico smetta di essere pubblico, rompa il guscio odioso che separa la società dello spettacolo dalla vita reale, e (non più pubblico) si trasformi di nuovo in una comunità di fratelli e sorelle felici di esserci, e di vivere tutti quanti insieme. Questo, è successo qui negli ultimi 5 giorni.

Tutto questo è stato chiaro sin da giovedì, quando alla nove del mattino, una folla enorme si è presentata davanti ai cancelli del Lingotto. Ma ciò che ha iniziato a succedere a partire da sabato, è stato veramente impressionante, di quelle cose che tolgono il fiato, e a loro modo segnano un momento storico, o danno il polso di un momento storico, o meglio rivelano la vera faccia di un momento storico, in un modo che gli analisti e i metereologi non erano stati in grado (fino a quel momento) di prevedere e di mettere a fuoco. A un certo punto la realtà si mostra, e tutto ciò con cui l’avevi travestita crolla.

Mentre la gente faceva file interminabili, affollava gioiosamente, fino ai limiti della capienza il Lingotto, sentendo parlare Luis Sepulveda, Daniel Pennac, Annie Ernaux, Yasmina Reza, Richard Ford, Giorgio Agamben, Amitav Ghosh, Eugeny Morozov, Luciano Canfora, Dacia Maraini, Paco Ignacio Taibo II, padre Alejandro Solalinde, Sonia Bergamasco, Goffredo Fofi, e così via… mentre accadeva tutto questo, la sera ha cominciato (per esempio sabato), a scendere sulla città. A Mirafiori c’erano Sandro Baricco e Francesco Bianconi che leggevano “Furore” di Steibeck, e Mirafiori era piena di gente, c’era in contemporanea al Circolo dei Lettori Giordano Meacci che faceva un reading su Bob Dylan, e il Circolo era pieno di gente, e poi, alla Scuola Holden, c’era una festa lunghissima e bellissima dedicata a Twin Peaks e a Laura Palmer, e la Scuola Holden era piena di gente, c’era all’Ex Incet un concerto dedicato ai Velvet Underground, e l’Ex Incet (il villaggio notturno del Salone) era pieno di gente, e ha continuato a esserlo fino a quando, alle sei del mattino, ci sono state le lezioni di tango, e alle sei del mattino (dopo la lunga notte del Salone) l’ex Incet era pieno di donne e di uomini che salutavano il nuovo giorno ballando il tango.

Che cosa significa tutto questo?

Significa che Torino, con il suo Salone e al di là del Salone, attraverso i libri e la cultura (questo ci stanno dicendo le centinaia di migliaia di donne e uomini, ragazze e ragazzi che ci si sono stretti intorno) si propone per gli anni a venire come uno dei più importanti laboratori di democrazia, pace, e convivenza civile a livello europeo. Quello che è successo (per come è successo, per la statura e l’importanza degli autori coinvolti, e per il numero di persone che ci ha partecipato) non ha soltanto un valore nazionale, ma ha una valenza continentale.

E allora…

Primo.

Questo non sarebbe mai stato possibile senza gli Amici del Salone, e senza gli altri editori che ci hanno sostenuto – nessun tavolo istituzionale che si voglia fare sul futuro del Salone, a cui siano invitati degli editori, potrà più fare a meno di loro.

Secondo.

Ringrazio la sindaca Chiara Appendino, e il Presidente della Regione, Sergio Chiamparino, per come hanno creduto in questi mesi a questo magnifico progetto. Senza il loro coraggio, e senza la loro saggezza (per l’occasione sono stati saggi e coraggiosi), tutto questo non sarebbe neanche iniziato. Cara Chiara, caro Sergio: il fatto che apparteniate a due diversi, per certi versi opposti schieramenti politici, aumenta il valore della vostra impresa. Al di là dei diversi schieramenti politici… Siamo tutti italiani: ci siamo ricordati di esserlo (tutti italiani) nel 1948, è un bene che ce ne siamo ricordati alle soglie del 2018.

Terzo.

Per la portata straordinaria di quello che è successo, il Salone è chiaramente un patrimonio quantomeno nazionale (è un laboratorio e un modello prezioso per l’intero paese), di conseguenza ci aspettiamo che questo modello sia difeso e sostenuto a livello nazionale, lasciando al Salone l’autonomia di cui ha goduto quest’anno e di cui avrà ancora più bisogno negli anni a venire.

Sono felice, dunque, che a inaugurare questa edizione siano venuti la ministra Valeria Fedeli e il ministro Dario Franceschini. Il mio appello è a loro: ciò che è successo in questi giorni ha una tale portata, che non esiste strategia o calcolo politico che possa resistervi, se riteniamo che il bene comune sia l’obiettivo di noi tutti.

Cara ministra Fedeli, a lei vanno i nostri saluti più grati e affettuosi: ci rivedremo spero presto.

Il manifesto del Salone raffigura un libro che scavalca un muro. Questo vale per la complessa situazione in cui versa il mondo, un mondo ancora pieno di guerre, lacerazioni, e terribili disuguaglianze. Ma questo non dovrebbe valere all’interno del mondo del libro, in un paese come l’Italia. Ministro Franceschini, venga da questa parte e ci aiuti a buttare giù quel muro!

Quarto.

Liberate le energie. Liberate la creatività. Fate sì che (all’interno del mondo dell’editoria) le regole della creatività e del desiderio prevalgano su quelle dell’obbedienza, se obbedire significa privarsi di qualcosa di prezioso.

I grandi gruppi editoriali che quest’anno non sono venuti al Salone, sono invitati per il prossimo anno. Vi aspettiamo a braccia aperte. Abbiamo bisogno delle vostre idee, della vostra competenza, della vostra capacità di coniugare cultura e spirito d’impresa. Ma anche voi: aiutateci a tirare giù quel muro.

Parlo per un attimo a titolo personale. Parlo da scrittore, prima ancora che da direttore del Salone del Libro. Come autore Einaudi, mi sono sentito francamente mortificato per come la casa editrice i cui dirigenti e i cui autori un tempo morivano o andavano in esilio per le proprie idee, sia stata costretta nel 2017 a una lunga faticosa trattativa per ottenere un piccolo stand nella propria stessa città. Amici di Mondadori – vi sento vicini, con molti di voi ci conosciamo da anni e c’è stima reciproca: per cui posso davvero dire «amici di Mondadori»… Amici di Mondadori, aiutateci a fare di questo Salone qualcosa di ancora più bello e più prezioso. Lasciate che gli amici di Einaudi siano restituiti al Salone della loro stessa città, e possano aiutare la propria stessa città a restare una delle vere eccezioni culturali non di questo paese, ma di questo continente. Ne beneficeremo tutti.

Ovviamente questo vale per tutti gli editori con cui quest’anno abbiamo dialogato a una maggior distanza di quanto avremmo voluto. Ritroviamoci in uno spirito di vera amicizia, e di vera collaborazione. La vita è una e non ritornerà, l’occasione che ci è data come esseri mortali non verrà una seconda volta – questa volta abbiamo l’occasione di lasciare veramente un segno, facciamolo insieme.

Quinto, e ultimo.

Il progetto per il Salone del 2018 sta già prendendo corpo. Stiamo già preparando il tema, stiamo già tracciando le forme di quello che sarà. L’auspicio è insomma che questo sia solo l’inizio, o meglio il giro di boa per i prossimi 30 anni. Chi vi parla, aiuterà il Salone giusto per un altro pezzettino. Che il Salone si debba fare, che si debba fare a Torino, e che si debba fare a maggio, non lo decidiamo noi, non lo decidono le case editrici, non lo decide la politica. Lo ha deciso l’enorme popolo di fratelli e sorelle che ha invaso pacificamente questa città negli ultimi giorni.

Ci vediamo qui a Torino, dal 10 al 14 maggio del 2018.

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