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NON C’È PIÙ LA SICILIA DI UNA VOLTA di Gaetano Savatteri (un estratto)

maggio 24, 2017

Pubblichiamo le prime pagine del volume NON C’È PIÙ LA SICILIA DI UNA VOLTA di Gaetano Savatteri (Laterza)

Il libro sarà presentato a Catania, venerdì 26 – ore 17,30 – presso la Libreria Cavallotto di C.so Sicilia 91. Dialogheranno con l’autore Rosa Maria Di Natale e Domenico Trischitta

* * *

Introduzione

La Sicilia non esiste

Un’isola non abbastanza isola.
Giuseppe Antonio Borgese

Non ne posso più di Verga, di Pirandello, di Tomasi di Lampedusa,
di Sciascia, di Guttuso. Non ne posso più di vinti; di
uno, nessuno e centomila; di gattopardi; di uomini, mezz’uomini,
ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà. E sono stanco
di Godfather, prima e seconda parte, di Sedotta e abbandonata,
di Divorzio all’italiana, di marescialli sudati e baroni in
lino bianco. Sono stufo di pale di fichidindia a colori accesi e
quarti di manzo appesi alla Vucciria. Non ne posso più della
Sicilia. Non quella reale, ché ancora mi piace percorrerla con
la stessa frenesia che afferrava Vincenzo Consolo ad ogni suo
ritorno. Non ne posso più della Sicilia immaginaria, costruita
e ricostruita dai libri, dai film, dai quadri, dalla fotografia in
bianco e nero.
La memoria è tutto, dice chi ha più saggezza di me. È vero,
la memoria è tutto. Ma non si può vivere di memoria. Solo di
memoria. I grandi autori siciliani hanno decrittato l’isola, ne
hanno fatto metafora, emblema, paradigma. Ma Verga è morto
nel 1922, Pirandello nel 1936, Tomasi di Lampedusa nel 1957
e Sciascia nel 1989. Hanno lasciato pagine indispensabili per
chi si avvicina alla Sicilia, per chi ci vive e perfino per chi se ne
è andato. Di più: hanno lasciato pagine essenziali per tutte le
donne e gli uomini che credono nelle parole scritte nei libri.
Ma non è vero che la Sicilia è ancora quella di Verga, Pirandello,
Tomasi di Lampedusa e Sciascia. Questo è un inganno.
L’inganno di chi vuol far credere, leggendo a proprio uso Il
Gattopardo, che tutto cambia perché tutto resti com’è.
La Sicilia è cambiata, e molto. Ha ragione Salvatore Lupo:
nel suo libro La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno
dagli stereotipi spiega che è sbagliato condannare la
Sicilia e il Sud «all’immobilità delle sue pietre o tutt’al più a
muoversi verso una maggiore disgregazione». Questo, dice lo
storico, è stato il mainstream imperante per molto tempo nel
racconto del Sud. Ma, si chiede lo studioso, possiamo ancora
spiegare il Mezzogiorno usando le lenti di grandi studiosi del
passato come Antonio Gramsci e Gaetano Salvemini o i libri
di Rosario Villari e Massimo Salvadori, scritti mezzo secolo fa?
Se la storiografia si aggiorna, passando per revisioni e revisionismi,
riflettendo su se stessa e rimettendosi in discussione,
non si capisce allora perché l’immagine della Sicilia debba
invece restare inchiodata a grandi intuizioni di scrittori, artisti,
registi o fotografi di ieri. Naturalmente, chi racconta oggi
la Sicilia non può prescindere dai grandi del Novecento che
– prendendo a spunto la Sicilia – hanno cercato di illuminare
l’umanità, consegnando agli scaffali delle lettere e del cinema
libri e film mai del tutto regionali. Non esiste infatti una
letteratura strettamente siciliana: esiste piuttosto una letteratura
europea scritta in Sicilia o sulla Sicilia. Togliendo dalle
mensole i testi di Verga, Pirandello, Tomasi di Lampedusa e
Sciascia (solo per citare gli autori già citati) si toglie un pezzo
rilevante della migliore letteratura italiana.
In ogni caso, la Sicilia è cambiata. Quella reale come quella
immaginaria. Ho rivisto qualche tempo fa Sedotta e abbandonata
del grande Pietro Germi, con Stefania Sandrelli
e Saro Urzì. Ho sorriso e ho riso. Mi sembrava però un film
di mezzo secolo fa. Infatti. Sono andato a controllare: è del
1964, lo stesso anno in cui sono nato io. Nel 1974, quando
ero in quinta elementare, la Sicilia era già un’altra cosa. Nel
1980, quando frequentavo il terzo anno di liceo, era un’altra
cosa ancora. E infatti non me la ricordavo così, anche al netto
di tutta la grottesca comicità del film.
La Sicilia ha una proiezione molto più vasta di sé. Ci sono
luoghi in Italia che hanno un’immagine più ampia di ciò
che realmente sono. Nella lingua del marketing si direbbe
che hanno un brand molto forte, cioè un marchio di fabbrica
conosciuto e rinomato (come, per intenderci, la Ferrari o la
Coca-Cola). Questa reputazione ce l’hanno in Italia diversi
luoghi: Venezia, Firenze, Milano, Napoli, Roma. E la Sicilia.
Il marchio di fabbrica si costruisce nel tempo, attraverso la
letteratura, il cinema, il giornalismo, l’arte, la storia. E cambia
anche questo nel tempo. Prendiamo Palermo: fino al 1992,
anno delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, acme dell’attacco
di Cosa Nostra allo Stato, la città era considerata la
«capitale della mafia» (definizione rilanciata più o meno nel
1987 dal sindaco di allora e di oggi Leoluca Orlando, tra molte
polemiche). Il numero di morti ammazzati, la durata del
potere mafioso, le sue infiltrazioni sociali e politiche, la lunga
permanenza di guerre e mattanze criminali, il prestigio tenebroso
di Cosa Nostra, le decennali latitanze dei boss avevano
disegnato il profilo più rilevante della città nella percezione
interna ed esterna. Capitale della mafia.
A Palermo e nel resto della Sicilia, non meno insanguinata,
si combatteva una guerra tra i buoni e i cattivi, tra lo
Stato e l’Antistato – magari con accordi sotterranei e nascosti
tra le due parti ufficialmente in armi, come spesso avviene
nelle guerre. Sotto il piombo dei killer mafiosi che stavano
massacrando «i giusti» (magistrati, poliziotti, carabinieri,
giornalisti, medici, cittadini inermi) era possibile produrre
immaginario – cioè letteratura, film, foto – che non avesse al
centro quella guerra? Dalla Sicilia poteva arrivare solo una
narrazione militante: articoli, reportage, inchieste, studi, analisi
non potevano che occuparsi di quello scontro. In ballo
c’era la saldezza democratica di una regione, dell’Italia intera.
Era giusto così, probabilmente. Fino al 1992 – usiamo questa
data per comodità, perché le cose non succedono mai da un
anno all’altro, con un taglio netto – la Sicilia produceva un racconto
di se stessa con l’elmetto. Giornalisti, scrittori, cineasti
sia siciliani che arruolati in Sicilia dovevano essere embedded
(almeno in teoria), reclutati nel fronte dei buoni contro i cattivi.
In ogni caso, sinceri o in malafede che fossero, potevano
descrivere solo ciò che stava succedendo. Certo, a Palermo
non si moriva solo di mafia. C’erano gli incidenti sul lavoro, gli
omicidi passionali, le risse, i delitti del vicinato. Ma non affioravano.
Restavano confinati nelle pagine interne delle cronache
locali. L’omicidio a Palermo o era mafioso o non era.
E gli omicidi non mancavano. Novantotto a Palermo e
provincia nel 1981, centocinquanta nel 1982, centotredici nel
1983 e così via. I cronisti di nera aggiornavano di continuo
il calendario, un lungo elenco appeso alle loro spalle con i
nomi, la data e il luogo di ogni morto ammazzato – lo ricordo
perfettamente, nello stanzone della cronaca del «Giornale di
Sicilia». Il 27 agosto 1982, il quotidiano «L’Ora» sparò (è il
caso di dirlo) una copertina rossa e nera con il titolo: La morte
ha fatto cento
. Cento, il numero dei morti per mafia dall’inizio
dell’anno a Palermo e dintorni. I due zeri del cento erano le
bocche di una doppietta a canne mozze.
Cosa poteva esserci di più? Niente. Eppure c’erano sempre
il cibo, il sesso, la musica, l’amore. Anche nell’imperversare
della mattanza, nell’infuriare delle «ammazzatine», c’era gente
che comprava i cannoli, andava al mercato, lucidava la barca, si
alzava presto per entrare in ufficio, si innamorava della ragazza
incontrata sull’autobus. C’era una regione in guerra (eppure
anche in guerra le persone continuano a vivere). Ma erano vite
non narrabili, troppo minute per farne romanzo.
La mafia era la misura di ogni storia. Il mafioso, l’antimafioso.
Il boss, la vittima. Il vile, l’eroe. Si parlava dei nobili,
se erano amici dei mafiosi. Si parlava dei ristoranti, se erano
frequentati da mafiosi. Si parlava di moda, per descrivere
come vestivano i mafiosi. Si parlava dei magistrati se erano
nemici, o amici, dei mafiosi. Dei politici, se erano contrari o a
favore dei mafiosi. L’unica declinazione possibile della Sicilia
stava nella sua relazione con la mafia. Certo, c’erano anche
quelli che dicevano: la Sicilia non è solo mafia. Ma appariva
discorso tartufesco, buttato lì per sviare dal percorso civile
obbligatorio chiunque avesse un minimo di coscienza.
Qualcosa cambiò dopo le stragi del 1992. Dopo il tritolo
che il 23 maggio fece saltare in aria Giovanni Falcone, sua moglie
Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Antonio Montinaro,
Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Dopo l’autobomba che
il 19 luglio uccise Paolo Borsellino e gli agenti Emanuela Loi,
Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina e
Vincenzo Li Muli. Dopo tutti questi morti, da Palermo e dalla
Sicilia si alzò una reazione popolare. Adesso si potrà dire, alla
luce del tempo trascorso, che forse era una scossa semplicemente
emotiva, un movimento spontaneo e superficiale. Ma le
lenzuola bianche ai balconi, i cortei e le fiaccolate per strada,
le marce silenziose furono il segnale che Palermo e la Sicilia
non erano più la «palude» (per ricordare una fortunata figura
retorica usata da Giampaolo Pansa) immota e fangosa che tutto
inghiottiva. E nemmeno il coccodrillo disegnato da Giorgio
Forattini che piangeva dopo aver divorato i suoi figli.
L’arresto, pochi mesi dopo, di Totò Riina, ammanettato a
Palermo il 13 gennaio 1993, sia pure con le ombre e i sospetti
seguiti alla sua cattura, metteva fine all’ultraventennale latitanza
del capo dei capi della mafia corleonese. Qualcosa stava
succedendo, qualcosa era successo. La cattura a raffica di altri
latitanti illustri, i pentimenti di alcuni boss importanti, le
misure repressive, i processi conclusi con condanne erano il
segno che lo Stato reagiva e che in Sicilia la mafia non era più
un potere assoluto, incontrastato e destinato sempre a vincere.
Lasciamo stare se le cose andavano veramente così, ma certo
così venivano percepite da gran parte dell’opinione pubblica.

(Riproduzione riservata)

© Editori Laterza

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La scheda del libro

«Non ne posso più di Verga, di Pirandello, di Tomasi di Lampedusa, di Sciascia. Non ne posso più di vinti; di uno, nessuno e centomila; di gattopardi; di uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà. E sono stanco di Godfather, prima e seconda parte, di Sedotta e abbandonata, di Divorzio all’italiana, di marescialli sudati e baroni in lino bianco. Non ne posso più della Sicilia. Non quella reale, ché ancora mi piace percorrerla con la stessa frenesia che afferrava Vincenzo Consolo ad ogni suo ritorno. Non ne posso più della Sicilia immaginaria, costruita e ricostruita dai libri, dai film, dalla fotografia in bianco e nero. Oggi c’è una Sicilia diversa. Basta solo raccontarla.»

L’immagine della Sicilia è legata a tanti capolavori della letteratura e del cinema di ieri. Ma leggere la Sicilia attraverso gli occhi degli autori del passato è come andare in giro con una guida turistica di un secolo fa. Gaetano Savatteri ci restituisce un volto inedito e sorprendente dell’isola. Accanto alle rovine greche scopriremo i parchi di arte contemporanea più estesi d’Europa. All’immagine di Corleone si affiancherà quella di una Sicilia urbana e metropolitana. Invece della patria del machismo conosceremo il luogo in cui è nata la prima grande associazione in difesa dei diritti degli omosessuali. Al posto delle baronesse troveremo una generazione di donne manager e imprenditrici. E ancora, incontreremo un panorama letterario, musicale, teatrale tra i più vivaci di oggi. Con buona pace del Gattopardo, non è vero che in Sicilia tutto cambia perché tutto rimanga com’è: sull’isola, negli ultimi anni, quasi tutto è cambiato.

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Gaetano Savatteri, nato a Milano nel 1964, cresciuto in Sicilia, vive a Roma. Giornalista, ha scritto saggi e romanzi. Ha pubblicato con Sellerio La fabbrica delle stelle (2016). Per Laterza è autore di I siciliani (2005), successo editoriale di lunga durata, e curatore di Potere criminale. Intervista sulla storia della mafia di Salvatore Lupo (2010) e di Il contagio di Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino (2012).

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© Letteratitudine

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