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MIA FIGLIA, DON CHISCIOTTE di Alessandro Garigliano

maggio 27, 2017

MIA FIGLIA, DON CHISCIOTTE di Alessandro Garigliano (NN editore)

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Il romanzo sarà presentato mercoledì 31 maggio, h. 17:00, nell’ambito del Maggio dei Libri a Catania – c/o Biblioteca della “Città Metropolitana” di Catania (Via Prefettura N° 24 – Catania).
Con Alessandro Garigliano e Antonio Di Grado – Coordina Giuseppe Raniolo

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Recensione e intervista a cura di Eliana Camaioni

Quando ho letto il titolo “Mia figlia, don Chisciotte” ho pensato al mito del buon selvaggio di Rousseau. Mi sono cioè domandata se l’incoscienza spontanea e non inquinata, tipica dei bambini, potesse essere il punto di contatto fra una figlia e lo spirito dell’hidalgo più famoso della letteratura. E pagina dopo pagina, Alessandro Garigliano con questo suo saggio-romanzo (per i tipi di NNE, 2017) accompagna per mano il lettore a rileggere l’opera di Cervantes da un punto di vista inusuale: quello di un padre-scudiero innamorato della sua bambina-cavaliere errante.
Il protagonista si presenta sin dall’incipit in abito scuro, quel look che adotta come maschera e alter ego: finge di essere docente universitario, vuole mostrarsi così alla figlia perché come padre vuole essere impeccabile, dare a lei di sé un’immagine incrollabile: la figlia non deve pensare che suo padre, come la maggior parte dei suoi coetanei ‘tira a campare’. Anch’io ho figli, e mentre leggevo, inesorabilmente tutto andava a rimbalzare sull’esperienza mia di madre: quest’idea di dover apparire agli occhi dei figli credo sia il cruccio di ogni genitore. Ogni genitore che sente il dovere di dare un’immagine coerente e ‘giusta’ di sé, trovare quel punto di equilibrio instabile: essere impeccabile ma mettersi a gattoni a giocare, essere autorevole ma non autoritario, amichevole ma non amico. In queste dicotomie lascio la parola all’autore, in modo che ci dica qual è il rapporto fra il padre e la figlia del romanzo: come nasce l’idea di accostare Il Don Chisciotte ad una figlia?

Questo romanzo nasce da una spinta. È stato quando mia figlia aveva un anno circa, eravamo in spiaggia e lei cominciava a camminare inciampando; mi sono messo a gattoni, aspettando il gesto che immaginavo avrebbe fatto, gattonare assieme a me; invece è rimasta ferma qualche istante poi ha girato dietro di me e ha cominciato a spingermi. Là mi è successo qualcosa, ho capito che qualsiasi cosa io mi aspettassi da lei, lei non la realizzava. Ho capito che avevo un mondo preimpostato da adulto, e lei continuava a tradirlo. Ora un genitore non fa altro che correggere queste attitudini, questi istinti dei bambini, io invece ho un atteggiamento quasi patologico nel mettermi nella posizione degli altri, nel cambiare prospettiva, non accettare pedissequamente quello che penso io. Ho cominciato a pensare che forse la chiave migliore per essere padre era ascoltare la bambina, non pensare che lei sbagliasse ma cercare di capire cosa avesse da dire. Questa cosa ha coinciso con una delle mie riletture del romanzo di Cervantes che prima vivevo come mito (sia il Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento, sia della letteratura per la quale ho sempre vissuto): il Don Chisciotte è il punto di arrivo e il punto di inizio di ogni letteratura, è considerato l’origine del romanzo, è il momento in cui il romanzo moderno prende forma e contenuti. Ho quindi accumulato esperienze empiriche e letterarie, per riempire di vita e di realtà questo testo che vivevo come mitologico, come fosse la bibbia per i narratori moderni. Ma non avrei mai pensato di scrivere un saggio sul Don Chisciotte (non sono un critico letterario, sono uno scrittore di romanzi) finché non è scattato un cortocircuito, mi sono riscoperto totalmente innamorato di Sancio Panza ho capito che tutti i padri sono Sancio Panza. Ma se devo dire qual è stato il momento in cui è stato concepito il romanzo, devo dire che è stata, letteralmente, quella spinta che mia figlia mi diede mentre stavo a gattonare accanto a lei.

Sancio Panza in Cervantes diventa quello che la realtà è per il sogno: una sorta di nemico-amico. Lui è il fidato scudiero di Don Chisciotte, che piano piano comincerà a conoscere il suo padrone, il suo istruttore, ma che all’inizio non comprende come mai questo matto si scagli contro dei mulini a vento, che nella testa di Don Chisciotte non sono che dei giganti che mulinano i loro pugni cercando di danneggiarlo. Don Chisciotte è colui il quale, in un periodo in cui la cavalleria errante è scomparsa da decenni, decide di lucidare le armi nella rastrelliera, di prendere un ronzino e chiamarlo ronzinante – ‘il primo tra i ronzini’; e a quel punto ha bisogno di uno scudiero, e si viene a creare il rapporto che normalmente c’è tra il comico e la spalla: il comico è colui che è destinato alla fama secolare, la spalla è invece il vero protagonista, colui che prova a riportarti sulla retta via o prova a farlo, anche se nel caso del buon Sancio Panza lo scudiero si trova a dover assecondare il suo padrone nelle imprese tutt’altro che eroiche. Don Chisciotte è alla fine il prototipo dell’antieroe, perché le prende da tutti i lati, anche se nelle ballate lui pretende di essere il cavaliere che risolve ogni conflitto. E il rapporto tra sogno e realtà, la realtà di un contadino – Sancio Panza, che viene proprio dalla miseria dei campi, dalla semplicità dei motti di spirito, dalle pagine che riempiono le pagine del Don Chisciotte, dove Don Chisciotte è il sogno cavalleresco in un mondo in cui la cavalleria sta lasciando spazio ad un pragmatismo eccessivo. Questo concetto di amicizia è un concetto che esiste anche in famiglia: l’amore che viene riversato nei figli è alla fine una sublime forma di amicizia, stare lì cercando di indicare qualcosa ma lasciando i figli fare la loro parte.
A questo punto mi sono domandata: due persone così diverse – uno è un hidalgo, Don Chisciotte, Sancio è un contadino – che si conoscono appena, non sono nemmeno amici di vecchia data, perché diventano una coppia così straordinaria? Abbiamo gioco facile sul perché Don Chisciotte si lanci all’avventura: Don Chisciotte ha un ruolo chiaro, lo conosciamo tutti, ma il vero uomo del mistero è Sancio: è lui il personaggio più interessante, ed è lui che muove la storia. Tant’è che don Chisciotte non esiste finché non incontra Sancio, non esiste nessun cavaliere senza lo scudiero; ma mentre Don Chisciotte, seguendo la sua natura, ‘deve’ fare ciò che fa – non potrebbe fare diversamente, è se stesso nel momento in cui vede nell’ordinario lo straordinario e ha una visione eroica della vita, Don Chisciotte è l’Ulisse della situazione che ha sete di avventura, e si sa che Ulisse esiste nel momento in cui si rimette in mare –  al povero Sancio invece chi glielo fa fare? Questo povero contadino, che si stringe al suo asinello grigio, perché segue Don Chisciotte? Che cosa lo anima a seguire il Cavaliere in imprese folli, lasciando tutto e tutti,  lui che nei mulini a vento vede i mulini a vento, non mostri giganti? C’è qualcosa che lo aggancia, e che anche nei momenti peggiori fa sì che non venga meno alla lealtà nei confronti del suo padrone: forse Sancio è l’unico che ha profondamente capito Don Chisciotte, perché in lui alberga lo stesso Ulisse, ma alberga in un altro modo: perché Ulisse non è soltanto lo scavezzacollo che gonfia le vele e prende il mare. Ulisse è anche l’ingegno, che si tira fuori dai pericoli, utilizzando gli stratagemmi, che se ha una strada bloccata gira e ne prende un’altra più lunga e salva tutti, alla fine: queste due persone tanto diverse alla fine sono simili, hanno dentro lo stesso motore. Pertanto: se noi togliamo Ulisse ad entrambi, e se non togliamo Sancio a Don Chisciotte e viceversa non esiste più niente. Sei d’accordo?

Sì, potremmo dire che entrambi, uniti, fanno Ulisse, che sono complementari. Come quando dico che l’idiota di Dostoevskij  e Don Chisciotte sono due momenti della vita di Cristo, nello stesso modo potremmo dire che Sancio e Don Chisciotte sono due momenti della vita di Ulisse. Ed è in virtù dii questo che avviene il miracolo, che è pura letteratura: Don Chisciotte promette a Sancio l’isla dei poemi cavallereschi, la terra promessa in caso di vittoria, e Sancio si persuade a seguirlo. Ma Sancio piano piano si capisce che nonostante segua Don Chisciotte ha sempre i piedi piantati per terra, calma Don Chisciotte quando lotta contro mulini a vento, pecore e montoni: Sancio vede sempre la verità, eppure quando soprattutto nella prima parte Don Chisciotte comincia a perdere un po’ di fede immaginifica è Sancio che lo stimola a continuare l’avventura, è Sancio che cerca di rianimare Don Chisciotte perché il sogno che ha vissuto con lui è stato così potente che non vuole rinunciarci nemmeno lui, gli ha fatto abbandonare la moglie dicendole ‘devo continuare a stare con lui, c’è una promessa che mi aspetta’. Sembra Achille quando nell’Odissea dall’oltretomba dice: ho fatto una vita da eroe ma sono solo adesso un re di ombre, la gloria è diventata polvere; così Sancio dice alla moglie ‘mi piacerebbe stare con te, ma intanto devo partire, devo affrontare questa grande epopea, è un sogno troppo bello per rinunciarci’. L’onore e l’onore di incontrare una persona come quell’hidalgo.

A questo punto mi sono ritrovata a sbattere contro il cuore del romanzo. Sancio che rappresenta la fedeltà oltre ogni immaginazione, perché è fedele al Cavaliere e quasi non sa nemmeno perché, ma Sancio non può tradire se stesso, ha diritto di aver paura. E per questo motivo Sancio lo tradisce cedendo alla paura e scappando, eppure il suo tradimento non è mai volutamente lesivo di Don Chisciotte; al contrario, l’arrivo di Carrasco segna la fine di Don Chisciotte, l’inizio di quello che l’autore definisce ‘il calvario’: perché alla fine sono le tappe di un percorso, i gradini di una discesa progressiva e inesorabile nella quale a Don Chisciotte vene mostrata la realtà. La realtà è l’unica cosa che è in grado di fermare Don Chisciotte, assieme al disvelamento del finale della sua vita: le due cose che sono in grado di tagliargli le gambe. Non ci può Sancio ad arginare questa sassaiola che gli arriva addosso, e si arriva al cuore del romanzo: l’incontro coi leoni.
E qui si vede il genio di Garigliano, e l’emozione più grande che regala al lettore: sarà che da scrittrice io per prima so cosa significhi immaginare una realtà fino al punto che quella realtà diventa reale, so quanta realtà ci sia nella letteratura, so quanto la letteratura diventi più reale della realtà travalicandone i confini, e so cosa significhi voler riscrivere un finale. Don Chisciotte nella versione di Cervantes si ritrova faccia a faccia con dei leoni che stanno in gabbia e stanno affamati; Don Chisciotte dice ‘aprite quelle gabbie’. Sancio si dispera, fa di tutto per dissuadere il Cavaliere, ma è troppo forte il richiamo del leone, e allora al finale classico Garigliano regala una seconda possibilità: salva Don Chisciotte dalla morte cui lo condanna Cervantes, da quel morire metaforicamente perché il leone, aperta la gabbia, lo guarda e si gira dall’altra parte. Lo salva dalla morte peggiore che potesse fare, da quella divina indifferenza di leopardi, che è l’approdo peggiore del nichilismo,  che gli toglie la materia del contendere. Ed è lì che l’autore si arrabbia – si arrabbia con Cervantes, con la storia, con quel destino, con quel finale, e dice: ve lo scrivo io un nuovo finale. Qui l’autore riscrive la sorte di Don Chisciotte, che apparentemente muore ma in realtà si salva. Perché come dice la frase più famosa del film Notte prima degli esami, ‘non è tanto quello che trovi alla fine della corsa, quanto l’emozione che provi mentre corri’. Io credo che qui si possa riassumere la riscrittura del finale che Garigliano regala ai lettori, è il finale in cui Sancio difende Don Chisciotte dicendo: ‘non è folle, è temerario’.

Questo è uno degli episodi più belli di tutta la letteratura mondiale, perché il Cavaliere  per la prima volta smette di lottare contro l’immaginazione e decidere di lottare contro la realtà: il suo eroismo tocca il culmine dell’avventura, e quindi quando passa questo carrettiere con dei leoni al cospetto di tutti quelli che avevano seguito Don Chisciotte fino a quel momento e che avevano visto che tutto ciò che vedeva Don Chisciotte erano fantasie, a questo punto si rendono conto che stavolta l’eroismo è vero, e ripensano a tutto quello che hanno creduto sulla follia del cavaliere, è uno stravolgimento del romanzo ma nello stesso tempo un’esaltazione di tutto il donchisciottismo raccontato dall’inizio alla fine. Quel maledetto Cervantes a questo punto fa una delle cose più spietate che si possano immaginare: tutto quello contro cui aveva combattuto il cavaliere si rivela imbattibile, il leone mostra il deretano, è la natura indifferente di leopardi, è l’indifferenza e le storture del potere contro cui Alonso Chisciano era sceso in campo, ed è vero che io a quel punto mi sono arrabbiato: ero così entusiasta del racconto, e vedere Don Chisciotte sconfitto e impotente in quel modo – che è poi il modo in cui si sente il padre nei confronti della figlia, impotente di fronte al rischio che morisse. Non potevo accettare la vittoria della natura, e ho inventato un finale diverso, avevo due esempi: il libro di Unamuno, che scrive quel libro straordinario come se Don Chisciotte fosse una persona vera, un ideale, a riprova del fatto che i miti sono qualcosa che abbiamo realmente dentro; e un’altra storia meravigliosa su Don Chisciotte, quella che ha scritto Kafka – ‘La verità su Sancio Panza’-  dove con un’intuizione geniale in dieci righe dice che Don Chisciotte non è altro che un’invenzione di Sancio Panza.

Ragionando sulla chiusa del libro, va fatta una riflessione su cosa significhi per un padre ‘non aver più nulla da dire’. È un finale malinconico? No, è un finale aperto: Don Chisciotte sembra morire, ma non bisogna aver paura del bruco che diventa farfalla. È solamente un momento di passaggio, i ruoli si invertono: nell’urlo di Sancio al capezzale di Don Chisciotte, la storia si riapre, Don Chisciotte torna a vivere: perché  morendo Don Chisciotte e morendo i suoi sogni si stava tirando dietro Sancio, e sarebbe stata davvero la morte per tutti e due. Don Chisciotte non doveva morire! E allora di fatto il romanzo di Alessandro Garigliano non ce lo dice, perché lascia al lettore la questione aperta: Don Chisciotte muore? O viene resuscitato dalla morte e salvato dall’unico pericolo che l’uomo oggi possa incontrare, che è quello di far morire i propri sogni e le cose per cui ha lottato a volte a costo della propria vita. Come dire: ne abbiamo fatte tante e ti perdi proprio al novantanovesimo cancello? Dice Sancio: tu torna a fare Don Chisciotte, e io mi condanno a starti appresso nel bene e nel male, ma non devi morire.

È come se Sancio con quelle parole innescasse nuovamente la scintilla: Sancio inizia totalmente scettico, poi nella seconda parte raggiunge il vertice in cui lui stimola Don Chisciotte a continuare a segnare, ogni volta che lo vede piegarsi lo sprona ad andare avanti. Sancio prende in mano le redini della situazione, perché vivere una vita soffocati dalla malinconia non è vivere.

E il padre e la figlia del romanzo, in questo finale?

Per quel che mi riguarda le voci tra il padre e la figlia rimangono distanti:  il padre è più saturnino, più malinconico, mentre è la figlia quella che non smette mai di innescare nuovi desideri, nuovi capovolgimenti di fronte.

Quando un padre si accorge che di fronte a una situazione ‘ non ha più niente da dire’, significa che ha compiuto il suo dovere e può smettere di fare il padre, oppure finisce una fase e ne inizia una nuova? Oppure è il figlio che spiazzando il padre fa sì che i ruoli si invertano?

Io credo che magari in proporzioni diverse apprenderò sempre da mia figlia, e sarò sempre lì ad insegnarle qualcosa. Credo che per lei sarò sempre sia Don Chisciotte, sia Sancio Panza.

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La scheda del libro

Lei ha tre anni e si emoziona ascoltando storie di cavalieri, re, regine e principeffe. Lui ha quarant’anni, è suo padre e si emoziona solo a guardarla. Lei è coraggiosa, vuole conoscere il mondo e non ha paura di niente; lui non trova un lavoro stabile e ha paura di tutto. La sua passione e il suo oggetto di studio è il Don Chisciotte: nelle trame del capolavoro
più rivoluzionario di ogni tempo rilegge la propria vita, scoprendosi non cavaliere intrepido ma scudiero devoto, combattuto tra l’adorazione e il buon senso, tra la sublime incoscienza della sua bambina e l’impulso di proteggerla.
Alessandro Garigliano ci consegna un romanzo intenso e avvincente che è una dichiarazione d’amore per la letteratura, per la vertigine eversiva, illimitata e imprescindibile della fantasia. E togliendo la maschera alla finzione inventa le parole del suo mondo, riannoda i fili del futuro e riesce a dare un nuovo senso all’essere padre.

Questo libro è per chi viaggia in moto al posto del passeggero, occhi chiusi e una guancia appoggiata alla schiena del cavaliere, per chi si ostina a cercare uno zoo dalla porta rosa e per chi, come Clark Kent, è riuscito a camuffare la propria identità dietro un paio di occhiali da nerd.

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Alessandro Garigliano è nato nel 1975 a Misterbianco. Collabora con i blog minima&moralia e Nazione Indiana. Il suo primo romanzo, Mia moglie e io (LiberAria edizioni, 2013), è stato segnalato al Premio Calvino.

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