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PREMIO CHIANTI 2017: vince Simona Lo Iacono

maggio 29, 2017

Simona Lo Iacono con “Le streghe di Lenzavacche” (Edizioni E/O) si aggiudica la trentesima edizione del PREMIO LETTERARIO CHIANTI

Ascolta la puntata di “Letteratitudine in Fm”, con Simona Lo Iacono, dedicata a “Le streghe di Lenzavacche”

I 350 giurati del Premio letterario Chianti hanno votato i seguenti libri finalisti

Giulio Perrone ” L’esatto contrario “ Rizzoli Editore 2015
Simona Lo Iacono ” Le Streghe di Lenzavacche “ E/O Editore 2016
Marco Missiroli ” Atti osceni in luogo privato “ Feltrinelli Editore 2015
Yigal Leykin ” Una vita qualunque “ Giuntina Editore 2015
Gianluca Barbera ” La truffa come una delle belle arti “ Comp. Edit. Aliberti 2016
Patrizio Fiore ” Il ricamo mortale “ Tullio Pironti Editore 2016
Marino Magliani ” Carlos Paz e altre mitologie private “ Amos Edizioni 2016

 

Alla fine delle votazioni, l’edizione numero trenta del Premio letterario Chianti è stata tributata a Simona Lo Iacono con ‘Le streghe di Lenzavacche’ (edizioni E/O).

Il Premio è stato ideato dallo scrittore Paolo Codazzi nel 1987 e fondato in collaborazione tra il Comune di Greve in Chianti e l’associazione culturale ‘Stazione di Posta’. Al vincitore verrà attribuito un riconoscimento di 2000 euro. Un contributo di 1000 euro agli altri autori e a tutti la consegna della riproduzione bronzea del dipinto ‘Allegoria del Chianti’ di Giorgio Vasari, opera del maestro orafo Mauro Bandinelli.

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Le streghe di Lenzavacche” di Simona Lo Iacono (Edizioni E/O)
È il 1938. Ululano le sirene che inneggiano al fascio. A Lenzavacche, minuscolo paese della Sicilia, vivono Felice, un bimbo disabile ma vivacissimo, la madre Rosalba e la nonna Tilde. Una famiglia stranissima, di sole donne, frutto di una misteriosa discendenza da streghe perseguitate nel 1600. Felice – che è il frutto di un amore appassionato della madre con un arrotino di passaggio, il Santo – grazie all’estro e alla originalità dei famigliari, riesce a vivere in pienezza nonostante i disagi fisici e l’emarginazione, in un periodo – come quello fascista – in cui è sommamente esaltato il valore della perfezione fisica. Si muovono accanto a lui i personaggi dell’intero paese, primo fra tutti il farmacista Mussumeli, donnaiolo incallito ma protettore degli ultimi, ridanciano e umilissimo nella sua veste di benigno tutore della famiglia. E poi nonna Tilde, zelante sostenitrice del potere benevolo delle streghe, delle quali si dichiara orgogliosa discendente e a cui si ispira costantemente per offrire al nipote disabile rimedi portentosi e anticipatori del futuro. Mentre il piccolo Felice compie progressi e i suoi cari s’ingegnano ad escogitare metodi che possano regalargli movimento, parola, indipendenza, arriva a Lenzavacche un nuovo maestro elementare. Giovane e innamorato della cultura, fantasioso ma dominato da un dolore lontano, questo maestro, in aperto contrasto con il regime dell’epoca, non accetta i luoghi comuni sull’insegnamento, è un assertore convinto del valore spirituale dei libri, scrive lunghe lettere a una misteriosa zia, a cui narra le difficoltà di inserimento nel paese.
In una Sicilia viziosa, ma pronta a giudicare, carnale e insofferente alla diversità, religiosa e pagana, Felice, sua madre e il maestro Mancuso, amanti della fantasia e dei libri, finiscono per diventare i simboli di una controtendenza dirompente, quella che decide di andare al di là delle apparenze e di scommettere sul valore della pietà umana. La loro parabola finisce allora per somigliare proprio a quella delle streghe, un gruppo di donne vissute a Lenzavacche nel 1600 che decise di vivere in castità e in obbedienza e di riunirsi   per fronteggiare eventi difficili della vita, affratellandosi in un vincolo di solidarietà umana. Mogli abbandonate, spose gravide, figlie reiette o semplicemente sfuggite a situazioni di emarginazione, si riunirono infatti in un casaleno ai margini dell’abitato e iniziarono a condividere una vera esperienza comunitaria e anche letteraria. Furono però fraintese, bollate come folli, viste come corruttrici e istigatrici del demonio. Finirono per essere ricordate come “Le streghe”…ma – ciò nonostante – sia Felice che il maestro Mancuso sperimenteranno, sotto gli occhi compiaciuti di Tilde, la forza della loro portentosa vitalità. Metafora del coraggio, della fantasia, della seconda opportunità di vita che la narrazione e la compassione offrono all’uomo, le streghe assurgono allora a simbolo di quella che la società bolla e perseguita come diversità, perdendo così l’occasione di amarla e riconoscerla come possibilità di crescita interiore e morale.

 

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