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FILIPPO NICOSIA racconta UN’INVINCIBILE ESTATE

giugno 3, 2017

FILIPPO NICOSIA racconta il suo romanzo UN’INVINCIBILE ESTATE (Giunti)

Un estratto del libro è disponibile qui

di Filippo Nicosia

Senza l’incontro con L’estate e altri saggi solari di Albert Camus, il romanzo si sarebbe intitolato Fratelli, o forse neppure, dato che c’era il rischio che venisse eclissato dal bel libro di Carmelo Samonà edito da Sellerio. Questo per dire che non avevo fin da subito chiare le immagini centrali della vicenda, la grana, la voce, sapevo solo che era una storia di fratelli senza l’ingombro dei genitori, o meglio, con l’ingombro di genitori morti e quindi solamente ricordati, per questo il file è nato e cresciuto, nel piatto ventre baluginante del desktop, con il nome: fratelli_primastesura.doc.
Lo spunto è autobiografico: qualche anno fa mi è capitato di riconoscere per la prima volta il più piccolo dei miei due fratelli. Quando a diciotto anni sono partito da Messina per frequentare l’università a Roma, mio fratello ne aveva appena otto, e negli anni precedenti, attorcigliato nei patimenti e nelle frustrazioni tipiche della pubertà, non mi ero quasi accorto della sua presenza. Dieci anni dopo, seguendo la mia strada, si è trasferito a Roma per studiare e per un anno e mezzo abbiamo vissuto insieme sotto lo stesso tetto, diviso il letto matrimoniale, fatto i turni di corvée, cucinato insieme la domenica e buttato la spazzatura i giorni pari io e i dispari lui (così gliene toccava uno in più).
È stato un periodo felice, anche se mi ha presentato il conto. Mentre ritrovavo un fratello, acquisivo la consapevolezza che i dieci anni che ci separavano, in realtà, per me non erano mai passati. Alla soglia dei trent’anni vivevo come uno studente fuorisede e le prospettive non lasciavano presagire grandi cambiamenti.
Mio fratello, senza accorgersene, è stato una luce, la sua sola presenza ha illuminato la mia condizione e la sua determinazione e coscienza del presente mi hanno definitivamente convinto che quelli che io pensavo come giovani, da più parti dipinti come debosciati senza spina dorsale, erano di gran lunga più pronti e determinati di come ero stato io e la gran parte dei miei coetanei.
Così Diego, il protagonista e la voce narrante del romanzo, ha preso corpo da un giovane fratello ritrovato e Giovanni, l’aspirante attore, è stato sbozzato da uno dei tanti ragazzi che lavorano nei bar delle grandi città e covano sogni di arte, letteratura o cinema, un ragazzo su tre di quelli che si incrociano a Roma, me stesso.

A questo punto, come ho già detto, è arrivato Camus, un Camus “meno conosciuto” e“spiccatamente mediterraneo” come lo definisce Silvio Perrella nella prefazione a L’estate e altri saggi solari, che ho sottolineato quasi per intero tanto mi è parsa rivelatrice. Il libro, curato insieme a Caterina Pastura, contiene scritti brevi di difficile definizione, “piante spontanee” come scrive sempre Perrella, che descrivono un Mediterraneo nel quale cercare “la realtà sensuale del mondo”. È stato grazie a queste visioni marine che si è affacciata, prima sotto forma di esergo e poi di titolo, quell’immagine dell’invincibile estate tratta da “Ritorno a Tipasa”. Camus Scrive: Ritrovavo qui l’antica bellezza, un cielo giovane, e misuravo la mia fortuna, capendo finalmente che negli anni peggiori della nostra follia il ricordo di quel cielo non mi aveva mai abbandonato. E da ultimo era stato quello che m’aveva impedito di disperare. Avevo sempre saputo che le rovine di Tipasa erano più giovani dei nostri cantieri o delle nostre macerie. Là il mondo ogni giorno ricominciava con una luce nuova. O luce! è il grido di tutti i personaggi che nel dramma antico vengono posti di fronte al proprio destino. Quest’ultimo scampo era anche il nostro e adesso lo sapevo. Imparavo finalmente, nel cuore dell’inverno, che c’era in me un’invincibile estate. (pag 98-99)
Dentro di me si è fatto largo questo cielo giovane figlio di una speranza che ho riversato nella storia di Diego, nella sua voce. Per lui ho immaginato una data di nascita sciagurata: 23 maggio 1992, il giorno della Strage di Capaci, il giorno più buio. Vent’anni dopo, si trova a vivere in una Sicilia che invece di tirarsi fuori dalla tenebra ha visto aumentare le zone d’ombra, il sovrapporsi di mafia e antimafia fino a non essere più distinguibili, l’annacquarsi delle battaglie di uomini giusti il cui sacrificio sembra valso a poco o niente.
In questo clima, in una scalcinata casa dei quartieri popolari di Messina Sud, si consuma una storia ordinaria di una famiglia ridotta ai due antagonisti, Diego e Giovanni, che da semplici fratelli ho sentito diventare due siciliani, e poi due messinesi.
L’altro grande ispiratore del romanzo è, suo malgrado, il poeta Bartolo Cattafi, nato a Barcellona Pozzo di Gotto e molto legato alla città dello Stretto. Tra tutte le poesie che ogni tanto vado a rileggere Thrinakie, contenuta nella raccolta L’osso, l’anima (Mondadori, 1964), è quella che più di tutte riassume l’immagine della Sicilia che volevo raccontare.

Omero ne parla perché Ulisse
l’incontrò sul mare,
la Terra dei Tre Capi.
Ricca, fiera, boscosa,
America avanti lettera,
favole correvano
da un cateto all’altro.
Dovevano ancora venire
le agavi e le arance,
i paladini d’Angelica,
i sonni sull’amaca.
Ora è un triangolo arido,
figura piana e montuosa
di marina solitudine,
terra di molti mali
di problemi scottanti
non per colpa del sole.
Se vi sbarchi è come
un approdo in Nordafrica
o al Partenone
in un’aria di semicolonia,
e si è metà dentro metà fuori
di un chiaro capitolo di storia.

Nel penultimo verso c’è quell’essere metà dentro e metà fuori che è la condizione attorno alla quale la storia di Diego si impernia, non solo geograficamente, cioè nello svolgersi in una città di frontiera, al confine tra Sicilia e Calabria, ma proprio nel dover ancora prender parte alla propria storia, nel trovarsi in quell’età di passaggio nella quale da comparsa vuole diventarne protagonista. In più c’è quell’aggettivo chiaro all’ultimo verso, che mi sembra ribalti completamente la poesia, riportando i problemi scottanti  e  i molti mali dei versi precedenti a una luminosità, a una naturale potenza, che lo lega, nel mio immaginario, al Camus dei saggi solari.
Su questi stimoli e queste letture ho provato a scrivere una vitalità. Mi è bastato pensare allo spontaneismo balneare, quella forma di organizzazione più o meno complessa che spinge gli abitanti di Messina ad occupare le spiagge con capacità adattive straordinarie e molta fantasia, per capire che in me è radicato un fortissimo attaccamento alla mia città che dal centro si tende per nove chilometri fino alla punta come se la falce si fosse arricciata per il rinculo dello schiocco di una fionda.
Da metà maggio in poi, le coste sono tutto un fiorire di singoli o gruppi che si riversano gioiosamente e prepotentemente sulle coste. Questo richiamo del mare, che comunemente si chiama estate, io l’ho sempre amato per la sua democraticità. L’estate è la stagione della democrazia – il Mediterraneo ne è la culla –  e il mare mi è sempre parso il luogo di questa democrazia, dove ogni differenza è azzerata. Ovviamente sono un amante della spiaggia libera.
È sempre difficile dover parlare di qualcosa che si è scritto, ci si augura sempre che il meglio lo si sia riversato nel romanzo. Non voglio rivelare nulla della trama, dove si narra l’estate di un ragazzo di vent’anni con le sue aspirazioni, amori, dubbi che si sciolgono dentro le pagine. Quindi mi fermo qui, alle premesse e alle ispirazioni: Camus, Cattafi, l’insularità, la vitalità e il disordine tipico dell’istinto di sopravvivenza, il senso del comico, e la violenza, che è solo una delle tante risposte sbagliate.

(Riproduzione riservata)

© Filippo Nicosia

 

La scheda del libro

A pochi giorni dal suo compleanno, un evento spazza via tutte le certezze del giovane Diego: tornando dal turno serale nel ristorante in cui lavora, trova il padre riverso sul tavolo della cena. Quel padre violento e sanguigno, a cui Diego è legato da un amore viscerale, lo ha lasciato solo nella casa con vista sull’autostrada, in un quartiere popolare di Messina. L’unico rifugio sicuro è la passione per la lettura e la cucina, in cui Diego rivela ben presto un talento straordinario. Ma ad attenderlo c’è un’altra sorpresa: al funerale del padre si presenta Giovanni, un giovane sfrontato e prepotente che gli sbatte in faccia una verità molto difficile da digerire, riportando a galla vecchi rancori e gelosie. Soprattutto quando si insinua nel letto di Ester, la migliore amica di Diego, da sempre sua complice e confidente. Intanto l’estate è arrivata, fregandosene dei morti e del dolore, e con lei arriva anche Martina, che travolge Diego con tutta l’ebbrezza e i dubbi del primo amore. E mentre il ragazzo nuota ogni giorno nelle acque gelide dello Stretto, cercando di tenere a bada la paura per le sfide che lo attendono, all’orizzonte si profila una scelta che potrebbe cambiare il suo futuro, e forse portarlo lontano da quella terra così amata e odiata. Un toccante romanzo di formazione che dipinge a tinte forti la vita di un ragazzo d’oggi in una Sicilia magnifica e crudele. Il promettente esordio di un giovane autore di talento.

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