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ALESSANDRO PERISSINOTTO racconta QUELLO CHE L’ACQUA NASCONDE

giugno 9, 2017

ALESSANDRO PERISSINOTTO racconta il suo romanzo QUELLO CHE L’ACQUA NASCONDE (Piemme)

di Alessandro Perissinotto

Quello che l’acqua nasconde inizia con un esergo e una premessa; li riporto entrambi qui sotto perché dicono molto della genesi del romanzo.

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Si tratta di un errore molto comune. La gente pensa che l’immaginazione dell’autore sia sempre all’opera, che egli inventi costantemente un’infinita serie di avvenimenti ed episodi, che semplicemente immagini le sue storie partendo dal nulla.
Nella realtà è vero l’opposto. Quando le persone scoprono che sei uno scrittore, sono loro a portarti i personaggi e gli eventi. E fintanto che conservi la capacità di osservare e ascoltare con attenzione, queste storie continueranno a cercarti nel corso della tua vita.
A colui che spesso ha raccontato le storie degli altri, molte storie saranno raccontate.

Wes Anderson, Grand Budapest Hotel

 

Premessa dell’autore
Dopo la pubblicazione di Le colpe dei padri, nel 2013, molte storie sono venute a cercarmi. Storie di persone che si riconoscevano in ciò che io avevo scritto in quel romanzo, dunque vicende abbastanza simili a quella che io avevo già messo su carta. Di fronte a me si aprivano due possibilità. La prima era quella di ignorare quel patrimonio immenso di umanità, col pretesto di aver già esaurito ciò che avevo da dire intorno agli anni di piombo e alla nostra memoria rimossa. La seconda era quella di correre il rischio della ripetizione. Ho scelto la seconda, cercando di cogliere l’unicità di quanto mi veniva raccontato, sapendo che, quando si attinge alla realtà, non si trovano mai due storie identiche, anche se prendono origine da uno stesso dramma, da uno stesso fatto, da una stessa immagine. E poi, per conservare la memoria non è necessario essere originali, l’importante è essere ostinati.

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Ecco, le cose sono andate proprio come le racconta il personaggio di Gran Budapest Hotel: un giorno, era la fine del 2013, ho trovato una mail, di un lettore che aveva molto amato Le colpe dei padri e che mi diceva che, per via del suo ruolo professionale (era ed è direttore sanitario di un grande ospedale torinese), aveva da raccontarmi molte storie di ospedale.
Fissammo un appuntamento e dovetti riconoscere che aveva ragione: ognuna delle sue storie era un romanzo pronto per essere sviluppato; peccato che io fossi già immerso in un nuovo lavoro (Coordinate d’oriente che uscì nel 2014). Però, due di quelle vicende continuavano a chiamarmi e a “disturbarmi”. A febbraio 2014, abbandonai la stesura di Coordinate d’oriente e mi gettai sui primi capitoli, quelli in cui cominciavano a incontrarsi due persone (non personaggi, perché qui parliamo di realtà) di cui il medico mi aveva parlato. La prima di queste persone si chiamava Giorgio Coda: il primo psichiatra in Italia ad essere condannato per la crudeltà dei suoi metodi. La seconda persona era invece Albertino, un bambino che, per quanto perfettamente sano, negli anni ’60, era stato internato nel manicomio diretto da Giorgio Coda e aveva subito i suoi “elettromassaggi” (una variante ancora più dolorosa dell’elettrochoc).  Cominciai a scrivere, documentandomi, di manicomi infantili, di torture e di come tutto questo potesse saldarsi con uno dei temi che da sempre mi stanno a cuore: gli anni Settanta, con il loro portato di dolore, ma anche di speranza, con le loro pallottole e con i loro segni di progresso (il divorzio, l’aborto, il nuovo diritto di famiglia, lo statuto dei lavoratori e la “Legge Basaglia” che chiudeva finalmente i manicomi). Scrissi e cancellai, scrissi e cancellai, fino a che mi convinsi che quel materiale doveva ancora “sedimentare” dentro di me: avevo accumulato testimonianze, fotografie, articoli di giornale, ma perché il testo assumesse la forma di un romanzo (e non di un saggio) era necessario prendere le distanze da tutta quella verità, bisognava che facessi rientrare in me l’ondata di emozione e di dolore che tutto quello mi suscitava. Alla fine terminai Coordinate d’Oriente e attesi l’inizio del 2016 per mettermi di nuovo sulle tracce di Albertino e di Coda; quando finalmente ripresi il lavoro ebbi l’impressione di aver trovato la giusta chiave per raccontare quel mondo: avrei introdotto tre personaggi di finzione e la loro storia sarebbe stata una sorta di guida alla grande Storia. Ed eccoli allora questi tre personaggi: Edoardo Rubessi, Susan Sacco e Aldo Abrate. Edoardo è un genetista di fama mondiale che, dopo aver lasciato Torino nel 1980, appena laureato, vi fa ritorno nel 2015, per un progetto di ricerca, convinto che il suo passato sia ormai caduto nell’oblio. Ma, evidentemente, non è così, perché fin dal primo giorno qualcuno si avvicina a Susan, che di Edoardo è la moglie, e le fa intuire che la giovinezza di suo marito è stata molto diversa da quella che lui le ha descritto: da quel momento Susan, aiutata da Aldo, un amico d’infanzia di Edoardo, andrà alla ricerca della verità e la troverà. E il lettore la troverà con lei, ma, prima di giungere a destinazione, tanto Susan quanto il lettore dovranno attraversare un labirinto: quello del nostro passato recente e dimenticato.

(Riproduzione riservata)

© Alessandro Perissinotto

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La scheda del libro

Un uomo sfuggente e complesso che ha molto da nascondere e troppo da dimenticare. Un passato rimosso che torna prepotentemente a galla, perché l’acqua non può celarlo per sempre. Un mondo scabroso e disturbante, perché gli anni ’70 non hanno ancora finito di rivelare i loro errori.

Edoardo Rubessi è un genetista di fama mondiale, un probabile premio Nobel. Quando, dopo trentacinque anni trascorsi negli Stati Uniti, torna nella sua Torino, tutti lo accolgono come colui che ha il potere di cambiare il destino dei bambini malati: tutti tranne il vecchio. Il vecchio è un uomo venuto dal passato, da quegli anni di piombo che Edoardo credeva di aver lasciato dietro la porta chiusa di una vita precedente. Ma basta una minuscola fenditura nel legno di quella porta perché il dolore e i misteri imprigionati per decenni escano in un soffio violento che investe Edoardo, e che fa vacillare la fiducia che sua moglie, Susan, ha sempre avuto in lui. E sarebbe bello poter liquidare il vecchio con una battuta, dire che è solo un mitomane, ma Susan non ci casca: il vecchio ha lo sguardo di chi sa farsi ubbidire, lo sguardo di un Lagerkommandant, e Susan quel lager domestico, quell’orrore alle porte di casa dovrà esplorarlo mattone per mattone prima di scoprire chi è veramente suo marito. Dopo Le colpe dei padri, Perissinotto torna a proporci un nuovo viaggio tra le rovine del nostro passato recente, a farci esplorare le memorie rimosse: perché i lager non si sono chiusi nel 1945 e il crudele gioco di vittime e torturatori è continuato a lungo, troppo a lungo.

[Ascolta la puntata radiofonica di “Letteratitudine in Fm” dove Alessandro Perissinotto conversa con Massimo Maugeri sul romanzo “Le colpe dei padri”]

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Alessandro Perissinotto, nato a Torino nel 1964, insegna Teorie e tecniche delle scritture all’Università di Torino. Ha esordito come narratore nel 1997 ed è autore di dodici romanzi. Le sue opere sono state tradotte in numerosi paesi europei e in Giappone. Con Piemme ha pubblicato Semina il vento (2011), Le colpe dei padri (2013, secondo classificato al Premio Strega) e Coordinate d’Oriente (2014).

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© Letteratitudine

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