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PAOLO CODAZZI racconta IL PITTORE DI EX VOTO

giugno 14, 2017

PAOLO CODAZZI racconta il suo nuovo romanzo IL PITTORE DI EX VOTO (Pironti)

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di Paolo Codazzi

Fulvio, il personaggio principale (secondo numerosi lettori e recensori, ma potrei non condividere l’attestazione) del “Il pittore di ex voto”,  è un uomo maturo (e la definizione meriterebbe molte altre pagine descrittive), laureato in matematica e vincolato professionalmente a questioni concernenti lo “spazio campionario” (artiglio della matematica contemporanea anche se il pisano Leonardo Fibonacci ne anticipò alcune “probabilità”  molti anni fa, all’incirca fra undicesimo e dodicesimo secolo; e prima di lui un paio di presocratici seppure in forme che oggi considereremmo rozze: e anche tutto questo meriterebbe molte pagine di commento), ma soprattutto di quelle funzioni che consentono, o dovrebbe consentire, le previsioni meteorologiche che, come sostiene Fulvio,  … “Conoscere le previsioni del tempo è al giorno d’oggi un’esigenza dilatata degli individui, che ambirebbero a conoscere non solo le condizioni climatiche del Paese o della Regione, ma bizzarramente anche della città e del quartiere se non addirittura del condominio, e tutto questo ha reso le previsioni meteo un importante mezzo di comunicazione televisivo, contenitore di molta pubblicità e di conseguenze proliferato le società affaccendate sulla questione, rendendolo uno dei settori fecondi delle applicazioni matematiche e fisiche che pure nell’antichità avevano avuto dei tentativi  fin dai babilonesi per giungere ai greci e ai romani ma queste ricerche si arrestarono senza risultati a forme di proto scienza.”

Per quanto Paolo Codazzi, cioè  il sottoscritto, o meglio l’autore, ami la matematica, lo spazio campionario, e le previsioni meteo,  non ha niente, o poco altro, in comune con Fulvio (escludendo una certa indifferenza per gli animali domestici con tutto il circondario, e la tenerezza per gli aquiloni svolazzanti sui profili delle nuvole); tuttavia si afferma, talvolta, che ogni autore scriva di se stesso, o di ciò che avrebbe desiderato essere, o di quanto non vorrebbe essere: oppure a nascondere ognuna delle ipotesi per non offrire al lettore l’alibi critico che parlarsi addosso, che solitamente non ha grande incidenza su un certo tipo di destinatario, anche perché di storie da raccontare ce ne sono miliardi e solo in piccola percentuale ottengono il risultato di rappresentare come minimo comune denominatore tutte le altre, sia questione ormai ampiamente usurata.

Fulvio vive, o viveva,  a Firenze dove casualmente abita anche  l’autore del romanzo, o romanzo breve, o racconto lungo (leggendo commenti di lettori e recensori, e anche siffatte definizioni richiamerebbero l’urgenza di un vasto commento), e nella sua adolescenza ha soggiornato quasi due anni nel Collegio di Antignano di Livorno, “Casa Firenze” per motivazioni che a suo modo di vedere non avevano relazione né con il suo rendimento scolastico né con la sua condotta etica di ragazzino di appena sette anni (considerazioni condivise anche dall’autore): ed è sempre stato convinto, pur con qualche cedimento periodico, che altre dovessero essere le ragioni e, forse, i non buoni rapporti tra i genitori che subiva quotidianamente (ma era un “bimbetto”, come lo chiamava Lucia, la Maestrina della quale si innamorò e che lo guidò verso la matematica, che se fosse ancora viva con la sua saggezza di ascendenza contadina gli confermerebbe che turbolenze in ambito familiare ci sono dappertutto e dove non si notano spesso si trasformano, improvvisamente, in tragedie vere e proprie): Comunque non partì volentieri per Livorno anche se dopo pochi giorni di convitto riuscì a ritrovare serenità sia per l’affetto dei nuovi amici, particolarmente Thomas (affaticato nella crescita individuale “dall’incerto colore della sua pelle”), e Luca (affetto da una antica forma di poliomielite (antica perché fu inventato il vaccino), sia per quello altrettanto importante di Lucia,  di Luciana, la madre di Luca infermiera nel collegio, del Pescatore, indecifrabile uomo tra tante donne,  e di Margherita la cuoca dal grande seno, nonché  della famiglia non più incombente su di lui.

Io, cioè l’autore, Paolo Codazzi, avrei fortemente desiderato vivere un’avventura simile a quella di Fulvio, in luoghi diversi da quelli dove strascicavo da adolescente le giornate pur non avendo difficoltà nello studio e nessuna problematica familiare per quanto riesca a ricordare, ma immaginarmi a quella età strappato da casa per un viaggio la cui lunghezza oggi potrebbe far sorridere, ma che allora era realmente un viaggio di quelli che le letture (un tempo imposte ai ragazzini) avevano agitato la mente dei giovani lettori per circoscritta emulazione mi ha attratto; e per di più avrei desiderato pure io di osservare sia il plastico racchiuso in teca dell’Andrea Doria (chissà dove sarà adesso), sia quel troncone di nave sbattuto dai marosi di una tempesta che Fulvio vide appena arrivato a Livorno mentre in autobus si recava a Antignano in compagnia di Francesco, l’accompagnatore, che durante il viaggio gli iniettò la curiosità per la storia delle ferrovie e del treno invitandolo, al suo ritorno a Firenze, a vedere un plastico che si era costruito nella sua abitazione.

La vita in collegio di un adolescente, ovvero la detenzione, agli occhi dell’autore, ha sempre rappresentato per il suo immaginario intimo (riflesso di quello collettivo), fin da piccolo, ma anche da adulto quando a volte avrebbe voluto minacciarla ai figli se ne avesse avuti, una vera e propria punizione aggravata anche dai libri letti sull’argomento (l’autore ovviamente ha letto e legge molto, altrimenti non si spiegherebbe la presunzione di considerarsi scrittore), ma dal resoconto di Fulvio questa prigionia senza sbarre visibili si trasforma quasi in opportunità che tutti gli adolescenti dovrebbero subire  (peraltro non essendoci più, in età più avanzata il servizio obbligatorio di leva che, altro punto in comune tra Fulvio e Paolo, nessuno dei due ha patito).

Sicché (quanto mi piace questa congiunzione coordinante!) la storia di Fulvio, raccontatagli in un agitato sogno (effetto di una modesta cena greca a base di formaggio cretese e noci attiche, la stessa frugale chiusura della giornata che anche Socrate era uso consumare – Santippe, la moglie del celebre filosofo,  non l’avrebbe definita greca, ma soltanto la cena possibile con le scarse risorse familiari -, ovviamente quando non era precettato in autorevoli simposi ateniesi), ha affascinato Paolo e questo fascino ha fatto sì, secondo la sua modesta opinione, che matematica, nubi e senso del destino (con tutti i vari connesso riferiti ad un’epoca ormai lontana), siano riuscite realmente a definire quel minimo comune denominatore che possa rendere il romanzo, o romanzo breve, o  racconto lungo, piacevolmente accessibile sia ad un attento Critico (in maiuscolo per sudditanza primordiale), sia ad un Lettore meno smaliziato (in maiuscolo essendo i lettori i veri destinatari dei libri). Per ottenere ciò Paolo, l’autore, vincolando l’affabulazione alla convinzione “che nessuno potrà mai prevedere il passato”, ha mescolato nell’insieme della storia raccontatagli  in un’agitata notte di incubi, molti elementi riguardo il destino degli umani che secondo quando riferitogli da Fulvio sono come dei numeri primi dispersi dal vento del caso (o caos, casualmente o caoticamente formati dalle stesse lettere), fino a quando il “destino” compiuto, nell’infinità delle proprie variabili, non finirà per incombere sul caso e sul caos (“ ciò che è non poteva non essere…” scrisse Virginia Woolf).

(Riproduzione riservata)

© Paolo Codazzi

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La scheda del libro

Ex voto suscepto, “secondo la promessa fatta”. È la formula che viene canonicamente apposta sugli oggetti offerti nei santuari per ringraziare il destinatario del dono – divinità pagane, Dio, la Madonna o un santo – per aver esaudito una preghiera. L’estensione del significato ha portato a designare con la stessa locuzione l’oggetto stesso dell’offerta, applicandola anche alle offerte votive del mondo antico dove, nei ripostigli e nelle favisse dei santuari, sono stati ritrovati un gran numero di ex voto. Fulvio, un matematico che si occupa di meteorologia, a distanza di anni dalla morte dei genitori, si ritrova fra le mani una lettera. È della segreteria del Santuario della Madonna di Montenero: il quadretto votivo inviato dalla madre come ringraziamento alla Madonna per aver salvato il figlio dall’incidente stradale in cui era stato coinvolto è stato esposto nella saletta degli ex voto. Fulvio decide così di recarsi a Livorno, con l’intento di riprendere il quadretto. È già di ritorno quando la sua auto si scontra con un’altra che viene in senso opposto. Ne uscirà nuovamente indenne, almeno nel corpo. Questo secondo incidente, però, lo costringerà a fare i conti con il passato e con tutte le sue convinzioni di uomo e scienziato, e a guardare le nuvole con occhi nuovi. La conoscenza come figura geometrica piana; il fascino dei numeri primi; la religione e la devozione; la fragilità dello spazio; l’etica come estetica; la negazione di qualsivoglia credenza sovrannaturale, in cui rintracciare piani superiori o interventi divini; il rifiuto dei vincoli spirituali; il paradosso di Cantor e il problema del “piccolo Gauss”; i detti socratici e l’arte come incontro col divino. Sono solo alcune delle traiettorie lungo cui ci si muove in questo visionario e concretissimo romanzo.

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Paolo Codazzi è nato a Firenze, città in cui vive e lavora, operando attivamente nell’ambito culturale cittadino.
È fondatore della rivista «Stazione di Posta» e del “Premio Letterario Chianti”. Studioso di storia antica ed etruscologia, collabora con quotidiani e periodici.
Ha già pubblicato: Il cane con la cravatta (2002), Segreteria del caos (2006) e Il destino delle nuvole (2010), editi per Mobydick e, per la Tullio Pironti, il fortunato romanzo La farfalla asimmetrica (2014).

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