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CATERINA DELLA NOTTE di Sabina Minardi (recensione)

giugno 15, 2017

CATERINA DELLA NOTTE di Sabina Minardi (Piemme)

 * * *

di Simona Lo Iacono

È notte.
L’aria di Siena è pregna degli odori delle locande. I barbagli di qualche lume arrivano anche dallo Spedale. Ed è qui, sul piano ruvido di una cella, che una donna comincia a scrivere la propria storia.
Glielo ha comandato Caterina, Caterina la Santa, la preferita del Signore. Perciò oggi, 29 aprile 1380, Giovanna da Fontebranda obbedisce al comando e scrive.
Ha mani tremanti, Giovanna. E la carta pare non contenere lo sguazzo dell’inchiostro e le curve delle vocali. Ma soprattutto, lo spazio è sempre troppo angusto, per tutte le memorie  che la assalgono, la marcia all’indietro, il passo del tempo cadenzato sui ricordi.
E i ricordi, poi.
Quanti.
Qualche secolo dopo, a Londra, una donna – Catherine – rientra a casa, al numero 2 di Redcliffe Square. L’appartamento è grande, fin troppo grande per lei e suo padre. Ed è moderno, a differenza del Santa Maria alla Scala, dove  Caterina ha vissuto e pregato.
Lì, si alternano infatti mantellate silenziose e penitenti; balie dai seni gonfi di latte per i “gettatelli”; mendicanti in cerca di cibo; appestati da soccorrere per una morte dignitosa.
Qui, invece, le stanze sono moderne e segnate dal passaggio di Catherine: gli abiti lasciati in disordine per rimarcare gli spazi; le lenzuola attorcigliate sui bordi del letto; l’odore di doccia e bagno schiuma, che ancora esala nell’aria un sentore di spezie, di agrumi.
Eppure, nonostante la diversità di luoghi e di tempi, queste due donne – Catherine e Giovanna – si somigliano.
Non fisicamente, ché l’una – Giovanna – ha sempre vissuto inguainata dal mantello nero della Scala,  e non ha mai ceduto a civetterie o ad abiti mondani. E nemmeno interiormente, dato che Catherine ha girato il mondo e lavora come giornalista, mentre l’altra non è mai uscita dalle mura in cui è stata reclusa sin da bambina.
Piuttosto è uguale una mancanza.
Nessuna delle due, infatti, ha notizie precise della propria madre né alcuna sa di essere in ricerca, ai margini di un mistero.
Se non ci sono, se si sono allontanate, se sono fuggite o sono morte, le madri restano infatti un nodo da sciogliere, una ferita da curare, che prima o poi farà sentire la propria presenza.
Così, e forse proprio per dipanare quel nodo, Catherine e Giovanna iniziano a conoscersi.
Non come si conoscono gli esseri umani, però, e cioè incontrandosi e guardandosi, camminando a braccetto o facendo colazione al bar. E nemmeno come gli abitanti del medesimo tempo storico, che possono contare su mezzi adatti alla loro epoca, lettere o e-mail.
Immagine correlataMa come si conoscono gli spiriti affini: tra le parole e tra le pagine di un libro. Intessuto su due intensissime voci di donna – quella di Giovanna e quella di Catherine – “Caterina della notte” (ed. Piemme), sorprendente romanzo di Sabina Minardi, annoda il passato al presente, ripercorre i fasti e le oscurità della Siena del 1380, riporta alla luce l’intensità spirituale di Santa Caterina, dottore della Chiesa.
Il suo ardore di carità, la sua pietà, il suo zelo apostolico, fanno spesso da contraltare ai dubbi di Giovanna,  al suo disperato bisogno di felicità.
Ma fanno da guida anche a Catherine, trascinata da Londra a Siena proprio dalla Santa, quasi invitata a prendere possesso di un passato sepolto, in attesa.
Alternando l’italiano antico a una prosa vitale, svelta, poeticissima, Sabina Minardi regala un affresco vasto e vivo della Siena del quattordicesimo secolo, alternando luci e lutti, anime sante e anime dannate, cori angelici e cori penitenti.
Su tutto, la voce di Santa Caterina si leva forte, coraggiosa, moderna.
È lei a dire parole di fuoco, dottissime, pur essendo illetterata ed aperta alla sapienza dal solo spirito di Dio. E’ lei a muoversi febbrile tra le ripide strade di Siena con i “caterinati” che le si affrottano intorno, avidi di bere ogni suo gesto, ogni sua affermazione. Ed è lei a sussurrare che “Niuno Stato si può conservare nella legge civile in stato di grazia senza la santa giustizia”, incontrando Vescovi, convincendo  Papi, incoraggiando la Chiesa a spostare la sua sede da Avignone a Roma.
Ma soprattutto è lei a unire Giovanna e Catherine,  a sanare le loro mancanze,  quasi a rammentare che la ricerca del proprio destino non può che compiersi attraverso l’altro, nel suo dolore, nel suo amore.

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La scheda del libro

Catherine ha quarant’anni e un forte senso di vuoto dentro. Forse per colpa di David, l’uomo che ha accanto, ma che da tempo non sente più vicino; o forse è la convivenza con il padre – da sempre per lei madre e padre insieme – che è diventata troppo ingombrante. Per questo, il giorno in cui le viene recapitato un manoscritto sulla scrivania dell’ufficio, Catherine si lascia completamente travolgere dalla lettura. Quella che scorre tra le pagine è una storia antica, ambientata nella Siena dov’è nata ma che non ha mai più visto. Ed è scritta in italiano, la lingua madre di cui serba un ricordo sfocato. Protagonista una santa che porta il suo nome, Caterina.
A narrare è una donna che nel 1380 vive nello Spedale di Santa Maria della Scala, luogo di cura dei malati e di assistenza per i “gettatelli”, rifugio di viandanti e pellegrini lungo la Via Francigena. Un ospedale, sorto intorno all’anno Mille, crocevia di culture diverse ed emblema di convivenza tra laici e religiosi, tra ricchi, poveri, artisti, gente in cammino: uomini e donne che deviano dalla loro strada, in cerca di sé. In quel luogo straripante di vita, la donna è costretta a non vedere mai la luce del giorno, per una colpa segreta che porta fin dalla nascita.
Tra quelle pagine oscure e appassionanti, Catherine trova qualcosa che la spinge verso la sua città natale e verso la madre, morta quando lei era bambina, e della quale nessuno parla mai. Seguendo il racconto di Giovanna, quelle vite così lontane si fanno sempre più vicine. E, scoprendo il segreto che lega Giovanna allo Spedale e a santa Caterina, Catherine riuscirà a svelare i misteri del suo passato e a ritrovare se stessa.


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Sabina Minardi è nata a Catania, vive a Roma. Caposervizio del settimanale L’Espresso, scrive di cultura e società e cura la sezione Visioni. Bookmarks è il suo blog sui libri. Sposata, ha due figlie.

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