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TRE MONOLOGHI di Adelaide Spallino (un estratto)

giugno 19, 2017

tre monologhi copertina 300 webPubblichiamo un estratto del testo teatrale TRE MONOLOGHI di Adelaide Spallino (Navarra editore)

Un testo teatrale coinvolgente in cui i tre protagonisti si mettono a nudo attraverso tre monologhi, svelando al pubblico le proprie storie personali. Un senzatetto beffardo che vive la vita con sospetto, uno scrittore dimenticato che ignora se stesso vivendo in maniera dimessa, una madre sola che ha abdicato a sé stessa per crescere il figlio avuto dal suo primo amore, sono i protagonisti che, grazie al loro casuale incontro, tentano di reagire a un destino che sembrava già scritto. Un invito a riflettere su temi intramontabili, quali la vita da molti vissuta con distacco, l’inconsistenza del successo, la solitudine e il valore contrastante della maternità.

 * * *

Sergej: la vita in fuorigioco

Sergej entra in scena tenendo in una mano un sacchetto di plastica da supermercato con dentro degli stracci che poggia per terra. Indossa un vecchio impermeabile. Avanza verso il centro della scena cosparsa di foglie secche. Alla sua destra, una panchina, alla sua sinistra, un lampione. In sottofondo la Danza ungherese di Brahms suonata lentamente con una fisarmonica a bottoni.

 

Sergej – Vi dispiace se non vi saluto? Detesto i convenevoli. Voi no?

Comunque ve li risparmio.

Sono arrivato qui in maniera del tutto casuale. Qui, non davanti a voi. Qui, dico, in questa vita.

Uno stronzo un giorno mette incinta una ragazza e lei decide di farmi da sola in casa e di tenermi con sé. Eppure ricordo che aveva un buon profumo quella bestia. Madre (Sergej si ferma e con sguardo intenso e beffardo guarda la platea). Fondamentalmente sono qui per irritarvi.

Non qui in questa vita; qui, dico, davanti a voi.

Mi hanno detto: vai lì e racconta la tua storia, che se vai bene e piaci ti lasciamo ancora un po’ a infastidire il mondo.

Chi mi ha detto così? (Ride) Eh, lo sapessi cari miei! (Si blocca improvvisamente e urla sottovoce colpendosi le tempie con le mani) Maledette voci… via… via… via da me!

Adesso sono qui, ma si nascondono quando sto con gli altri.

Di solito preferiscono unicamente la mia compagnia.

Il frastuono che procurano le altre presenze le disturba.

Mi chiamo Sergej, e se qualcosa nel mio aspetto vi fa dubitare che sia il mio vero nome, be’, ci avete preso.

Mi chiamano Sergej, è giusto dire.

Alcuni anni fa, all’inizio di questa cosa a cui non mi importa dare un nome, mi accompagnavo con una gran gnocca russa: Dana. Oh, Dana! (Ride beffardo).

Non ricordo se ci fosse un vero sentimento, ma, cazzo importa?

Dana era una con cui potevi stare un intero giorno senza rivolgerle la parola e portartela a letto la notte ugualmente.

Poche storie, eh!

Mai una lagna.

Fan-ta-sti-ca!

Che fine ha fatto?

E che ne so? Non ci ho fatto tanto caso anche se, be’, ve lo devo dire? Aveva un culo come non ne ho mai visti in vita mia.

Oh, Dana!

È lei che ha cominciato a chiamarmi Sergej. Diceva, in un italiano confuso, diceva che gli ricordavo suo fratello.

Ma, dico, mi vedete bene? Ho l’aria di un russo?

Dana aveva dei problemi seri.

L’ho capito perché stava con me (ride beffardo).

Lo so a cosa state pensando, sento gli ingranaggi dei vostri minuscoli cervelli che stanno sviluppando mefitici giudizi su di me.

Pensate che anche io abbia dei problemi eh? È quello che state pensando.

Io non ho problemi.

Io sono i problemi.

Un po’ li ho ereditati, altri sono una specie di bonus vivendi, altri ancora ci sto un niente a raccoglierli.

Ne volete? Me ne avanzano.

Ma cosa vi dovrei mai raccontare io adesso?

Cazzo ne so?

Ho di meglio da fare, ho degli amici che mi aspettano giù al fiume con un po’ di puttane che ci stanno, mica mi posso perdere lo spettacolo? (si blocca di nuovo colpendosi alle tempie).

“Maledette voci… via…via…via da me!”.

Se non pago sta merda di pegno mi sbattono fuori di qui.

Qui dico, dalla vita, non qui dal palco (si ferma; è pensieroso).

Sapete. A me tutta sta pantomima un po’ piace. Solo un po’, per fortuna è una sensazione che dura poco.

La vita, no?

Questa cosa che ti mettono al mondo e ti mandano in giro senza libretto di istruzioni e senza garanzia mi fa impazzire (ride), non lo pensate anche voi?

No, ma a cosa cazzo pensate voi?

Vi si legge in faccia che non avete la benché minima idea di cosa io stia parlando.

E a dire il vero ci sono scarsissime probabilità che anche io lo sappia.

Il fatto è che dubito sempre di me, così so che non mi devo fidare di quel che penso oggi perché domani avrò già cambiato idea.

Buffo no?

E, se devo dirla tutta, non mi fido neanche della vita, anche se mi piace. Questo l’ho già detto mi pare. Sì.

La vita. La vivo con sospetto, la tratto con distacco… perché lei ha questo vizio di sedurmi, eh sì, a volte come una puttana da quattro soldi, a volte come una prostituta d’alto bordo ma sempre lasciandomi… sem-pre la-scian-do-mi… sfinito (detto in un soffio).

Svuotato anche.

Perché lo so che non dura mai nulla. Nulla.

Tutto finisce e viene spazzato via come polvere sollevata da un vento che puzza di marcio.

Non guardatemi così eh!

Ho le mie ragioni, io!

Avrei bisogno di un goccetto (borbotta in modo incomprensibile mentre tasta dall’esterno le tasche dell’impermeabile).

Signora lei, laggiù, ha una fiaschetta in borsa con qualcosa di forte dentro?

In cambio le do… vediamo… le do (si fruga nelle tasche vuote rigirandole verso l’esterno).

Un bel niente. Ed è già tanto, mi creda, è fortunata. Non sa quante volte ho meno di niente.

Uno allora che fa? Nasce e subito dopo pensa: cazzo che bel regalo!

Invece è solo un pacco! (Ride sarcasticamente).

E allora chiede: ma non c’era un televisore, un aspirapolvere, un pettine, un rasoio, un arnese qualsiasi per me invece di sto schifo?

Che me ne faccio, che me ne faccio… di tutto questo?

Dove il “tutto” smentisce il resto.

E siccome la vita inganna, puttana che non è altro, per tenerti al guinzaglio rimanda ogni cosa a domani.

Cazzo, che invenzione il futuro!

E uno pure ci casca e resta lì a farsi trascinare di qua e di là senza neanche un albero contro cui pisciare.

Ditemi a cosa serve il futuro se non sei un grammatico o un indovino.

A scuola mi piaceva il futuro.

Stavo lì a osservarlo, lui, nero su bianco sulla pagina del libro di grammatica.

Tutti i verbi diventavano così belli appena arrivava il futuro… io mangerò, io parlerò, io vorrò, io amerò, io farò e sentirò e saprò.

Il futuro.

Una fregatura colossale.

Un tempo verbale?

No, un tempo di merda! (Ride).

Si ferma, alza lo sguardo come a scrutare il cielo e indicando verso l’alto.

Sergej – Sul futuro c’è sempre l’incognita della grandine che rovina il raccolto.

Ecco perché della vita non mi fido.

Della mia soprattutto. Della vostra men che meno. Io vi guardo, non siete solo voi a farmi le pulci stasera.

Io vi guardo e cosa vedo? Ve lo dico dopo. Forse.

Siete venuti qui pensando di assistere a uno spettacolo di grande effetto, avete visto l’insegna al neon ed avete pagato il biglietto senza sapere che vi sareste trovati di fronte a me. Un guitto.

Bene, io sono il vostro fottutissimo futuro (ride passeggiando nervosamente avanti e indietro).

E il presente?

Il presente vive di momenti sconnessi tra loro a cui noi diamo significati troppo grandi, e ci immoliamo per vivere il qui e ora… il qui e ora. E poi muore soffocato.

No, no, è tutta una menzogna. Io sto mentendo.

E non devo farlo, fin qui è stato facile mantenere la promessa con… con loro.

Io, io ho firmato un contratto da precario. Sono appeso a questa idea come un corpo ad un capestro, e devo stare attento a non contorcermi troppo.

E allora lascio che sia così.

Lascio che niente cambi, lascio che tutta la mia vita sia una sommaria sequenza di momenti sconnessi l’uno dall’altro e vivo, vivo ai margini di qualcosa che vorrei, giuro, io lo vorrei.

Se solo…

Se solo avessi fegato?

Chi lo ha pensato? Chi di voi lo ha pensato?

L’ho sentito, io l’ho sentito.

Volete proprio saperlo?

Avete ragione, non ho fegato.

Soddisfatti? (Si ferma e guarda la platea con aria di sfida).

Io però sono qui nudo davanti alle vostre facce sconosciute; che poi non è mica tanto vero. Di facce come le vostre ce ne sono tante in giro, fin troppe.

Facce che ostentano sicurezza, facce di chi pensa che gli sia tutto dovuto tanto non glielo dice nessuno che non è così.

E invece no, perché poi all’improvviso arriva Sergej e vi sputa contro la verità.

Nulla vi è dovuto. Capito?

(Riproduzione riservata)

© Navarra editore

 

 * * *

Adelaide Spallino, scrittrice di Bivona (AG), è un’ex libraia, cofondatrice dell’Associazione Culturale Klarheit e di Radio Libriamoci Web, con cui si è occupata di promozione della lettura. Nel 2016 ha vinto il concorso internazionale dedicato al monologo teatrale “Per voce sola”, indetto dall’omonima associazione, con “Sergej: la vita in fuorigioco”, che costituisce il primo dei tre monologhi ora editi da Navarra Editore.

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