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UN MONDO DA BUTTARE di Ausilio Bertoli (recensione)

giugno 19, 2017

UN MONDO DA BUTTARE di Ausilio Bertoli (Italic & Pequod)

170 pagg., 15 euro. Postfazione di Michele Monina

di Isabella Pavin

Immigrato dalle Marche, Stefano Vitti, quarantenne pubblicitario laureato in scienze sociologiche, protagonista e voce narrante del romanzo, cerca inizialmente rifugio e ispirazione nel vicentino, in una cascina di famiglia dove sarà vittima, suo malgrado, del martirizzante abbaiare dei pittbull del vicino. È però nel quartiere Arcella, periferia di Padova, dove andrà successivamente a vivere, che s’intrecceranno le vicende dei protagonisti e si srotolerà la vita di Stefano, immerso in una società che enfatizza il “fisico” sullo “spirituale” mascherandone l’evidente dualismo, un mondo in cui si cerca insistentemente di coniugare gusto estetico e tornaconto economico, sottostando a quel paradigma per cui è valido ciò che appare gradevole ai sensi e che s’abbina con il denaro. O, per dirla usando le parole di Katrina, un mondo in cui «contano solamente certe doti fisiche e la fortuna». Stefano è uno di quelli che bada soprattutto ai sentimenti, scruta nell’anima delle persone cercando affetto e rifuggendo dalle bieche passioni animalesche. In una società quasi plumbea, in cui s’inseguono il mito della bellezza e i sogni di successo, il protagonista sembra alla ricerca della chiave di volta per scardinare e frantumare questo archetipo, alla ricerca quasi catartica di un’amicizia, di un amore ma anche di cose più materiali e genuine come un calice di Prosecco o un buon piatto della cucina veneta.
Con le donne Stefano innesca un fitto dialogo esistenziale seguendo un andamento sinusoidale: comincia dapprima a sfiorarne l’anima, poi le inonda quasi fagocitandole e alla fine, quasi per una sorta di stanchezza di vivere, le fa sgusciare via, sfuggendo a qualsiasi legame sentimentale, ostaggio com’è del suo lavoro e dello spettro della perdita dello stesso. O forse, semplicemente perché per Stefano «contano soltanto i sogni, i miraggi, i cieli azzurri da solcare con la fantasia» e molti rapporti, spesso immaginati, «appartengono ai sogni, alle illusioni che si coltivano nell’intimo per non soccombere agli scacchi della vita». La sua condizione di “depresso reattivo” è l’involucro esistenziale in cui Stefano si dimena trascinandoci dentro anche le sue frequentazioni femminili. Le sciabolate di luce che scaturiscono dall’universo delle donne sembrano sopperire all’asfissia dei sensi, evocando a volte una dimensione onirica in un tortuoso percorso lungo la periferia delle emozioni. Come detto, quella femminile è la principale costellazione nell’universo esistenziale del protagonista e il relativo campionario è assai variegato in una realtà, la sua, che rischia di opacizzarsi all’interno del suo cerchio vitale. Barbara, la vicina di pianerottolo, ragazza formosa e ossessionata dalle diete e dalle misure del fondoschiena, è la prima a sostanziare il concetto di inadeguatezza rispetto ai canoni estetici standard; in una sorta di contrappasso, ecco Katrina, lettone di Riga, incarnazione della sensualità, anche lei vittima dei due centimetri in più sul fondoschiena, che nella sua posizione di immigrata vivrà sulla propria pelle la vulnerabilità dello status di “straniera”. C’è poi Sarah, la psichiatra, un’amica fidata che si riproporrà di rimettere ordine anche nella vita di Stefano, cercando di sgretolare il recinto di solitudine dentro cui spesso quest’ultimo s’arrocca; infine Dalia, giornalista giramondo, assai decisa e grintosa, per molti aspetti l’antitesi caratteriale di Stefano. A completare il quadro femminile ci stanno la mamma e le due sorelle di Stefano che, con il padre, gestiscono una farmacia di famiglia nelle Marche.
Dal diluvio di emotività che scaturisce dal vivere quotidiano del protagonista, l’autore sapientemente distilla e cristallizza le emozioni in un romanzo che, nutrendosi di sensazioni intense ma spesso sfuggevoli, sintetizza in modo graffiante lo scontro tra la società dei corpi e quella dei sentimenti, quelle emozioni che spesso la parola non riesce ad esprimere perché «non tutte le parole e non tutte le formule hanno la forza di suscitare immagini […]. Ve ne sono alcune che, dopo averle suscitate, si logorano e non suggeriscono alla mente più nulla».
Alla fine, di tutto questo mondo di apparenze inseguite e sogni calpestati qualcosa si salva? L’autore fortunatamente regala una fiammella di speranza al suo protagonista che trova un “nume tutelare” femminile su cui incardinare la sua esistenza.
Un mondo da buttare è un romanzo decisamente accattivante, scritto in modo assai piacevole e scorrevole da un autore che sembra attingere a piene mani dallo slang e dalla sintassi sincopata dei moderni social network. Il sentimento pregnante che domina il romanzo è il rifiuto della mercificazione del corpo femminile nella ricerca continua di sentimenti autentici ed essenziali, depurati da tutti quegli stereotipi che vogliono la donna rigorosamente tesa al raggiungimento di determinati canoni estetici e spesso costretta a ricorrere al bisturi del chirurgo per soddisfarli.

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Giuseppe Ausilio Bertoli, sociologo della comunicazione e giornalista pubblicista, è nato a Grumolo delle Abbadesse (VI) e vive tra Padova e Vicenza. Tra i suoi libri: Il veggente di Bovo (1991), Amore per ipotesi (1994), Ricerche amorose (1998), Gente tagliata (1996), Giostra mentale (2001), Amore di banca (2003), I temi della comunicazione (2004), Cinquanta di bocca. Il vizio della notte (2007), La sirena dell’immortalità (2008), L’amore altro. Un’odissea nel Kosovo (2009), Rosso Africa (2011), L’istinto primo (2014) e Un mondo da buttare (2017).

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