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FEDERICA MANZON racconta LA NOSTALGIA DEGLI ALTRI

giugno 20, 2017

FEDERICA MANZON racconta il suo romanzo LA NOSTALGIA DEGLI ALTRI (Feltrinelli)

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di Federica Manzon

Ho iniziato a scrivere La nostalgia degli altri il 6 gennaio 2016. Ero appena arrivata a Milano dopo molti giorni a Trieste. La città era abbandonata per le feste, c’era quella pioggia costante da pianura che toglie ogni imprevedibilità e si incolla ai vetri, l’irakeno del negozio di telefoni sotto casa mi aveva chiesto se avevo bisogno di qualcosa e io, forse per rendere speranzosa la sua giornata e il mio rientro, avevo comprato una scheda da vecchio Nokia, mettendo insieme gli spiccioli come per un braccialetto portafortuna. Ero salita a casa senza molto da fare. Mi mancava Trieste. Non il mare o gli amici di là. Piuttosto il suo essere instabile, inquieta e adolescente, città più raccontata che vera, pronta a corrisponderti quando ti prende quel languore da fine estate o amori perduti. Una città impossibile da vivere senza uscirne matti. Pensavo a Bobi Bazlen che se ne era andato, a Saba che spesso fuggiva per poi tornarci perché “solo qui e non altrove” riusciva a scrivere, a Carlo Stuparich che ne conosceva l’anima più oscura, a Joyce che nei bordelli della città vecchia imparava il triestino e trovava l’inglese più suo. Però, mi chiedevo, poteva mancarmi in modo così fisico un mito letterario? La nostalgia non è forse un sentimento dedicato ai corpi e ai sensi?


Pioveva molto. Erano le quattro di pomeriggio e mi annoiavo a morte. Milano non è una città dove si esce sotto la pioggia per rifugiarsi in un caffé a leggere o intavolare discussioni con il vicino. Non è una città da spleen piovoso, ci si annoia e basta. Avevo acceso il computer, perché internet è sempre un buon passatempo a bassa intensità di reazione. Ma io non sono brava a navigare, ho un profilo Facebook poco interessante e un account Twitter semi dimenticato. Così mi erano bastati pochi minuti per guardare qualche foto su Instagram, le notizie, i post sulle code da rientro.
Allora mi era tornata in mente la storia di quell’amico che la notte passa ore a chiacchierare online creandosi un numero incredibile di identità che alimenta o abbandona. Muovermi nella rete è una cosa per cui ho una scarsa attitudine, ma inventare personaggi e intessere conversazioni irreali (rischiose?) è una cosa che so fare. Così in pochi minuti creo il mio primo profilo fake, credibile quanto un personaggio romanzesco e dotato di foto accattivante, lo iscrivo alla chat che di cui mi ha parlato il mio amico. Per un po’ osservo i profili degli altri, le foto, le pose, gli aforismi, in una diffusa aria da tatuaggi a china. Alla fine decido di rispondere al saluto di AlexDL, perché anche a me piace Arancia Meccanica. Ci parliamo, io e AlexDL. Come stai? Cosa fai nella vita? Di dove sei? Terza domanda, minuto 3.22. Rispondo “Di Cuneo”. Mi sembra di cavarmela benissimo. AlexDL tace. Passano cinque, sei, sette minuti. Poi scrive. “Sei un fake” e si sconnette. Smascherata in tre battute. Ma come aveva fatto?
Ci rimango male come da piccoli quando un fratello cattivo fa sembrare stupidi i nostri trucchi di magia. Lo straniamento della risposta improvvisa, imprevedibile, mi lascia una sensazione incerta. Come ha fatto a scoprirmi con tale certezza? Io non sono un hacker e nemmeno una persona tanto pratica della rete, quindi lascio stare le spiegazioni tecniche. Ci deve essere qualcosa, penso invece, una sorta di spia di autenticità in questo mondo virtuale. Funziona come per i romanzi, affinché un personaggio sia credibile ti devi giocare qualcosa di umano, di importante, non puoi bluffare a carte coperte. È lo stesso nel mondo virtuale, quando inventi la storia del tuo profilo. Un profilo? Qualcosa di molto vicino a un’identità – noi come avremmo voluto essere.
Con un salto che mi sembra naturale intuisco che ciò che mi manca di Trieste ha a che fare con i mondi virtuali. Lo spazio aperto che la città rappresenta, dove non contano i ruoli e i giudizi, ma la possibilità di essere diversi da quello che gli altri si aspettano da noi, mai risolti, poco adeguati ai buoni codici conformisti e moralisti della nazione. Quello che attrae gli scrittori e quello che i suoi scrittori si portano dietro anche quando se ne vanno non è forse una certa ansia verso i propri desideri, l’eterna possibilità di essere sempre qualcosa di nuovo? Il terreno ideale per le storie.
All’improvviso mi pare ovvio. Avrei scritto di questo – del potere delle storie di modificare la realtà, del nostro desiderio di credere contro qualsiasi prova concreta o scientifica, contro il buonsenso, della magnifica possibilità che ci dà il mondo virtuale di costruire molte versioni di noi stessi e in questo mondo ci libera dai limiti della vita che abbiamo scelto. Il potere delle storie di darci più vita, ancora di più, ingannando la fine.
La nostalgia degli altri è stato un libro felice. L’ho scritto in sette mesi con una rapidità che non mi appartiene, con una libertà nella pagina che sono tentata di attribuire ai romanzi che ho letto, e invece forse appartiene solo alla vita. Non credo capiti molte volte nella carriera di uno scrittore di scrivere un romanzo di slancio e con naturalezza, molto spesso la scrittura è fatica e assedio, è una cosa difficile. Scrivere questo romanzo è stata una felicità e una liberazione, non so se capiterà ancora.

(Riproduzione riservata)

© Federica Manzon

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La scheda del libro

Lizzie è volubile, egoista e piena di fascino, una dittatrice nata, circondata da una fama temeraria fin dall’adolescenza. Adrian è timido, maldestro, incapace di fare una mossa audace, eppure animato da desideri pericolosi.
I due si incontrano all’Acquario: una grande industria dell’intrattenimento, un luogo dove si trasformano sentimenti e sogni in mondi digitali.
Non si frequentano, ma ogni notte si scrivono. Un guaio per due persone convinte che a raccontare bene una storia la si possa rendere reale. E quanto più i corpi si sottraggono e il contatto virtuale dilaga, tanto più cresce il loro innamoramento. Ma chi è davvero Adrian? Un amante dedito o un tiranno crudele? Una persona in carne e ossa o un fake da social network? E soprattutto, cosa sa Lizzie di lui? Perché non si spaventa quando inizia ad accorgersi che tutto ciò che Adrian ha raccontato di sé manca di coerenza?
Sullo sfondo, una Milano vivida nei suoi tic, le terrazze, gli arrampicatori, l’alcol e le droghe, le notti, e per contro una Trieste selvaggia e poetica da cui si può solo andare via. Milano è ambizione, Trieste è sentimento. Adrian e Lizzie diventano, pagina dopo pagina, personaggi da cui non vorremmo separarci mai. Immersi fino all’osso e malgrado se stessi nella storia del loro amore, nello struggimento per tutto quello che non potrà mai essere, nella nostalgia per un tempo magnifico che è da subito perduto e per sempre rimpianto.
Federica Manzon costruisce un racconto limpido e coinvolgente sull’identità e la necessità di nasconderla, sul nostro presente dove la verità sta sempre dietro uno schermo e l’autenticità appare una questione fuori moda, ma anche sulle nostre infanzie e i giochi dimenticati, sulle regole dell’attrazione. Un romanzo che sente con rarissima precisione la contemporaneità, ma che è prima di tutto una storia sulla fatica di capirsi quando ci si ama, o quando l’amore è solo una storia ben raccontata.

“Nessuno è più irrimediabilmente perduto di due bravi ragazzi che si sono rovinati a vicenda.”

 

Federica Manzon (Pordenone, 1981) ha pubblicato i romanzi Come si dice addio (2008) e Di fama e di sventura (premio Rapallo Carige 2011 e premio Selezione Campiello 2011). Nel 2015 ha curato il volume I mari di Trieste (Bompiani). Con Feltrinelli ha pubblicato La nostalgia degli altri (2017).

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