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LA SCHIAVITÙ DEL CAPITALE di Luciano Canfora (un estratto)

giugno 20, 2017

Pubblichiamo il prologo del volume LA SCHIAVITÙ DEL CAPITALE di Luciano Canfora (Il Mulino)

Segnaliamo l’incontro-dibattito con Luciano Canfora, incentrato su “La schiavitù del capitale”, che si svolgerà a Catania, venerdì 30 giugno 2017 – ore 17:30 – presso il Dipartimento Scienze della Formazione – Palazzo Ingrassia – Aula 2 (primo piano) – (via Biblioteca n°4 – Catania). Partecipano: Antonio Pioletti, Carla Pecis, Francesco Coniglione. L’incontro è promosso dall’Osservatorio Euromediterraneo

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Luciano Canfora – La schiavitù del capitale (il Mulino)

 

Prologo

«Viva chi sa tener l’orecchie tese»

 

Ci sono vari modi di capire il cambiamento, ma forse si possono ridurre sostanzialmente a due:  quello stigmatizzato sarcasticamente da Giuseppe Giusti nel Brindisi di Girella («Viva chi sa tener l’orecchie tese»: v. 162) e quello di chi – tenendo aperti anche gli occhi – non perde mai di vista la posta in gioco. Essa è, a mio avviso, la seguente: per ora, chi sfrutta ha vinto la partita contro chi è sfruttato; dunque si tratta di trovare nuove e più efficaci e più convincenti forme di contrasto dell’ineguaglianza e di lotta per una effettiva libertà. Forme che consentano di capovolgere, nella successiva, inevitabile, manche, la temporanea “sentenza della storia”. Nella convinzione, condivisa da ogni essere pensante, che nella storia non esistono sentenze definitive. Immaginare che la storia si stia avviando a conclusione – e che noi siamo i fortunati spettatori di tale mirabile evento – è errore comune sia ai rivoluzionari che ai reazionari. Per parte loro, banali come sempre, i liberali, più o meno “puri”, addirittura pensano che il cambiamento come tale non esista nemmeno e che l’ordine sociale esistente sia l’unico possibile.
Oggi noi possiamo comodamente osservare, assisi nei nostri studioli o impegnati in dotti seminari, che errore fu credere che quella manche terribile che si è giocata per tutto il Novecento, messa in moto dalla “Grande guerra”, fosse l’ultimo atto della storia. Il brusco risveglio fu determinato dal crollo del lungo, ostinato, alla fine insostenibile, esperimento di “socialismo”. Di fronte a siffatte lezioni della storia che determinano strumentali conversioni, frettolose abiure e poca volontà di capire, viene alla mente – come antidoto morale – quello che scrisse Isaac Deutscher a proposito del presidente americano Jefferson: «fu disposto a perdonare persino il Terrore, ma si allontanò disgustato dal dispotismo militare di Napoleone e tuttavia non ebbe nulla a che fare con i cosiddetti “liberatori” dell’Europa» (Profilo dell’ex comunista, in Eretici e rinnegati, 1955).
Ma torniamo al brusco risveglio, che è stato una lezione per tutti. Esso ci ha insegnato molte cose: 1) che la partita è solo agli inizi; 2) che il modello capitalistico (in tutte le sue proteiformi manifestazioni) ha conquistato, alla fine del Novecento, la gran parte del pianeta espugnando e pervadendo di sé Russia e Cina; 3) che solo ora il capitalismo è davvero un sistema di dominio mondiale ma non ha di fronte che spezzoni di organizzazioni per lo più sindacali e inevitabilmente settoriali giacché il capitale è davvero “internazionalista” avendo dalla sua la cultura ed ogni possibile risorsa, mentre gli sfruttati sono “dispersi e divisi” (dalle religioni, dal razzismo istintuale etc.); 4) che, per funzionare, secondo la sua logica del sempre maggior profitto e della lotta spietata per la conquista dei mercati, il capitale ha ripristinato ormai forme di dipendenza di tipo schiavile: non solo in vaste aree dei mondi dipendenti ma creando sacche di lavoro schiavile anche all’interno delle aree più avanzate; 5) che questo fa ovviamente regredire su un piano più generale i “diritti del lavoro” conquistati, in Occidente, grazie alla novecentesca contrapposizione di sistema; 6) che, per gestire questa impressionante mescolanza tra varie forme di dipendenza incluse quelle schiavili e semi-schiavili, il contributo della grande malavita organizzata è fondamentale.

(Riproduzione riservata)

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Campeggiano sulla scena del mondo due diverse utopie, tra loro molto distanti ma entrambe in difficoltà: l’utopia della fratellanza e l’utopia dell’egoismo.

Proprio come l’Idra, il mostro mitologico le cui teste, mozzate da Ercole, avevano il potere di rinascere raddoppiandosi, il capitalismo, un tempo solo occidentale oggi planetario, ricompare sulla scena del mondo riproponendo nuove e più sofisticate forme di schiavitù. Ma se è vero che dai grandi conflitti del ’900 il capitalismo è uscito vincitore trionfando su ogni rivoluzione, è altrettanto vero che «l’uguaglianza è una necessità che si ripresenta continuamente, come la fame». Nella trama della storia qual è il posto di questo anelito, proprio delle religioni di salvezza e del comunismo moderno?

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Luciano Canfora, professore emerito dell’Università di Bari, dirige la rivista «Quaderni di storia» e collabora al «Corriere della Sera». Fra i suoi libri più recenti: «Augusto figlio di Dio» (2015), «La crisi dell’utopia. Aristofane contro Platone» (2016), «Tucidide. La menzogna, la colpa, l’esilio» (2016), tutti pubblicati con Laterza; per il Mulino «Disegnare il futuro con intelligenza antica» (curato con U. Cardinale, 2013) e «Gli antichi ci riguardano» (2014).

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