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LA VERITÀ DEL MALE. EICHMANN PRIMA DI GERUSALEMME di Bettina Stangneth (un estratto)

giugno 28, 2017

https://www.luissuniversitypress.it/sites/luissuniversitypress.it/files/copertine/2017/05/stangneth.jpgPubblichiamo un estratto del volume LA VERITÀ DEL MALE. EICHMANN PRIMA DI GERUSALEMME di Bettina Stangneth (LUISS University Press)

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Il seduttore diabolico

di Bettina Stangneth

Nell’inverno a cavallo tra il 1941 e il 1942 il concetto di “soluzione finale” cambiò significato e assunse quello di “annientamento”. Dal momento che Eichmann affermava di aver coniato l’espressione “soluzione finale”  e si vantava persino di poter “ignorare tutte le obiezioni e le intromissioni di altri Ministeri ed altre autorità” per ordine di Göring, anche la nuova accezione del termine venne associata al suo nome. Eichmann cominciò subito a viaggiare a est per vedere di persona i metodi di annientamento e la sua presenza sul posto ovviamente veniva registrata. Eichmann avrebbe poi raccontato che si trattava di solitari viaggi di lavoro di un impiegato in missione segreta, ma quella versione ha ben poco a che vedere con la realtà. In un momento di disattenzione fu lui stesso a sbugiardare quella rappresentazione. In Argentina raccontò che aveva sempre avuto paura di perdere il controllo alla vista dell’obbrobrio, perché “in fin dei conti c’era sempre un piccolo codazzo di subalterni alle nostre spalle che l’avrebbe interpretato come un segno di debolezza e la notizia si sarebbe diffusa in un baleno”. Magari potevano vacillare gli esecutori degli ordini, ma come poteva vacillare un Obersturmbannführer come Eichmann? “Non poteva assolutamente succedere!” Era obbligato a essere un simbolo.

Ma non erano solo i suoi uomini a osservarlo. Per quanto la reazione iniziale dell’opinione pubblica mondiale di fronte alla follia del genocidio sia stata di incredulità e perciò di immobilismo, ciò non significa che l’operato di Eichmann non trovasse spazio sui giornali. Già nel marzo del 1942 la stampa internazionale parlava con dovizia di particolari dei progetti relativi a Theresienstadt,  dal maggio dello stesso anno riferiva delle uccisioni di massa e già nella primavera utilizzava come contromossa la minaccia di raccogliere i nominativi dei colpevoli.  I giornali d’esilio documentavano l’eccesso di esecuzioni capitali nel gruppo di resistenza capeggiato da Baum, nelle quali era comprovabile il coinvolgimento di Eichmann.  Denunciavano la situazione di Varsavia,  le intollerabili condizioni delle deportazioni dalla Francia e i retroscena dei trasporti di bambini, dei quali oggi sappiamo che erano “dirottati” verso la morte per ordine di Eichmann.  I primi racconti sul campo di sterminio di Chelmno e sui camion allestiti come camere a gas che Eichmann vide sul posto apparvero nel novembre del 1942.  I numeri che erano citati in relazione ai piani di morte dei nazisti erano così terrificanti (ma in retrospettiva così precisi)  che la Dichiarazione degli Alleati del 17 dicembre 1942 annunciò il perseguimento e la punizione dei responsabili.

Con la svolta nella politica antisemita la stampa perse la sua possibile utilità: fintanto che Eichmann continuò a negoziare con gli ebrei le quote di emigranti e le questioni economiche collegate, gli serviva la collaborazione delle organizzazioni internazionali e uno scenario minaccioso aveva la sua utilità. Chi ha deciso di uccidere, però, non ha più bisogno di trattare e l’immagine che poteva giovare alle trattative diventava un intralcio ora che si trattava di nascondere i piani di sterminio. Non era più il momento di minacciare, si doveva tranquillizzare, rassicurare, depistare e sdrammatizzare, altrimenti non sarebbe stato possibile organizzare deportazioni di massa. Le persone che dovevano essere portate in un altro posto per essere uccise di nascosto dovevano fidarsi almeno un po’ di quelli che li volevano trasportare, altrimenti difficilmente sarebbero salite su un treno. Senza un lume di speranza che la destinazione finale non fosse poi così tremenda, sarebbe scomparsa qualunque motivazione. Hannah Arendt chiamò tutto questo la “logica del male minore”.

Chi considera che Eichmann riuscì sempre a guadagnarsi il consenso e la collaborazione degli interlocutori ebrei facendo semplicemente leva sulla loro speranza di evitare il peggio a patto che “trattassero” con lui, può giudicare quanto dovesse essere scioccante accorgersi di essere caduti in una trappola. Durante i trasporti, nei lager e alla vista della macchina dello sterminio i complici involontari si rendevano conto della nefandezza che avevano contribuito a realizzare. Quando, se non in quel momento, avrebbero potuto acquisire la consapevolezza e non la semplice impressione di essere diventati le vittime di un essere diabolico, se non addirittura di Satana fatto uomo? Le rappresentazioni successive di Eichmann come “Caligola”, “Grande Inquisitore”, bestia senza cuore, hanno origine in quei momenti che rivelarono inequivocabilmente le vere intenzioni della politica antisemita dei nazisti ma anche nei meccanismi psicologici che trasformarono le persone in vittime tanto quanto l’effettiva minaccia della violenza.

(Riproduzione riservata)

© LUISS University Press

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https://www.luissuniversitypress.it/sites/luissuniversitypress.it/files/copertine/2017/05/stangneth.jpgLa scheda del libro

“La tesi della ‘banalità del male’ è stata già criticata in passato, ma la Stangneth ne fa piazza pulita” (Deborah E. Lipstadt)

Accolto con clamore in tutto il mondo, e cinquant’anni dopo La banalità del male, questo libro capovolge l’immagine di Eichmann e del nazismo data da Hannah Arendt. Il gerarca nazista Adolf Eichmann, dopo la fine della seconda guerra mondiale, fuggì in Argentina e lì visse nascosto finché non venne catturato dai servizi segreti israeliani e portato a Gerusalemme per il celebre processo.
Bettina Stangneth, filosofa tedesca esperta di inganno e manipolazione, ne ha seguito le tracce lasciate durante la sua latitanza, rintracciando i suoi nascondigli e portando alla luce documenti segreti e dettagli inediti, svelando così le abili macchinazioni con cui uno dei principali architetti della Shoah, che egli riteneva “il suo capolavoro”, definì se stesso “funzionario d’ordine” e “piccolo ingranaggio nella macchina di annientamento nazista”.
Stangneth dimostra che l’immagine di grigio burocrate, inetto e poco intelligente, della quale si convinse Hannah Arendt, che così lo raccontò a milioni di lettori, fu in realtà studiata a tavolino dallo stesso Eichmann, abile manipolatore sociale che sperava in questo modo di aver salva la vita. Non ci riuscì, ma riuscì – fino a oggi – a perpetrare un inganno ancora più terribile: farci credere che il diavolo non esiste.

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Bettina Stangneth è una filosofa e storica tedesca. Esperta di teoria dell’inganno e psicologia della manipolazione, ha studiato a lungo il fenomeno dell’antisemitismo e la filosofia del nazionalsocialismo. La verità del male, tradotto in numerose lingue e destinato, secondo molti osservatori, a entrare tra i grandi classici sul ’900, ha vinto il premio NDR Kultur come miglior saggio in lingua tedesca, è stato finalista del Cundill Prize ed è stato inserito tra i notable books del New York Times.

 

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