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POTREBBE TRATTARSI DI ALI di Emilia Bersabea Cirillo (recensione)

giugno 28, 2017

https://www.liguana.it/image1200/_850POTREBBE TRATTARSI DI ALI di Emilia Bersabea Cirillo (L’Iguana editrice)

di Francesca G. Marone

Corpi di donne. Donne nei corpi, racchiuse in bozzoli che non si schiudono. Aspettano di spiccare il volo, attendono che la trasformazione appena accennata si compia per diventare finalmente altro da sé. Nelle sette storie di Emilia B. Cirillo si tocca con mano il disagio di ogni protagonista, si sente la pelle di ogni donna sotto le dita, una pelle ruvida increspata come se fosse grattata dal vento di una vita che tutto scompiglia. Sette racconti legati fra loro dal filo sottile dei corpi che parlano, ci dicono qualcosa di disturbante ma di necessario per lasciarci andare alla vita. Il corpo femminile è tema centrale  a partire dall’immagine raffigurata sulla copertina del libro: la Venere di Milo riveduta e corretta con alcune aggiunte. Protesi, pezzi, ali. Particolari che rimandano ad un assemblaggio di elementi atti a costruire nuove figure. Ma prima di costruire forse è necessario decostruire, buttare giù con una deflagrazione interna tutto ciò che non ci appartiene veramente ma che i ruoli ci hanno cucito addosso. Ne sappiamo bene noi donne di quella seconda pelle che la vita ci confeziona, vestiti che spesso non abbiamo scelto da noi, che non ci piacciono affatto, che ci soffocano la voce, che ci intralciano il passo. Conosciamo bene la vivisezione a cui è sottoposto il nostro corpo, celebrato sull’altare della bellezza, sacrificato per il piacere altrui, mortificato da imposizioni dettate da noi stesse, giudicato e soppesato come carne al macello nel mercato degli sguardi.
“Stupido è il bello che sta uccidendo il mondo, conclusi.”  dice Agnese, una delle intense figure femminili disegnate dalla penna di Emilia Cirillo, in Fuori misura, lei è troppa, ha un aspetto “extra” rispetto alle Miss che popolano le strade e i negozi, slanciate e vestite di tutto punto. Nel suo sentirsi diversa con un sangue che ha soltanto una fame inappagata di vita e di eros, Agnese troverà un’altra sé in un’altra dimensione parallela. “Puoi essere al centro della vita anche dalla periferia.” Poi c’è Rebecca, in Soul doll, dolente bambola che riempie vuoti di disagio esistenziale dove ancora il corpo ha un peso specifico fortissimo, doloroso, posticcio, e vivo articolandosi con le sue protesi. Quella in gel dei seni di Rebecca e quella della mano finta, il moncherino, del suo uomo Camillo. Nelle altre storie incontriamo Laura donna senza lavoro che non ha novità da offrire ad un  mondo che la pressa con la fretta di realizzare, Laura che lascia quel poco di cui vive per chiedere aiuto all’amica d’infanzia. “Disoccupata con onore, si dice. Disoccupata disperata.” Laura di fronte a Bianca alla ricerca di quella luce che c’è in tutte le cose. Queste solo alcune delle protagoniste, tutte ognuna a modo suo, in una spirale di cambiamento. In ogni storia di questo libro di racconti la quotidianità delle  donne è attraversata e spaccata come da una scossa che fende la crosta terrestre toccando il disagio profondo e mettendolo a confronto con l’esterno. Nonostante il malessere che pervade le figure femminili di Emilia Cirillo l’autrice ci apre sempre a qualche spiraglio risolutivo, un abbraccio salvifico, un guizzo di vita che mettendoci in relazione gli uni con gli altri ci restituisce la dimensione dell’umano, dove tutto ridiventa possibile. La scrittura è curata e capace di grande sensibilità umana scandagliando ogni piega del disagio e rimandando spesso a suggestioni musicali e letterarie piacevolissime. L’idea che mi è rimasta addosso come una seconda pelle dopo la lettura è quella dell’imperfezione del nostro corpo, a partire dalla Venere in copertina con una protesi al braccio, ma che nulla può togliere alla bellezza dell’amore che quel corpo stesso merita completamente. Dal nostro sguardo, da quello di un’amica, dall’universo che saprà accogliere ogni donna nella sua unicità e preziosità. Imperfezioni che come la punta di un iceberg nascondono mondi che spingono per uscire se solo gliene dessimo l’opportunità. Dei sette racconti ho molto amato il primo: Colomba e il suo prurito fra le scapole, resto qui aspettando di vederne le ali crescere enormi come due uccelli mitologici per sorridere alla sua ritrovata libertà di vivere. E spiccare il volo. Ccore mio.

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https://www.liguana.it/image1200/_850La scheda del libro

Sette storie che screditano il senso comune e destrutturano i canoni estetici per svelare le vicende di un corpo femminile destabilizzante e tremendamente attuale: metamorfico, siliconato, deforme, straziato, eterno luogo di attraversamenti, dispute, maternità dolorose, assenze. Sette storie che raccontano di chimere, real doll e donne fuori misura, fatte di carne, forniture di plastica, innesti ferini, uteri dati in affitto. Così Emilia Bersabea Cirillo mostra che la vita vera eccede i codici del sapere e del potere, che nascere donna non è un fatto inequivocabile e che i soggetti davvero strabilianti appartengono sempre a un ordine impreciso. Perché il corpo femminile è imperfetto, morfologicamente dubbio, inquietante.

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Emilia Bersabea Cirillo avellinese, architetto, ha pubblicato “Il pane e l’argilla”, “Viaggio in Irpinia” (Filema, Napoli 1999), i racconti Fuori Misura (Diabasis, Reggio Emilia 2001), Premio Chiara 2002 e “Gli incendi del tempo” (et al. edizioni, Milano 2013). Ricordiamo anche i romanzi “L’ordine dell’addio” (Diabasis, Reggio Emilia 2005), finalista al premio Domenico Rea e “Una terra spaccata” (Edizioni San Paolo, Milano 2010) vincitore del Premio Maiella e del Premio Prata. “Non smetto di aver freddo” è vincitore della XI edizione del Premio letterario Minerva. Questo è il suo ultimo libro.

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