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LA CATTIVERIA DEL SILENZIO (un estratto)

luglio 12, 2017

Risultati immagini per la cattiveria del silenzioPubblichiamo un estratto del romanzo LA CATTIVERIA DEL SILENZIO di Raimondo Raimondi (edizioni Il Foglio)

(capitolo 11)

11

Per raggiungere la Valle del Bove il percorso più facile partiva da Piano del Vescovo e saliva verso la Serra del Salifizio per poi, oltrepassata la cima, imboccare una discesa costituita da un canalone parzialmente ricoperto di faggi. Dopo alcuni chilometri fummo costretti a lasciare la macchina al Piano del Vescovo, accanto ad alcune costruzioni in rovina sul lato destro della strada, e a piedi imboccammo il sentiero del Parco dell’Etna, piuttosto ombroso a causa dei numerosi alberi che lo contornavano. Dopo circa una mezz’ora di camminata incontrammo la Rocca degli Zappini, un antico cratere caratterizzato da una cascata di basalto che precipitava per una cinquantina di metri verso il basso. All’ombra di un maestoso faggio secolare si trovava una limpida sorgente d’acqua ridotta al lumicino, come sempre nella stagione estiva. Attorno al sentiero pulvini di astragalo e macchie di ginestre ci accompagnarono fino a una cima da cui potemmo osservare dall’alto la Valle del Bove, spettrale e segnata dalle numerose colate di lava oramai solidificata e da spettacolari dicchi vulcanici, formati a seguito del raffreddamento del magma che si era intrufolato nelle fessure delle rocce sedimentarie, una sorta di muraglioni che erano i residui degli antichi canali interni di alimentazione delle colate, poi portati all’esterno dall’erosione. Attraversammo quindi un canalone e arrivammo dentro un bosco di faggi, percorrendo tutta una discesa per arrivare fin dentro la valle, che aveva la forma di un ferro di cavallo, con un fondo tutto pianeggiante ricoperto dalla polvere di lava accumulatasi per le innumerevoli colate, storiche e preistoriche, che avevano quasi sempre interessato la parte orientale della montagna. La valle, chiusa da tre pareti, era aperta dal lato del mare verso Giarre e Riposto, una vista che ci emozionò non appena gettammo uno sguardo in direzione di quel grandioso spettacolo, a est, verso la costa lontana. Mille tonalità di nero e di grigio ci circondavano e noi eravamo fuori dal tempo, in uno spazio irreale, con ancora negli occhi la visione della vegetazione endemica che avevamo ammirato salendo. Lo spinosanto, la viola dell’Etna, le varie graminacee, la saponaria, il cerastio e ancora tante erbe e florescenze ricche di colori che ora si smorzavano e si annullavano nel grigio antracite della lava raffreddata. Questo scenario da fiaba incantata rompeva l’abitudine. Era qualcosa di nuovo, di eccitante. Abitudine era rimanere avviluppati nelle spire dell’egoismo. Perdere la dignità, cessare di avere uno scopo. Da giornalista, professione fatta saltuariamente in pezzetti di vita, gettavo uno sguardo nella realtà cruda e miserevole della cronaca nera per diffondere l’abitudine, per rendere routinario il calvario del male, la rendita della cattiveria, il dominio della violenza. C’è una piccola ghiandola sospesa in mezzo al cervello da cui partono tracce diverse, varianti del pensiero. La mente percepisce tutti i mutamenti come un cane da caccia che insegue una preda. Il dilatarsi della pupilla allorquando il buio discende apre il portale attraverso cui penetra il nutrimento del male ed è un attimo, poi il pensiero diventa gesto irreversibile, inequivocabile, e tutto si compie, si compie anche il destino di qualcuno di noi. I giganti dell’Etna si erano oramai persi sulle cime della montagna e nessuno poteva più contenere le forze diaboliche e il loro potere assoluto sulle azioni, se non attribuirne la causa all’impotenza, al vizio o solo all’incostanza della debole natura umana.
Avrei potuto allora spingerla giù dall’orlo del cratere, non c’era nessuno attorno a noi per chilometri, avrebbe fatto un volo d’angelo, leggero, senza un grido, planando sul magma rappreso o magari, con l’ausilio di un refolo di vento, sarebbe arrivata a tuffarsi nella lava fluida e incandescente, scomparendo senza lasciare traccia. Fui lì per farlo, per dare quella spinta, per liberarmi di lei, definitivamente.
Ma quello non era un giorno buono per morire.

Fasci di luce saettavano ancora nel cielo quando, al crepuscolo, tornammo nel nostro rifugio.
L’indomani mattina, di buon’ora, io e Italia ci mettemmo in macchina per tornare in città. Era stata una vacanza breve e sciocca, che nulla di nuovo o di buono aveva portato alla nostra relazione, anzi da parte mia aveva sottolineato problemi e riserve mentali addirittura sino alla progettazione di un crimine, per quanto solamente immaginato.
Ci lasciammo dietro le spalle il monte e gli alberi, la strada innanzi a noi era stretta, senza segnaletica orizzontale, e incrociammo solo poche automobili. Noi ritrovammo il nostro ritmo, la pace, il silenzio, un silenzio strano che nessuno dei due provò a rompere.
Quel pomeriggio, accanto alla bocca del vulcano, mi era accaduto qualcosa che davvero poteva essere l’origine del male. Non era stato un sogno, eppure in realtà non era accaduto nulla. Avevo percepito però che tutto avrebbe potuto avverarsi. Mancava solo la lacerazione della pelle, il frantumarsi delle ossa, il versamento del sangue. La mia tensione era stata estrema, la tentazione fortissima, anche se all’improvviso, rapida com’era venuta, era scomparsa e mi ero ritrovato ansante, a respirare profondamente, sudando freddo. Avevo sentito un peso sui nervi, e su tutto intero il mio corpo, che piano piano si dileguava, mentre un nero corvo che prima stava appollaiato sul filo della luce tra palo e palo svolazzava via.
Cra, cra diceva, tornerò non preoccuparti, non potrai sfuggire al tuo destino.
Dalla strada scorgemmo su un’altura il campanile di un monastero. Lo si raggiungeva imboccando un sentiero non asfaltato, una trazzera, che penetrava nel bosco salendo un pendio che aumentava progressivamente.
Insieme decidemmo di visitarlo.
Un monaco, un frate, un religioso insomma, dato che io non mi intendevo di tali gerarchie, ci aprì la porta con il miglior sorriso cristiano. Ci fece aspettare nell’ingresso mentre lui si allontanava per chissà quali incombenze indifferibili. Alle pareti ritratti di santi, quello di Gesù con il cuore sanguinante in mano e quello di sua madre con la tunica azzurra, come si conviene alla figura celestiale della Madonna secondo un’iconografia collaudata. E San Francesco e San Nicola e due misconosciuti Santi Giuliano e Basilissa martiri e una congrega di altri beati in condizioni d’estasi mistica raffigurati su vecchie e ingiallite oleografie dalle cornici tarlate, sopra un altarino con tanti lumini rossi come quelli del cimitero, alcuni accesi, altri no. Un odore speciale penetrava le narici, greve e indefinibile, perché per definirlo avrei dovuto essere un esperto di tutti quegli ingredienti usati nelle chiese: cenere, fiori appassiti, incenso, vino, cotone, cere e misture varie.
Ma non ero mai stato un gran frequentatore di questi posti, deprimenti per un depresso come me. Conoscevo la Bibbia, questo si, me ne avevano regalata una illustrata dal Dorè, una preziosità bibliofila, e avevo letto il racconto affascinante dell’antico testamento, ma questo non faceva di me un baciapile.
Il grande vecchio, un fratacchione dall’immensa barba bianca, apparve da una porta in fondo al corridoio. Era padre Pellegrino, priore del convento, grande esperto di Etna e di Santi, che si prestava, dietro compenso spontaneo purché lauto, a fare da cicerone ai turisti di passaggio. Era un omone oramai avanti in età che apparentemente sembrava mansueto e taciturno, a onta del suo incarico, ma quando parlò capimmo subito di avere a che fare con un profondo conoscitore dei misteri della montagna, che conosceva intimamente, in grado di svelarci i segreti dell’Etna leggendaria. Ci raccontò del rifugio chiamato Torre del Filosofo che si trovava sulla sommità a circa 2900 metri di quota − noi non c’eravamo arrivati durante la nostra breve escursione – e che si diceva sorgesse proprio nel luogo dove il filosofo e mago Empedocle si era gettato nel fuoco del cratere per far credere ai suoi discepoli di essere stato assunto tra gli dei, così almeno dissero le malelingue. Perché anch’egli, come tanti altri uomini di genio e di politica, aveva seguaci entusiasti e creduloni, ma non mancava di avversari e detrattori. Il frate si compiaceva della narrazione e riferì come la Torre del Filosofo fosse stata distrutta durante un’eruzione, sepolta sotto un duro strato di lava vulcanica.
Padre Pellegrino era nato alle pendici dell’Etna e sull’Etna aveva vissuto tutta la vita, trasferendosi da un convento all’altro a dorso di mulo, partecipando a varie spedizioni verso il cratere centrale e conoscendo tutte le guide, uomini duri e silenziosi che facevano un mestiere antico tramandato da padre in figlio per secoli, più antico del mestiere di prete. A loro si rivolgevano turisti, viaggiatori e scienziati, per visitare in sicurezza la montagna attraverso i sentieri che mutavano sempre al mutare del paesaggio dopo le eruzioni e le colate.
Il frate ci narrò di essere disceso nel cratere centrale, impresa nella quale quasi tutte le guide, anche le più esperte, rifiutavano di cimentarsi per la pericolosità dell’azione e per un timore reverenziale nei confronti della sacralità dell’Etna. Discendere nel ventre del vulcano poteva dire attirare le ire della malasorte, che si sarebbe vendicata di tanta temerarietà in modo terribile e crudele.
Ma il frate, protetto dal Buon Dio o da San Francesco, non aveva dato retta a blasfeme e idolatre credenze, e ora raccontava, sano e salvo, la sua emozionante avventura all’occasionale pubblico pagante.
− Il fuoco è buono – diceva frate Pellegrino – il fuoco è un dono di Dio, dalla scoperta del fuoco è iniziata la civiltà dell’uomo. L’eruzione è energia che si libera e il fiume di lava che scende non fa paura, ti lascia il tempo di metterti in salvo, ci puoi perfino camminare sopra, con scarponi robusti, beninteso, andando veloce, di corsa, perché la lava dell’Etna è dura in superficie, ma pochi lo sanno e pochissimi hanno avuto il fegato di sperimentarlo. La Montagna, così semplicemente i locali chiamano l’Etna, non è cattiva, la gente ci convive da sempre, basta rispettarla, non sfidarla, usare prudenza come per tante cose nella vita. Io ci sono sceso nella fucina del fuoco primordiale e ci ho visto solo la grandezza di Dio raffrontata alla limitatezza delle umane cose.
Tutto questo parlare di Dio da parte del fratacchione mi aveva messo di malumore, considerando che i miei precedenti pensieri impuri e criminosi sull’orlo del cratere mi facevano ritenere più vicino a Satana che a Nostro Signore. Ma Italia era estasiata e ascoltava le narrazioni attenta, con qualche cenno di consenso e di soddisfazione.
Se fosse stata di indole religiosa di sicuro si sarebbe inginocchiata a pregare o magari avrebbe chiesto al frate di confessarla. Invece Italia, me lo disse in macchina subito dopo, aveva provato un curioso senso di predestinazione. Come se ogni avvenimento ubbidisse a una regia finalizzata a provocare emozioni: lo squallore della casa affittata, la fatica dell’escursione, la paurosa grandezza dell’Etna, la deviazione verso il monastero, le narrazioni del frate.
Così finì la nostra vacanza sul monte Etna, ci portammo dietro come souvenir le sue inquiete sensazioni e i miei istinti omicidi.

(Riproduzione riservata)

© edizioni Il Foglio

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Il libro
“La cattiveria del silenzio” è un romanzo lunare ambientato in un mondo decadente, descritto con una prosa cruda e realistica in cui la tormentata storia d’amore tra lo psicolabile protagonista e l’avvenente Italia si confronta con i fantasmi del passato e apre uno squarcio sulla sempre più disfunzionale “psiche contemporanea” in cui la forza del male sembra avere la meglio sulla debolezza umana.

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Raimondo Raimondi è nato a Caltanissetta, ma vive da molti anni a Siracusa.  Giornalista pubblicista, si occupa di letteratura e di critica d’arte. E’ direttore responsabile della testata giornalistica Dioramaonline. Ha pubblicato libri di poesia, narrativa e saggistica ed ha, inoltre, curato l’edizione di numerosi cataloghi d’arte. Alcuni titoli: per la narrativa Magica la laguna (1996), Cuore del vuoto (1998), Un filo di luna (2009), L’undicesima (2014); per la saggistica Il filo illogico (1999), L’abbecedario delle arcane stelle (2000), Stirpe d’artisti (2002), La mitica Ortigia e i siti minori (2004), La carta papiro (2010), Arte & Arte (2015), L’intima essenza delle cose (2015), Migrazioni (2016).

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