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VENTO TRAVERSO di Anna Pavone

luglio 18, 2017

VENTO TRAVERSO di Anna Pavone (edizioni Le Farfalle)

“Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida, visionaria follia” Erasmo da Rotterdam

“Noi gente pazza ragioniamo con il cuore” Jim Morrison

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di Alessandro Russo

Catania centro, poco fa: stazione della metropolitana.
L’incrocio con un’affascinante giovinetta in attesa del treno mi accompagna delicatamente verso lo stato di grazia che ricercavo. Seduta sulla banchina e intenta a sfogliar un piccolo libro bianco, la ragazza ha riccioli chiari e un non so che di angelico. A dirla tutta non legge e basta, bensì divora avidamente le pagine. «Questo volumetto –attacca ella bottone- vola alto perché ci fa riscoprire il gusto della parola. È stato pubblicato in una collana rossa di narrativa dall’editore-poeta Angelo Scandurra per “Le farfalle edizioni” di Valverde. S’intitola “Vento traverso” e la sua autrice è Anna Pavone, una donna perennemente in viaggio tra Catania e Milano. Pur nondimeno il cuore di ”Vento traverso” cela un segreto: non è stato scritto da Anna Pavone o meglio non solo da lei. Grazie ad un acuto espediente, il racconto mette insieme dialoghi e discorsi d’altre genti ma sta in piedi in prima persona. È un’opera incantata e polifonica e l’hanno buttata giù gli spostati, i disadattati, insomma i matti, propriamente loro. È nata dall’ascolto giornaliero ed è stata elaborata durante anni di osservazione nelle sale d’attesa di ambulatori di salute mentale e nei centri diurni di psichiatria. Tra quei corridoi Anna ha trovato un’umanità eccezionale, ma il suo lavoro non riporta luoghi, nomi o diagnosi. “Vento traverso” non scivola sul pietismo e non inciampa sui luoghi comuni ma indaga in modo lieve il vertiginoso rapporto tra follia e letteratura».

«Signorina, –la  interrompo- come lei saprà la pazzia e la poesia sono un dono degli dei».
«Non si tratta di sterili allucinazioni, –riprende la giovinetta veloce più d’una lepre- né di contorsioni alfabetiche o storie al contrario ma lampi di luce che rimbalzano, visioni deliranti, pennellate fulminee. Lontano da rigidi involucri linguistici, il testo porta in dote i paradossi del racconto dei sogni e ci dice qualcosa di nuovo; tra le sue pagine ci sono le immagini dei dipinti di Bruno Caruso, artista ultranovantenne le cui opere grafiche hanno una straordinaria forza evocativa. Leggendo “Vento traverso” lei scoprirà che  non è un semplice libro ma una preziosa ventiquattrore colma di schegge appuntite di metafore e sinestesie. Il suo filo d’oro si trova proprio all’interno del registro narrativo, perché le voci racchiuse sono squarci folgoranti, bollicine di champagne, piccoli brillanti lirici che contengono un minuscolo desiderio d’infinito. Lei è sicuro di sapere cosa significa perdere la bussola ?».
L’improvvisa epifania di mia moglie m’allontana bruscamente dallo stadio di leggiadria in cui dimoravo.
«Alessandro, -mi sgrida la signora Russo– ti stanno guardando tutti come se fossi lo scemo del villaggio. Ti rendi conto che hai lo sguardo perso nel vuoto e che stai parlando da solo da più di cinque minuti ?»
Durante il viaggio di ritorno in metrò ininterrottamente penso a ”Vento traverso”. «Lo scrittore -mi chiedo- è una calamita, un cacciatore o un magazziniere ? Lo svitato, invece, chi è ?». Una volta appoggiati entrambi i piedi sulla terraferma, compongo le dieci cifre d’un recapito mobile.
«Ho la sensazione–parola di Anna Pavone- che lo scrittore sia fondamentalmente un accumulatore seriale, una sorta di magazziniere disordinato. Nessuna etichetta, nessun numero, nessuna scaffalatura, tanto da non trovare spesso quello che cerca, ma altro. Un po’ come nei traslochi, in cui trovi tutto quello che non sapevi di avere e che non ricordi neanche perché hai conservato. Le cose, le storie accadono a chiunque le cerchi, ma è necessario uno sguardo obliquo per riconoscerle. E trattenerle con un metabolismo lento, lentissimo.
Lo svitato è chi allarga talmente lo spettro del reale da arrivare a scardinarlo, chi allenta le viti e le maglie che tengono strette le cose, modificandone improvvisamente la percezione e l’angolo di visuale. Chi riesce a cambiare forma ogni mattina e a farla cambiare al mondo fuori: niente più strutture rigide e predeterminate, solo una frana di pensieri e di voci che arrivano da direzioni inaspettate, piene di vento, mantici di fiato».

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[Leggi l’intervista di Simona Lo Iacono a Anna Pavone]

 

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Il libro

Anna Pavone, come un funambolo s’incammina su un filo ad altezze sospese, perché solo a certe alture, non enfatiche ma interiori, si possono incrociare destini di petali. Con l’aria nel vento, soffio di detriti e profumi, che apre fenditure di cielo attraversate da sagome di pensieri quali pronostici di vita.
Anna volteggia tra questi presentimenti, si mischia alla truppa, vuole assaporare gli indizi che definiscono cumuli di atteggiamenti. Così, anche lei entra nel giro, fantasma sulla giostra. Ma la giostra è carosello di spiriti e corpi, di menti e movenze; nel gioco di suoni e cavalli danzanti, rappresenta variegati universi.
Sapersi addentrare in tale sentiero, trapunto di ferite e sollazzi, richiede distintive sfumature di sensi. Anna allarga il suo mantello costellato di gemme. Poi, si rintana nel suo baule, ma non più da sola. Ora, dagli spifferi del coperchio arrivano brezze di voci somiglianti.
(Angelo Scandurra)

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Anna Pavone è nata a Catania e divide il cuore e le carte tra la sua città e Milano.
Ha ammucchiato i lavori e i ricordi dentro borse disordinate. Scrive di libri, scrive sui libri e fa le orecchie alle pagine, così si sentono meglio.
Racconta storie a bassa voce, inquadrando in bianco e nero o se c’è un microfono da accendere.
Questo è il suo terzo libro, dopo Pirandello e i suoi adùlteri.
Da grande voleva fare il dottore dei pazzi, ma i pazzi l’hanno riconosciuta e le hanno prestato le loro voci.

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