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NUVOLE DI FANGO di Inge Schilperoord (un estratto)

luglio 20, 2017

Pubblichiamo un estratto del romanzo NUVOLE DI FANGO di Inge Schilperoord (Fazi – traduz. di Stefano Musilli)

Deglutì con fatica, come se qualcosa di duro e appuntito – una spina di pesce – gli si fosse incastrato in gola. Si schiarì la voce, sospirò, chiuse gli occhi e dilatò le narici. Si concentrò sul respiro prima che la tensione gli raggiungesse le spalle, come aveva imparato a fare in pre-terapia. La chiamavano così, o anche “terapia individuale del reo”: terapia che aveva inizio in prigione e doveva prepararlo al trattamento riabilitativo in clinica. Era stata avviata alcune settimane prima con lo psicologo del carcere. La fase uno.
«Ora respira con calma», bisbigliò fra sé e sé guardando il contorno indistinto della sua faccia riflessa nel vetro: il mento sporgente, gli zigomi affilati, la fronte. «Inspira dal naso». Chiuse gli occhi e li riaprì. «Trattieni, e poi espira piano piano dalla bocca». Lo ripeteva dieci volte, sempre dieci. «Così rilassiamo il diaframma e ci sbarazziamo di tutto lo stress. Piedi per terra». Continuò a parlare sottovoce, pur essendo l’unico passeggero dell’autobus. Sentì il diaframma rilassarsi, il respiro calmarsi, e nel frattempo si massaggiò con le nocche i muscoli indolenziti della nuca.
L’autobus fece l’ultima curva prima del paese, che lambiva il nuovo quartiere di cui Jonathan aveva tanto sentito parlare. Le case se ne stavano immobili alla luce del mattino; le finestre riflettevano i raggi del sole mandandoglieli dritti negli occhi, come per disturbarlo. Il quartiere era stato costruito nei mesi scorsi a ridosso del vecchio paese ed entro qualche settimana ci si sarebbero trasferiti anche lui e la madre. Lei ne parlava in continuazione nelle sue lettere. Nuovi vicini, nuova casa: ne era contenta («facce nuove, compagnia, più rapporti umani»). Lui no, non amava i cambiamenti.
Quel che vide era perfino peggio di come se lo aspettava. Schiere su schiere di casette anguste, tutte uguali. Ombre corte in mezzo ai tetti. Lì avrebbero vissuto ancora più ammassati che nelle vecchie stradine a cui era abituato. Il loro quartiere, il più vecchio del paese, era sulla lista delle demolizioni da mesi prima che Jonathan se ne andasse, ma il Comune era così lento che non ci credeva più nessuno. Mentre lui era in prigione, le cose erano andate speditamente. I primi residenti si erano trasferiti durante il suo secondo mese di detenzione e gli altri li avevano seguiti un po’ per volta. Sua madre era l’ultima rimasta nella loro casa nell’area vuota. Gli aveva scritto che negli ultimi mesi la sua asma era peggiorata di nuovo e che non aveva la forza di affrontare il trasloco da sola.
Jonathan premette il pulsante e poco dopo l’autobus si fermò. Le porte si aprirono sospirando. Tornò a concentrarsi sul suo respiro e poi sulla strada che si stendeva lenta davanti a lui. Era questo che bramava da mesi: l’immensità del cielo, sgombro se non per qualche brandello di nuvola. Alzò gli occhi verso l’azzurro. Il suo sguardo vagò indisturbato per lo spazio circostante, non interrotto da sbarre, torri o mattoni. Alte e lunghe corsie di luce che percorrevano la strada. Guardò le casette dei pescatori che ancora erano state risparmiate, i tetti, i cortili, il campanile della chiesa. Qua e là vide canne e ceste da pesca, barchette ribaltate e addossate alle abitazioni. Oltre, gli alberi.
Era una giornata limpida e c’era un caldo umido, opprimente. Eccessivo, per quel periodo dell’anno. Pensò a «Natuurblad», che la madre gli spediva ogni mese insieme alle lettere, accompagnandola sempre con lo stesso messaggio scritto con la sua grafia obliqua: «Per il mio figliolo, e che possa tornare presto a casa». Qualche settimana prima aveva letto che per via del caldo incessante erano comparsi i primi nidi di bombice dal ventre bruno nei cespugli di olivello spinoso. Forse crescevano già le spighette in cima alle cannelle delle paludi. «Lo vedi?», aveva sussurrato fra sé e sé nella sua cella, mentre riponeva la rivista nella cartellina sotto al materasso insieme al quaderno della terapia. «Lo vedi? Qualcosa non quadra, non c’è più da fidarsi della natura. È tutto stravolto».

Casa loro era piccola, ancora più piccola di come la ricordasse. Si trovava al margine della spianata deserta insieme a una sola altra casa. Fatta eccezione per una manciata di cespugli secchi, mattoni e macerie, l’area era completamente spoglia. L’intero isolato di casette dei pescatori accanto a loro era sparito, ed erano sparite anche le costruzioni più alte. I due palazzoni si erano dissolti nel nulla, come se non ci fossero mai stati. Come se i ricordi di Jonathan non fossero reali. Eppure nella sua testa vedeva ogni cosa davanti a sé fin nel dettaglio. Al terzo piano del secondo stabile abitava Elizabeth. Tutto il quartiere la chiama Betsy. Anche lui, ma solo nei pensieri.
La rivide sporgersi dal parapetto del balcone salutando chiunque fosse di passaggio. Sentì la sua voce acuta e sottile: «Ciao, Fred, ciao, mamma, ciao, Jo!». Guardò un punto nell’aria che vibrava silenziosa e per un attimo gli sembrò di vederla camminare lì. Con la sua testa un po’ troppo grande e sgraziata, che ondeggiava leggermente. La faccia rotonda, il sorriso dolce. La bocca sempre un po’ aperta.
Si guardò intorno come se lei potesse ancora aggirarsi da quelle parti, fra i monconi secchi dei cespugli. Ovviamente se n’era già andata da un pezzo. Dopo quello che era successo, lei e i genitori si erano trasferiti in città. Jonathan rimase un altro po’ lì a strizzare gli occhi contro il sole cocente, che gettava scintille. Per un attimo si sentì uno strano sibilo provenire dal vuoto intorno a lui. Alla vista della casa tra i resti delle demolizioni, fu assalito da un senso di panico. Come se qualcosa non quadrasse. Co¬me se lui non appartenesse a quel posto. Come se appartenesse a tutt’altro posto. Ma non aveva idea di quale, né di come fare a capirlo.
Tra le basse pareti di mattoni di casa loro faceva, se possibile, più caldo che fuori. La madre lo aspettava nel torrido tinello, con indosso la camicetta estiva che possedeva da quando Jonathan aveva memoria. Era stretta e le tirava intorno al seno.
«Ragazzino mio».
«Mamma».
Lui abbozzò un sorriso, lei sorrise, ma non la salutò come sperava. Né come pensava. Né come negli ultimi giorni – nervoso, carico di aspettativa, guardando da dietro la finestra della sua cella – aveva immaginato. Troppo esitante, troppo circospetto.
«Sei tornato». Le brillavano gli occhi. Jonathan sorrise di nuovo, un po’ timido, a disagio per la situazione. Ragazzino. Inspirò profondamente. Come se avesse dieci an¬ni e non trenta. Doveva farle un grande sorriso, così si era ripromesso, ma i suoi muscoli facciali parevano rigidi e non collaboravano. Ci riprovò. Era rimasta sola per tutto quel tempo, pensò Jonathan, e il responsabile era lui. Ora doveva rimediare. Il minimo che potesse fare era essere almeno un po’ gentile.
Rimasero in silenzio nel piccolo tinello, osservati dall’alto dalla Maria in pietra collocata lì sin dall’infanzia di Jonathan. Muta, con le mani giunte e la testa piegata, la Vergine guardava per terra attraverso le palpebre socchiuse, quasi cercasse qualcosa che non riusciva a trovare. Come sempre li oltrepassava con lo sguardo; per quanto la madre la pregasse e le spolverasse amorevolmente i piedi, la statuetta non aveva mai rivolto gli occhi verso di loro.
Stettero così per un po’ di tempo, e intanto il sudore correva lungo la schiena di Jonathan. Mancava quasi l’aria. Sembrava che la casa fosse diventata più umida. Jonathan aveva notato che la carta da parati all’ingresso cominciava a sfaldarsi e a fare le bolle e che il linoleum si stava gonfiando in corrispondenza dei giunti.
«Ragazzo, finalmente. Grazie a Dio, pensavo che non ti avrei più…». La madre non finì la frase e Jonathan sentì un sibilo nel suo respiro.
«Ora sono qui».
Per tutti quei mesi non era mai andata a trovarlo. Lui non voleva, non poteva, non avrebbe sopportato di riceverla lì, in quella sala visite rumorosa. All’inizio lei aveva insistito, ma poi si era rassegnata.
Jonathan si asciugò il sudore dalla nuca e dagli occhi con una manica e si girò verso la madre per guardarla meglio. Gli sembrò di notare un cambiamento nella sua espressione: dei muscoletti intorno alla bocca le si contrassero e Jonathan ebbe paura che stesse per piangere. Ma non successe nulla. La madre si limitò a sollevare la collanina prendendola tra il pollice e l’indice e a farsela ricadere sotto al collo.
Lui lo vedeva che era provata dall’asma. La pelle le si era inflaccidita ed era solcata da rughette quasi invisibili che le segnavano il volto in superficie e convergevano in una piega verticale sopra al naso. La madre sperava che le cose sarebbero migliorate nella nuova casa, che ci sarebbe stata meno umidità: così gli aveva scritto. Ma avendo visto quelle abitazioni tirate su in fretta e in economia, Jonathan era certo che non sarebbe cambiato niente.
Il silenzio riempiva la stanza. Solo il mormorio del televisore lo raggiungeva dal soggiorno. Jonathan si schiarì la voce e per un attimo pensò di abbracciare la madre, di avvolgerle le mani intorno alle spalle e inspirare il suo profumo familiare. Ma non lo fece; alla sola idea gli si irrigidirono i muscoli. Tese solo la mano verso il suo braccio, esitante, tastando l’aria, e poi la ritirò.
«Hai fatto un buon viaggio, ragazzo?», chiese lei. «Com’è andato il viaggio?», si ripeté. «Avevi abbastanza soldi dietro?».
«Lo sai, no?». Jonathan arrotolò la punta del fazzoletto che aveva tirato fuori dalla tasca, si asciugò il collo e ricominciò a parlare senza guardarla: «Lo sai, no? Mi hanno dato un biglietto. Te l’avevo detto, no?».
«Ti preparo un tè?».
La madre fece un passo verso di lui e aprì le mani esibendo i palmi, come per mostrargli qualcosa, un segno di riconciliazione; come se in quel modo promettesse di non fargli domande difficili. Mai. O almeno: non a quel punto. Prima che lui potesse risponderle, proseguì: «L’autobus era in orario? Avevi da mangiare?».
«Non è lontano, mamma, è a una mezz’oretta da qui. Lo sai, no?».
Lei chiedeva tanto per chiedere, come nelle sue lettere. Non gli faceva mai domande sul suo processo e lui non diceva mai niente al riguardo. Non poteva non sapere perché il figlio fosse stato condannato, e poi assolto, ma nelle lettere gli parlava del trasloco, del tempo, delle massime bibliche. E lui le parlava delle cose che leggeva su «Natuurblad», degli uccelli che avvistava.
«O preferisci una limonata? Ti va, un bel bicchiere di limonata?». Fece per chinarsi davanti al basso frigorifero. Lo sguardo di Jonathan fu attirato dal ripiano del lavello: benché fosse già mattina inoltrata, c’era ancora la roba della colazione. Nemmeno i piatti e le posate della sera prima, a quanto pareva, erano stati lavati.
«Vado alle dune».
«Di già?».
«Devo prendere un po’ d’aria».
«Prima bevi qualcosa».
A un tratto Jonathan avvertì la tensione tornargli nei muscoli e i tendini della nuca che si contraevano. Piegò leggermente il collo all’indietro e sentì il rumore secco di una vertebra che scrocchiava. Con entrambe le mani si alzò i capelli dalla fronte sudata. All’improvviso non voleva altro che stare da solo.

(Riproduzione riservata)

© 2017 – Fazi editore

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La scheda del libro
D’estate, in cerca di sollievo dal caldo, la tinca si immerge nella melma dei fondali. Quando poi torna a muoversi, inevitabilmente solleva una nuvola di fango. Come Jonathan: giovane dal passato segnato, ha bisogno di nascondersi, cerca di muoversi il meno possibile e, quando lo fa, solleva una nuvola torbida attorno a sé.
Trentenne attratto dalle bambine, Jonathan fa ritorno a casa dopo un periodo trascorso in carcere. La madre è una donna anziana e solitaria e il villaggio di pescatori in cui è cresciuto si sta svuotando. Non c’è quasi più nessuno. Jonathan non ha amici. Una casetta malmessa, il mare a due passi, il cielo sconfinato. Lui, la madre, il caldo estivo soffocante. L’unico barlume di normalità, l’unico attaccamento alla vita vera, è il prendersi cura degli altri: della madre, del cane e di una tinca che ha trovato, ferita, in un laghetto vicino casa. Ma le giornate di Jonathan prendono una piega inaspettata quando Elke, una bambina sempre sola che condivide con lui la passione per gli animali, sembra cercare la sua compagnia… “Nuvole di fango” è un viaggio vorticoso dentro una mente malata che lotta contro se stessa. Pagine ipnotiche, intrise di umanità, in cui ogni giudizio viene sospeso, costringendoci a vedere il mondo attraverso gli occhi di un criminale che cerca in tutti i modi di non cadere in tentazione. Non di nuovo.
Nel suo sorprendente romanzo d’esordio, accolto dalla critica in maniera entusiastica, la psicologa Inge Schilperoord ha avuto l’audacia di indagare là dove la maggior parte delle persone non osa nemmeno avvicinarsi.

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Inge SchilperoordInge Schilperoord è nata nel 1973, è una psicologa forense. Ha scritto su «NRC Handelsblad», «Psychologie Magazine» e «Crossing Border Magazine». “Nuvole di fango” è il suo primo romanzo. Nel 2015, anno dell’uscita, ha vinto il Bronze Book Owl come miglior debutto dell’anno ed è stato finalista a tutti i premi letterari olandesi più importanti. È in via di pubblicazione in una decina di paesi e ne sono già stati acquisiti i diritti cinematografici.

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