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FRANCESCA MANFREDI racconta UN BUON POSTO DOVE STARE

luglio 21, 2017

FRANCESCA MANFREDI racconta la sua raccolta di racconti UN BUON POSTO DOVE STARE (La nave di Teseo) – vincitrice del Premio Campiello Opera prima 2017

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di Francesca Manfredi

Credo che la prima idea di Un buon posto dove stare sia nata molto presto, annidandosi da qualche parte quando ancora non pensavo ne avrei scritto un racconto, tantomeno undici. Era il 2011 ed ero ad Amsterdam. Camminavo per le vie del centro, i quartieri residenziali, senza una meta precisa. Mi capitò di notare un aspetto ricorrente, un’abitudine che accomuna molti Paesi del Nord: quella sorta di reticenza ai tendaggi. Gli appartamenti, anche quelli al piano terra, affacciati sulla strada, non avevano tende alle finestre. Il che saltava ancora di più all’occhio di sera, col buio, la luce delle case a illuminare le vie. Camminavo tra questi edifici sconosciuti e non riuscivo a fare a meno di guardare all’interno, dove era ora di cena e le famiglie si sedevano a tavola. Quasi a favore dello spettatore, come un presepe vivente, come un dipinto di Jan Steen o un catalogo Ikea.
Ho pensato – forse in quel momento, forse più tardi – che nulla si avvicinava di più al racconto, alla definizione di racconto in sé. Uno sbirciare dalla finestra. Ricordo che mi sono fermata, senza farmi vedere, e ho pensato a tutte le storie che potevano contenere quelle stanze. Ho provato a immaginarle, a ricostruirle da ciò che potevo osservare. Case affollate di studenti, famiglie con bambini; appartamenti abitati da coppie silenziose, che cenano l’uno di fronte all’altro, senza guardarsi mai.
Quando, qualche anno dopo, ho scritto il racconto Love in a lonely place, sono partita dall’immagine di una casa semi deserta, piena solo delle scatole di cartone di chi sta per traslocare. Ho immaginato la storia di una coppia che lascia l’appartamento in cui ha vissuto fino a quel momento perché spera di ricominciare daccapo, in un altro posto. Mentre scrivevo, mi è venuto da inserire quel particolare: lo sconosciuto, in strada, che si avvicina alla finestra e osserva la loro casa, la loro vita. Era un elemento, secondo me, che dava tensione, che produceva un effetto deflagrante sulla storia. Un elemento che rappresentava, in qualche modo, l’esterno: quell’esterno non voluto, ricacciato, che si è intromesso nella coppia – una coppia felice finché chiusa in sé stessa, finché autarchica – fino a rovinarla, a sfibrarla. Solo in un secondo momento mi è venuto in mente che proprio da quello sconosciuto, da un prospettiva capovolta, è possibile che sia cominciato tutto. L’avvicinarsi a un’abitazione, lo spiare, il cercare di cogliere elementi significativi, che diano il senso di qualcosa che sta accadendo, è quello che feci quella sera, ad Amsterdam; ed è quello che facciamo, probabilmente, ogni volta che ci mettiamo a scrivere una storia.
Mentre buttavo giù Un buon posto dove stare, mi sono resa conto che la casa stava diventando un elemento centrale. Un punto focale, che divide i racconti in due dimensioni, quella interna e quella esterna, nettamente distinte l’una dall’altra. Ma non solo: è dalle case che sono nate molte di queste storie. Le abitazioni presenti nei racconti sono spesso la prima immagine che ho avuto di essi. Sono luoghi che esistono, talvolta: posti in cui ho vissuto (la casa di Da qualche parte, al sicuro), altri che ho intravisto (la villa di Un buon posto dove stare). I luoghi abitati mi spingono all’osservazione, all’immaginazione – soprattutto quelli sconosciuti, o disabitati. Chi abita lì dentro? Chi ci ha vissuto, e perché adesso non c’è più? Quali storie sono accadute dentro quelle mura, quali segreti? Mi viene in mente Dogville, la sua scenografia formata soltanto da tratteggi di gesso, l’assenza di pareti, che fa riflettere, ogni volta che avviene una violenza, su quanto siano capaci di proteggere dallo sguardo le mura di casa. Proteggere, fino a mentire.
Mentire: è un’abitudine frequente, in questi racconti. Mentire, omettere, tenere per sé. I personaggi, come le storie, non rivelano tutto fino in fondo. Fa parte della loro vita interiore, come se rispecchiasse il magma bollente e borbottante che, sotto la superficie distesa, scorre. Nascondere riflette le paure, i sensi di colpa. Ma rappresenta, allo stesso tempo, una libertà che alcuni concedono a se stessi. Come la donna di Ricorda chi sono, che non rivela al marito della visita dello sconosciuto che ha perso la memoria, oppure come il padre de Il topo, che trova nella cantina un nascondiglio, una via di fuga, e fa di tutto perché la moglie non lo scopra. Mi piace lasciare questa libertà: mi piace mettere tutte le carte in tavola, in ordine, e poi coprirne qualcuna, toglierne qualcun’altra, per vedere l’effetto che fa. È così che è nato il racconto Cloro: l’epilogo – che rimane sospeso sul bordo, a un passo dalla fine – deriva da un segreto fra una donna e le sue figlie, da una promessa non mantenuta. E ogni volta che, allo stesso modo, un dettaglio di una storia non è rivelato – che sia un finale sospeso, o un elemento del passato – questo ha conseguenze anche su chi legge. Credo che siano le stesse davanti a un luogo che ci attrae ma di cui non sappiamo nulla, davanti alla finestra illuminata di una casa sconosciuta: cominciamo a immaginare.

(Riproduzione riservata)

© 2017, Francesca Manfredi

In agreement with The Wylie Agency (UK) Ltd

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La scheda del libro

Un bosco, una vecchia casa in montagna, la piscina di un condominio. Una bambina che nuota, una ragazza che torna a casa, un padre che scompare, un altro che trova pace nel silenzio umido di una cantina. E poi, nel pulviscolo di istanti che compongono i giorni più normali, affiora la rete dei sentimenti, dei sogni, delle scoperte che illuminano e feriscono, di una memoria in cui si è sempre salvi, ma inguaribilmente soli.
È con grazia e scrittura limpidissima che Francesca Manfredi racconta i protagonisti di queste undici storie, avvolti nella normalità delle loro vite, ma sempre colti sul principio di una soglia da cui poter guardare alle loro fragilità e alle loro inquietudini, come a un posto da cui non è necessario fuggire, un buon posto dove stare.

Questo è il libro di esordio di Francesca Manfredi (con cui ha vinto il Premio Campiello Opera prima 2017), una delle voci più belle e già riconosciute all’estero della nuova narrativa italiana.

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