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CUENTOS FRÍOS di Virgilio Piñera (un estratto)

luglio 28, 2017

Pubblichiamo il primo racconto della raccolta “CUENTOS FRÍOS. Racconti freddi” di Virgilio Piñera (Edizioni Il Foglio – Traduzione di Gordiano Lupi)

Una raccolta di racconti di Virgilio Piñera, scrittore cubano, tradotti e pubblicati da Gordiano Lupi (da sempre promotore, tra le altre cose, della letteratura cubana di qualità)

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La caduta (1944)

Abbiamo già scalato la montagna alta tremila piedi. Non per piantare sulla vetta la bottiglia e neppure per piantare la bandiera degli alpinisti intrepidi. Dopo alcuni minuti cominciamo la discesa. Come accade in casi simili, il mio compagno mi seguiva legato alla stessa corda che circondava la mia cintura. Avevo contato esattamente trenta metri di discesa quando il mio compagno, dopo aver sferrato con la scarpa munita di punte metalliche una pedata a una pietra, perse l’equilibrio e, dopo aver fatto una capriola, venne a fermarsi proprio davanti a me. La corda, aggrovigliata tra le mie gambe, tirava con una certa violenza e mi obbligava, per non precipitare nell’abisso, a incurvare le spalle. Lui, a sua volta, prese lo slancio e spinse il corpo in direzione del terreno che io, invece, mi lasciavo alle spalle. La sua decisione non era strampalata né assurda; tutt’altro, dimostrava una profonda conoscenza di certe situazioni che ancora non sono state scritte nei manuali. L’entusiasmo messo nel movimento fu causa di una lieve alterazione; subito mi resi conto che il mio compagno passava come un bolide tra le mie gambe e che, in un secondo momento, lo strappo dato dalla corda, come ho detto legata alla sua schiena, mi riportava di spalle alla mia primitiva posizione di discesa. Da parte sua, lui, obbedendo senza dubbio alle mie identiche leggi fisiche, una volta percorsa la distanza che la corda gli consentiva, si girò di spalle rispetto alla direzione seguita dal suo corpo, cosa che, logicamente, ci fece incontrare fronte a fronte. Non scambiammo una parola, ma sapevamo che sarebbe stato inevitabile precipitare. In effetti, trascorso un periodo di tempo indefinibile, cominciammo a rotolare. Siccome la mia unica preoccupazione era quella di non perdere gli occhi, mi impegnai a fondo per preservarli dai terribili effetti della caduta. In quanto al mio compagno, la sua unica angoscia era che la sua splendida barba, di un grigio ammirevole da vetrata gotica, non toccasse terra neppure lievemente impolverata. Allora io misi tutto il mio impegno nel coprire con le mie mani quella parte del suo volto coperta dalla barba; e lui, a sua volta, usò le mani per proteggere i miei occhi. La velocità cresceva a ogni istante, come capita normalmente quando dei corpi cadono nel vuoto. All’improvviso guardai attraverso la leggerissima fessura lasciata aperta dalle dita del mio compagno e mi resi conto che in quel momento un affilato spunzone di roccia gli stava portando via la testa, ma immediatamente dovetti girare la mia per comprovare che le mie gambe erano state separate dal tronco a causa di una roccia, probabilmente di origine calcarea, la cui forma dentata tagliava ciò che gli veniva messo accanto con la stessa perfezione di una sega per scafi di transatlantici. Con un certo sforzo, va riconosciuto, stavamo salvando, il mio compagno la sua splendida barba, e io, i miei occhi. È vero che a tratti, che io approssimativamente calcolo nella misura di cinquanta piedi, una parte del nostro corpo si separava da noi; per esempio, nel breve volgere di cinquanta tratti, perdemmo: il mio compagno, l’orecchio sinistro, il gomito destro, una gamba (non ricordo quale), i testicoli e il naso; io, da parte mia, la parte superiore del torace, la colonna vertebrale, il sopracciglio sinistro, l’orecchio sinistro e la giugulare. Ma non è ancora niente, a mille piedi dal terreno, ci restava soltanto, rispettivamente, quel che segue: al mio compagno, le due mani (ma solo fino al carpo) e la sua stupenda barba grigia; a me, le due mani (ugualmente solo fino al carpo) e gli occhi. Una lieve angoscia cominciò a impadronirsi di noi. E se le nostre mani fossero state strappate da qualche macigno? Continuammo a scendere. A circa dieci piedi da terra una pertica abbandonata da un labrador agganciò graziosamente le mani del mio compagno, ma io, vedendo i miei occhi orfani di ogni sostegno, devo confessare che per eterna, memorabile vergogna, ritirai le mie mani dalla sua stupenda barba grigia al fine di proteggerli dall’impatto finale. Non riuscii a coprirli, perché un’altra pertica situata in senso contrario a quella già menzionata agganciò ugualmente le mie due mani, ragion per cui per la prima volta durante l’intera discesa ci trovammo distanti l’uno dall’altro. Ma non ebbi alcun motivo di lamentarmi, perché i miei occhi toccavano terra sani e salvi sul prato del terreno e potevano vedere, un poco più avanti, la stupenda barba grigia del mio compagno che risplendeva in tutta la sua gloria.

(Riproduzione riservata)

© Edizioni Foglio

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Nota di Gordiano Lupi

Il 1961 è l’anno decisivo della crisi di rapporti tra Piñera e la Rivoluzione. Lo scrittore non sopporta l’idea di un’arte sottomessa a un disegno politico e critica la messa al bando di libri e pellicole considerate controrivoluzionarie. Il famoso discorso agli intellettuali di Fidel Castro rappresenta la consacrazione di una politica che non può vedere Piñera al fianco di chi imbavaglia gli intellettuali. “Nella Rivoluzione tutto. Fuori della Rivoluzione niente. Il primo diritto della Rivoluzione è quello di esistere. Contro la Rivoluzione non può essere ammessa un’attività intellettuale che ne metta in pericolo l’esistenza”. Sono parole di Fidel Castro. Resta famosa la breve replica di Virgilio Piñera: “Ho molta paura. Non so perché ho questa paura, però so che è la sola cosa che voglio dire”.

Virgilio Piñera (Cárdenas, 4 agosto 1912 – La Habana, 18 ottobre 1979), fondamentale autore cubano di racconti e brevi romanzi, opere teatrali (molte commedie sono state da me tradotte ma sono ancora inedite) e di un grande libro di poesia (La isla en peso, 1943, da me tradotto in Italia come Il peso di un’isola). Ricordiamo tra i romanzi La carne di René (1952) e tra le opere teatrali Electra Garrigó (1959). Piñera si diploma al liceo di Camagüey e – nel 1940 – si laurea in Lettere e Filosofia all’Università dell’Avana. Pubblica poesia sulla rivista Espuela de plata, antecedente di Orígenes, dove conosce José Lezama Lima. Nel 1941 pubblica la sua prima raccolta di poesie: Las furias, e la sua opera teatrale più conosciuta, Electra Garrigó, primo esempio di teatro moderno cubano. Nel 1942 fonda l’effimera rivista Poeta, della quale è direttore. L’anno successivo pubblica la lunga poesia La isla en peso, fondamentale nella poesia cubana del Novecento, che darà il titolo alla sua opera omnia lirica. Risiede a Buenos Aires dal 1946 al 1958, dove conosce Witold Gombrowicz, Jorge Luis Borges e Victoria Ocampo. Importanti opere teatrali sono Jesús e Falsa alarma (da me tradotte in italiano, ma inedite), prime esperienze di teatro dell’assurdo, precedenti a La cantante calva di Eugene Ionesco. Collabora con la rivista argentina Sur, e – dopo il trionfo della Rivoluzione – con il periodico cubano Revolución e con il supplemento letterario Lunes de Revolución. Premio Casa de las Americas nel 1968 per Dos viejos pánicos, rappresentato a teatro nei primi anni Novanta. Dal 1971 subisce un duro ostracismo da parte delle istituzioni ufficiali cubane, sia per le sue idee non allineate che per una mai nascosta omosessualità. Muore il 18 ottobre del 1979, tre anni dopo Lezama Lima. I suoi resti sono sepolti nel cimitero di Cárdenas. In tempi recenti Cuba gli ha finalmente riconosciuto meritati onori, oltre a una giusta riabilitazione morale e letteraria. Non ha fatto in tempo a goderne i frutti, purtroppo. Gli scrittori sono più utili da morti…

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