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SI FERMI QUI di Iain Levison (un estratto)

agosto 4, 2017

Pubblichiamo un estratto del romanzo SI FERMI QUI di Iain Levison (Edizioni E/O – Traduzione dall’inglese di Aurelia Di Meo)

Un incredibile caso di errore giudiziario. Tratto da una storia vera.

Si fermi qui è la discesa nell’incubo di un uomo accusato di omicidio, vittima degli abusi e degli eccessi della polizia.

 

 

* * *

Estratto da SI FERMI QUI di Iain Levison (Edizioni E/O

(da pagg. 24-28)

Il primo giorno libero è dedicato al bucato, il secondo al
riposo, al relax e alle pulizie generali. Cerco di completare in
fretta la lista di cose da sbrigare, così nel pomeriggio posso fare
qualcosa di piacevole.
Nel secondo giorno libero, di solito, prendo un paio di libri
in biblioteca per aiutarmi a progettare una vita diversa. Ho im –
maginato spesso di essere un avvocato, un botanico, uno chef,
o semplicemente di risparmiare per comprare una casa in
Belize. Per poter essere ammessi alla specializzazione in Legge
bisogna frequentare per qualche anno una scuola serale, così ho
lasciato perdere. Ho pensato che avrei guadagnato di più come
tassista che come botanico, e quindi ho lasciato perdere anche
quello. L’idea di diventare uno chef me l’ha data uno chef in
carne e ossa, un cliente fisso dei weekend. Verso le dieci di sera
andavo a prenderlo al suo ristorante, un locale elegante in una
zona residenziale, e lo portavo giù fino a Corinth Street, dove
comprava cocaina per i dipendenti della cucina. Non ha mai
ammesso apertamente cosa faceva, ma non sono stupido. Al
ritorno era sempre più loquace che all’andata e mi diceva che
mi avrebbe assunto come sous chef, se mai avessi voluto smettere
di fare il tassista.
Qualche anno fa, il Belize è diventato una meta turistica mol –
to gettonata, e gli americani hanno acquistato tutte le spiag ge
migliori.
Mi servono sogni nuovi.
Scelgo un libro sulla Costa Rica e un altro sul giardinaggio
urbano. Circa due anni fa ho avviato un orto comunitario in un
terreno abbandonato vicino al condominio in cui vivo, ma il
primo anno vandali e ladri hanno distrutto le piante di pomodori
e di zucca, mentre il secondo quelli del servizio idrico
hanno detto che il terreno era di loro proprietà e che me ne
dovevo andare. Negli ultimi tempi ho pensato di rimetterlo in
piedi, ma questa volta con il permesso del comune.
Quando torno nel mio appartamento con i libri scopro che
Charlie White ha lasciato un messaggio in segreteria: è al Sullivan’s,
un bar in fondo alla strada, e mi chiede se ho voglia di raggiungerlo.
Bere una birra con Charlie White ha pro e contro.
Da un lato, Charlie si accontenta dei clienti regolari e cede ai
compagni di bevuta della settimana quelli extra. Se lo raggiungessi
al bar, dunque, nei prossimi giorni potrei ottenere quattro
o cinque corse in più. D’altro canto, dopo qualche birra, Charlie
comincia a parlare dell’epoca d’oro dei tassisti, i primi anni
Ottanta, quando c’erano soldi e cocaina ovunque. C’è la storia
della mancia da trecento dollari per una corsa fino a Waco e
quella delle spogliarelliste che l’hanno invitato a una festa al
Marriott, con un sacco di strizzatine d’occhio e vaghe allusioni.
Secondo me la storia è finita con Charlie svenuto in un angolo
e le spogliarelliste che gli camminavano sopra per andare in
bagno, ma oggi sento di poterlo affrontare. Prima che imbocchi
il viale dei ricordi è una compagnia piacevole, di solito, e poi le
corse extra potrebbero farmi comodo.
Telefono a Charlie e gli dico che lo raggiungerò tra pochi
minuti. Prendo le chiavi, il portafoglio e il cellulare; sto per
uscire e andare da Sullivan’s quando qualcuno bussa alla porta.
Chi può essere, all’una di pomeriggio di un giovedì? Forse un
fattorino di UPS, visto che ordino un sacco di cose su Amazon.
Apro la porta e vedo tre uomini, un poliziotto in divisa e due
tizi in borghese, dall’aria molto seria. Il mio primo pensiero è
che siano venuti ad avvisarmi della morte di un lontano parente.
Tre persone per un compito del genere mi sembrano uno spreco
di denaro dei contribuenti.
«Salve» dico. «Che succede?».
Uno dei tizi in borghese appoggia una mano sulla porta e la
spinge, aprendola di più. Infila la testa dentro e si guarda
attorno. «Possiamo entrare?» chiede.
È chiaro che non si tratta di una domanda: un istante dopo
mi spinge indietro per entrare, mentre lo osservo confuso. Gli
altri due agenti sono alle sue spalle, siamo tutti sulla soglia; tre
poliziotti mi fissano, mi scrutano.
«Che succede?» ripeto.
Nessuno risponde. Il primo tizio in borghese, stempiato e più
vecchio degli altri due, puzza di fumo. Osserva il mio appartamento,
che ho appena pulito. Sulla lisa moquette beige ci sono
ancora i segni dell’aspirapolvere. Anche gli altri due agenti, senza
staccarmi gli occhi di dosso, entrano dandomi una spallata.
«È successo qualcosa?» chiedo di nuovo. Devono avere
delle notizie importanti, e mi stupisco quando il primo tizio,
quello che puzza di fumo, va in camera da letto. La prima cosa
che penso è che per fortuna ho rifatto il letto. La seconda è: che
ci fa questo tizio in camera mia? Se deve comunicarmi un
decesso, non c’è bisogno di andare lì.
«Stava uscendo?» mi chiede l’altro agente in borghese indicando
le chiavi e il cellulare che tengo in mano. È più giovane e
sfoggia un sorrisetto furbo, che immagino usi per sembrare amichevole.
Date le circostanze, “amichevole” è una parola strana:
quel sorriso emana autorità, è un ghigno compiaciuto che sotto –
linea chi detiene davvero il potere, e dubito che abbia inganna –
to molti dei criminali che ha interrogato. Mi allontano d’istinto
da lui e mi rivolgo al più giovane dei tre, un imponente tizio in
divisa fermo sulla soglia, con un bloc-notes in mano.
«Stavo per raggiungere un amico in un bar in fondo alla
strada».
Il poliziotto più vecchio riemerge dalla camera da letto con
passo lento e deliberato, come per registrare tutto ciò che lo circonda.
«Deve usare il bagno?» gli domando. È l’unica ragione
che mi viene in mente per spiegare l’interesse che dimostra
verso le altre stanze. Non risponde e si dirige in cucina, dove ho
messo i piatti puliti a scolare su uno strofinaccio. Li fissa come
fossero indizi.
Non voglio essere scortese, perché essere scortesi con la
polizia non porta mai niente di buono, soprattutto a uno a cui
serve la patente per sopravvivere: una parola sbagliata e te la
sospendono per un anno, lo sanno tutti i tassisti. Siamo una
categoria piuttosto remissiva, però vorrei sapere cosa ci fanno
qui visto che ho una birra che mi aspetta. Non è un modo di
dire, probabilmente Charlie White l’ha già ordinata.
«Allora, ragazzi» proseguo, «che succede?».
Mi sono accorto che, quando parlo, i due detective in borghese
si limitano a fissarmi, come se cercassero di intuire i pensieri
che hanno generato le mie parole. Mi sento la cavia di un
esperimento, ho l’impressione che prendano appunti su un
bloc-notes mentale ogni volta che apro bocca. Sembrano interessati
a ogni aspetto di me, tranne che a ciò che dico.
«Dov’era martedì sera?» chiede quello con il ghigno autoritario.
Intanto tira su le tende, facendo entrare la luce del sole e
mettendo in evidenza i vetri sporchi. È il suo modo per dimostrare
che le mie cose gli appartengono, che è lui a dettare le
regole. A questo punto è chiaro che non devono comunicarmi
un decesso.
«Ero al lavoro» dico con voce ferma. Voglio che se ne va –
dano. Non voglio che tirino su le tende, perché così la casa
diventa una serra, l’aria condizionata va a mille e la bolletta della
luce schizza alle stelle. Non voglio che se ne vadano in giro a
osservare il mio bagno e i miei piatti. Ormai li trovo inquietanti
e strani, e poi ho da fare. «Potete chiedere conferma alla Dillon
Cab». Allungo a Ghigno Autoritario il mio biglietto da visita.
«Devo andare» dico all’enorme agente sulla porta, che non
si muove.
Il tizio stempiato, quello più anziano che puzza di fumo,
finisce di ispezionare l’appartamento. «Abbiamo già parlato
con quelli della Dillon Cab» mi informa.
«E allora perché siete qui?».
Passano un paio di secondi di silenzio e gli agenti si scam-
biano un’occhiata. «Forse è meglio se andiamo a parlare in centrale»
dice quello più vecchio.
«Parlare di cosa? Di che si tratta?».
«Ne parleremo in centrale» replica Ghigno Autoritario, poi
sgancia le manette dalla cintura e mi ordina di voltarmi.
«Ma che cazzo…» urlo, alzando le braccia per lo stupore. Il
mio gesto spinge il poliziotto robusto ad avanzare verso di me
dalla soglia. Capisco che sta per aggredirmi e arretro di un
passo. Il detective più vecchio mi afferra un braccio con decisione
e lo torce mentre il grosso poliziotto in divisa si avvicina
dicendo: «Calma, calma…». Pochi istanti dopo mi ritrovo a
faccia in giù sul divano, in ginocchio, con la rotula dell’agente
contro la schiena e le manette ai polsi, tanto strette che sento la
circolazione bloccata.
Quando mi tirano su in piedi vedo Ghigno Autoritario accanto
alla porta, con un’aria soddisfatta. Gli altri due sono
dietro di me, uno per lato.
«Andiamo a parlare in centrale» ripete Ghigno Autoritario
con un sorrisetto allegro.

(Riproduzione riservata)

© Edizioni E/O 

* * *

La scheda del libro

Jeffrey Sutton è un tassista di mezz’età, single, che coltiva progetti e spera di costruirsi un futuro migliore. In un tranquillo giorno di riposo, senza alcun preavviso, viene arrestato a casa sua e accusato di aver rapito (e probabilmente ucciso) una ragazzina di dodici anni. Le prove contro di lui sono poche e deboli, eppure questo non ferma la polizia, decisa a trovare un colpevole e pronta a ignorare altre piste. Rinchiuso in una cella del braccio della morte, attende il giorno del processo con la sola compagnia di un altro detenuto, un serial killer cinico e dall’umorismo tagliente. Assistito da un avvocato incompetente, il suo destino sembra ormai segnato.
Con sguardo distaccato e insieme ironico, Jeffrey descrive le assurdità della situazione in cui si trova mentre assiste impotente alla distruzione della sua immagine pubblica e della sua vita, un pezzo alla volta. Ossessionato dalla scoperta che la realtà non è affatto come i polizieschi che ha visto in tv, finisce nel tritacarne kafkiano degli abusi di potere, di un sistema giudiziario fallace e dell’accanimento dei media.

* * *

Iain Levison è nato in Scozia nel 1963, ha vissuto a lungo negli Stati Uniti e attualmente risiede in Cina, dove insegna. Autore di numerosi romanzi di successo in Francia, nel 2008 ha vinto il Clarion Award per una serie di articoli pubblicati sulla rivista Philadelphia.

* * *

© Letteratitudine

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