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L’ULTIMA ESTATE E ALTRI SCRITTI di Cesarina Vighy (un estratto)

settembre 8, 2017

Pubblichiamo un estratto del volume L’ULTIMA ESTATE E ALTRI SCRITTI di Cesarina Vighy (Fazi editore)

Nel 2009, all’età di 72 anni e già malatissima, Cesarina Vighy esordì con L’ultima estate, un romanzo dai forti spunti autobiografici che divenne presto un vero caso letterario vincendo il Premio Campiello Opera Prima e qualificandosi nella cinquina del Premio Strega.

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Sogno (ma forse no)

Lo so che quando si invecchia i ricordi indietreggiano, i pensieri tornano via via alla maturità sprecata, alla giovinezza sbagliata, alla straziante adolescenza, alla impotente infanzia.
Molti allora si mettono in viaggio per cercare i luoghi nativi (che li deluderanno: tutto si è ristretto come una maglia lavata troppe volte), altri guardano le fotografie, leggono lettere, buttano all’aria gli armadi cercando gli abiti che erano tanto alla moda (pericolosissimo: negli armadi si trovano al massimo scheletri). Fingono di provare un dolce rimpianto ma non è vero: la sensazione è quella di visitare il museo delle cere della intraprendente Madame Toussaud.
I più vanitosi vanno a rompere le tasche a bibliotecari e archivisti, nella ricerca inutile di nobili antenati. Ho lavorato per anni in biblioteca, amavo i lettori e facevo per loro le ricerche più raffinate finché indietreggiavano spaventati (troppa grazia, sant’Antonio) ma quella categoria di genealofili la detestavo, scarsa com’era di ogni cognizione e ricca soltanto di un’infinità di tempo da perdere. Ma non lo sanno che, risalendo di ramo in ramo, si scopre che siamo tutti figli di puttana?
I pervertiti (quelli che vogliono andare in pensione prima ancora di cominciare a lavorare) si travestono da bonari zii e si danno alla pedofilia.
I meno coraggiosi solo al Viagra e alle cubane.
I vigorosi si dedicano al footing, al trekking, allo stretching: grandi sudate e coccoloni (mi diverte sempre la battuta di un famoso cardiologo che, interrogato su quale sport praticasse, rispose: «Le passeggiate al cimitero per accompagnare gli amici morti facendo jogging»).
E le donne? Le donne, visto che già conoscono quell’inferno sulla terra che è per loro la vecchiaia, stanno più calme. Invisibili già a sessant’anni (un salumaio, certo per festeggiare quel mio compleanno, si rivolse direttamente al signore, più basso di me, che mi stava dietro nella fila), a volte profittano di questa loro peculiarità per fare scherzi da streghe; tanto non corrono il rischio di rifiuti, sono già rifiutate in partenza, né di annoiarsi perché a casa, pur con l’uomo più noioso del mondo, c’è sempre qualcosa da fare, magari il riso con le verze.
Taccio delle signore devote, materia non mia, però a pregare, confessarsi e fare viaggetti col prete e le altre amiche della parrocchia ci sarà pure un gusto (quanto è bello Padre Pio con la sua maschera al silicone! com’è buona l’acqua di Lourdes per i reumatismi: meglio del Voltaren!).
Non dimentichiamo però l’unica categoria veramente felice: le vedove allegre. Niente a che fare con l’operetta né con i loro costumi solitamente morigerati (“abbiamo uno status noi, mica siamo delle separate”). Maneggiano finalmente qualche soldo, si tengono su, si fanno bionde (e appunto «biondo menopausa» viene chiamata dalle sciampiste quella particolare sfumatura che riempie i teatri nei matinée), frequentano conferenze, mostre, università apposite nate per loro che “non hanno potuto studiare”. Sono il pubblico ideale per professori di liceo senza allori accademici più prestigiosi, giovinetti pretenziosi coi loro articoli incomprensibili scritti al computer, presentazioni di libri che probabilmente non leggeranno mai ma che sono pronte a comprare se l’autore vi apporrà la propria firma e magari un pensierino. In effetti, l’indirizzario delle vedove è il più ambito dagli istituti culturali alle cui manifestazioni restano vuote troppe seggiole dorate.
La loro vera passione però sono i viaggi, dietro i cui colti scopi (visitare i giardini di Francia, zigzagare per abbazie medievali, ascoltare concerti sul Lago di Costanza) luccica la promessa di generosi pranzi a base di aragostine gustose, molluschi puliti, ostriche sicure.
Non ho ancora citato le persone acculturate, e con un po’ di sale in zucca, le più tristi.
Si accingono a scrivere il romanzo che non hanno mai avuto il tempo di elaborare: grande entusiasmo per qualche giorno, rosa fresca nel bicchiere, alzata mattutina. Poi, si allunga il riposo notturno col famoso “pisolino d’oro”, l’acqua alla rosa si può cambiare un giorno sì e un altro no, le idee ci sarebbero ma metterle giù è un vero faticoso lavoro, da non distrarsene mai (non si può essere tutti come il santo martire della penna, Flaubert, che scriveva alla sua smaniosa amante: «Ci rivedremo quando sarò arrivato a pagina 94»). Alla fine, come riconoscono i più onesti, non era il tempo che mancava, era il talento.
Utili, invece, quelli che tengono un diario o stendono i loro ricordi, specialmente se senza pretese. Sebbene tutti camminino nel tracciato della stessa storia, non ce n’è uno che abbia notato le stesse cose di un altro, come i testimoni di un incidente automobilistico.
E io? La più cattiva, la più snob?
Si è capito che la passeggiata intorno al palazzo e la tenera pietas esibita per i miei vicini-fratelli era un trucco per ingannare me stessa, come il kajal per rendere più profondo lo sguardo, il rossetto che dà un bagliore di salute?
Sì, fratelli, ma come Caino e Abele, di cui non è mai stato chiaro, tra l’altro, chi fosse il più disgraziato. Era forse colpa di Caino se a dio piacevano di più gli abbacchietti della frutta e verdura che poteva offrire lui?
Una cosa è certa.
I vecchi mi fanno ribrezzo, paura i malati.

Gli antichi credevano che i sogni li mandassero gli dèi, i quali, nella loro infinita malignità, facevano passare quelli veritieri attraverso una porta dai battenti di corno, per quelli ingannevoli, invece, i battenti erano d’avorio. Non era facile distinguerli, così.
Oggi si pensa che la materia del sogno sia dentro di noi, giù giù, come un bolo ruminato e irriconoscibile: basta (?) darsi un po’ da fare per riacchiapparne il filo.
Gli antichi non sapevano e i contemporanei fingono di non sapere che la materia alchemica, capace di trasformarsi in ogni cosa, esiste. È la plastica: l’avorio ha così assunto la cupezza scura del corno, il raziocinio si è sporcato col sangue del cuore.

Sogno, sogno, sogno. In questa estate ho messo insieme materiale onirico per dieci anni. Nei brandelli di sonno notturni, nei lunghi torpori diurni, ho rivisto tutti quelli che se ne sono andati per sempre. A volte, incredibilmente amabili, mi hanno lasciato in quello stato di felicità piena che nella realtà non provi mai; altre volte, severi e scuri in faccia, mi hanno rimproverato senza parole ma con sguardi così gelidi da farmi desiderare un veloce ritorno alla vita, se posso chiamare vita questa, fatta di medicine, di piedi strascicati a fatica, di labbra che non sanno più articolare una frase, di fazzolettini premuti sulla bocca alla Mimì per non far capire che la saliva sta colando.
Dopo uno dei sogni “buoni”, da cui stentavo quasi a uscire, ho detto al mio angelo infermiere che avrei preferito restare di là. Lui, saggio, mi ha consigliato il fifty-fifty: «Non restarci oltre il cinquanta per cento e tutto andrà bene».
Ma perché questa gente mi viene a trovare continuamente? Cosa vogliono?
Mamma e papà, padre e madre, amori stupidi, amori che fanno male, amori non corrisposti, amori dolorosi.
Più si cresce, meno si capisce: solo lampi nel buio, brandelli di realtà, stracci di verità strappati coi denti.
Forse sono solo gli anni che premono sulle spalle e tutti vogliamo sentirci più leggeri, lasciare il bagaglio a casa.
La lingua, la grande spia, te lo fa capire: rimbambire, rimbambinire non sono poi verbi così spregiativi se lasciano in bocca un sapore infantile di lecca lecca.
Il brutto termine “badante”, che all’inizio fece imbestialire puristi e non, rimanda in fondo ai giardinetti, alle panchine all’ombra su cui, sistemati quei grossi bambini grinzosi, si può non badargli più, anche quando il sole, girando, è arrivato fin lì, a scottarli, a fargli assaggiare un po’ di inferno, così si abituano.
In compenso, non esiste più la nobile parola “vecchio” che evocava dignitosi signori ben strigliati a casa, nella vasca, dalle mogli che poi li vestivano eleganti e se li portavano a spasso come grandi cani ubbidienti e innocui.
Papà, mamma, pappa, letto, pipì, compiti, esami, uscire sbattendo la porta, rientrare facendola cigolare, mangia, non mangiare, studia, non mi piace quel tipo, guarda che ti do uno schiaffo da farti saltare i denti, la nostra bambina se n’è andata, speriamo ne faccia un’altra lei, ti ricordi com’era bella, non ha mai sporcato un letto, l’avevo abituata a stare sul vasino per ore, sì come le nanny inglesi che hanno allevato intere generazioni di elegantissimi omosessuali. «Nanny, chi è quella bella signora che viene a salutarmi la sera prima di uscire?». «Ma è la mamma, caro, adesso che è andata via, va’ a sedere sul vasino finché ti addormenti».

È passata la vita e i sogni hanno sempre lo stesso set, come i film da due soldi: la cucina di casa, un’aula scolastica, un corridoio, un lago lucente (almeno un esterno ci vuole) che diventa improvvisamente una pozza scura, senz’altro viscida, con le piante acquatiche che ti legano i piedi e ti impediscono di tornare a galla (ehi, me lo volete dare un effetto speciale, uno che sia uno? Con cosa metto paura alla gente che si aspetta i mostri preistorici clonati?).
Scenderò in quella pozza, ritroverò i fantasmi dei miei sogni. Adesso ho capito cosa vogliono e provo una vaga pietà: vogliono rivivere per un attimo attraverso di me che sono l’unica rimasta ad averli conosciuti.
D’accordo: procedendo a tentoni fra sogni e ricordi proverò a mettere insieme qualcosa. Niente rosa ma il solo bicchiere per ricordarmi di prendere la medicina.
Patti chiari: non sarà un acquerello, piuttosto un’autopsia. Forse vi farò male. Ne farò anche a me.
E voi, care ombre, per favore, non introducete scenari nuovi, come quello dell’altra notte, lo studio di un gran dottore che fruga da anni nel cervello capendoci sempre meno.
Copio l’appunto preso ancora a letto, appena sveglia, appoggiandomi al comodino:
«Sono dal professor P. che mi esamina. Gli chiedo a cosa mai serva la “trattometria”. “È la Bibbia del chirurgo”. Poi avanza con grandissima cautela un’ipotesi stravagante, cioè che io abbia un “ribaltamento” nel cranio su cui operare chirurgicamente: un sintomo sarebbe la ruga che ho, verticale, sulla fronte. Nella realtà non ho nessuna ruga del genere».

(Riproduzione riservata)

© Fazi editore

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La scheda del libro

Nel 2009, all’età di 72 anni e già malatissima, Cesarina Vighy esordì con L’ultima estate, un romanzo dai forti spunti autobiografici che divenne presto un vero caso letterario vincendo il Premio Campiello Opera Prima e qualificandosi nella cinquina del Premio Strega.

Tradotto all’estero e sorretto da un grande successo di pubblico, è diventato nel tempo un modello di resistenza al dolore per il suo strenuo stoicismo e la sua affilata ironia.

«Dicono che si nasca incendiari e si muoia pompieri. A me è successo il contrario: brucerei tutto, adesso».

«Camminare eretti e parlare, due facoltà che hanno fatto della scimmia un uomo: io le sto perdendo entrambe. Restano l’inutile pollice sovrapponibile e l’insopportabile coscienza di me».

Z. è malata. Gravemente. Dallo spazio ristretto da cui guarda il mondo, osserva il tenace manifestarsi della vita: l’andirivieni dei vicini, un merlo che fa il nido, i piccioni in cerca di cibo. Per lei, ogni gesto è enorme, difficilissima la quotidianità, in equilibrio sui nervi e sugli orari delle medicine. La notte però, con la gatta a farle compagnia, i sogni intervengono ad alleviare il fastidio di resistere a se stessi e sulla pagina, così, il resoconto di un’esistenza vicina alla fine diventa il ricordo di una vita che finalmente appare bella.

«Eccoci qua dopo anni di quiete che si potrebbero chiamare anni felici se solo sapessimo, mentre la si vive, che quella è la felicità».

Con una lingua nitida, a tratti feroce, mai retorica, Cesarina Vighy ha affrontato il più evitato degli argomenti: la sofferenza. Definito «un De Senectute intriso di dolorosa saggezza», L’ultima estate ha messo al centro una donna giunta alla fine del suo ciclo vitale ma non per questo priva di un’arma potentissima, specie se innata: lo spirito dell’umorismo.

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Cesarina VighyCesarina Vighy, nata a Venezia ma romana d’adozione, ha esordito nel 2009 con L’ultima estate, Premio Campiello Opera Prima, Premio Cesare De Lollis, finalista al Premio Strega. Muore il 1 maggio del 2010, pochi giorni dopo la pubblicazione di Scendo. Buon proseguimento, un addio in forma epistolare.

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