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MARINA VISENTIN racconta LA DONNA NELLA PIOGGIA

settembre 22, 2017

MARINA VISENTIN racconta il suo romanzo LA DONNA NELLA PIOGGIA (Piemme)

Marina Visentindi Marina Visentin

La prima idea della “Donna nella pioggia” è nata in una notte di pioggia. Banale? Meno di quanto sembri. Perché il titolo è venuto dopo, molto dopo, quando il romanzo ha trovato un editore (Piemme) e l’editore ha deciso che il titolo che io avevo immaginato – “Nessuno accanto” – non era abbastanza forte, e così mi ha proposto di sostituirlo con “La donna nella pioggia”.
Sulle prime ci sono rimasta un po’ male, ho temuto che il mio libro stesse scivolando via, rischiasse di cadermi dalle mani (un’ossessione di perdita che forse molti autori hanno, o forse no… io comunque sì, che ci posso fare?), poi mi sono detta che quella donna nella pioggia, immersa in un universo liquido e sfuggente, un po’ spaventata e in gran parte ottenebrata, era esattamente lei, Stella Romano, la mia protagonista. E ho pensato che quel titolo rispecchiava perfettamente l’anima imperfetta e fuggitiva del mio romanzo.
La donna nella pioggiaUna notte di pioggia, dunque. Per la verità una lunga serie di notti di pioggia… La primavera di qualche anno fa, a Milano: un incubo liquido, giorni e notti di pioggia battente, come una sorta di insostenibile stagione monsonica. L’aria satura di umidità, il freddo ostinato fino alle soglie dell’estate, la sensazione di chiusura, di soffocamento quasi che deriva dal non poter guardare fuori, dal dover tenere costantemente chiuse le finestre. La pioggia che scorre sui vetri azzera ogni trasparenza, rende tutto opaco, impedisce di vedere, se non a prezzo di un’immensa fatica.
A me la pioggia intristisce, mette ansia, un’angoscia sottile che è di certo legata alla sensazione di orizzonte chiuso, di cecità.
Quando ho cominciato a scrivere questo romanzo pioveva da giorni e giorni, settimane senza un raggio di sole, io mi sentivo triste e ingabbiata, non riuscivo a dormire, da tempo non riuscivo a capire dove stava andando la mia vita. Un momento di crisi professionale, di timori e tremori da un punto di vista personale, un periodo in cui la sensazione dominante era quella della perdita di controllo, l’incapacità di vedere la strada che stavo percorrendo, di più: di capire se quella strada fosse ancora quella giusta per me.
Stavo male. Molto male. E i tentativi di usare la scrittura per uscire dal malessere sembravano tutti destinati a schiantarsi dopo poche righe. Qualunque idea – un personaggio, un tema, una situazione, un’intuizione inizialmente felice – non appena cercavo di trasformarla in un racconto dotato di un barlume di senso, anche solo un accenno di direzione, mi si sgretolava davanti agli occhi.
Vagavo nella nebbia, infelice e inutile, ma sempre più spesso un’immagine mi si presentava davanti: quella di una donna che un po’ mi somigliava e un po’ no, alle prese come me con una perdita totale di controllo sulla realtà che la circondava, come me incapace di “vedere” con chiarezza quale strada percorrere. Ho pensato che se fossi riuscita a dare voce a questa sorta di alter ego forse sarei riuscita a uscire da quella bolla di angoscia in cui da mesi mi dibattevo.
Ho cercato di scrivere la storia di Stella Romano, ho iniziato. Un capitolo, due, tre… sono abituata a scrivere, è il mio mestiere, so usare le parole, è una delle poche cose che so per certo… però, un conto è usare l’emisfero sinistro, la razionalità, la logica (quello che serve per scrivere un buon saggio, un articolo coerente e magari piacevole da leggere, una bella recensione), un conto è usare l’emisfero destro, lasciarsi andare alla fantasia, usare l’immaginazione per reinventare la tua vita, attraverso un personaggio completamente finto che abbia però la capacità di sembrare vero.
Insomma, mi mettevo davanti al computer, mezzo di lavoro abituale da tanti anni, e scrivevo, scrivevo, scrivevo… senza che nemmeno una riga mi sembrasse degna, felice, non dico indispensabile, ma almeno utile!
E finalmente una notte – non riuscivo a dormire, tanto per cambiare – mi è risuonata nella testa la voce di Stella, e ho visto il suo viso. Ho intravisto una figura sottile che si muoveva nella pioggia, ho visto una scena che mi ha catturato, qualcosa che forse valeva la pena di raccontare.
Ho preso in mano una penna e su un quaderno minuscolo, un po’ raggrinzito, ho scritto qualche riga, due appunti giusto per fissare l’idea. Il mattino dopo, rileggendo quelle poche frasi un po’ confuse ma incredibilmente vive, ho capito che se volevo andare avanti avevo una sola possibile strada: scrivere tanto e rileggermi il meno possibile, tenermi lontana dalla tastiera del computer, tenere a bada lo sguardo giudicante e perfezionista.
La prima stesura de “La donna nella pioggia” è stata scritta interamente a mano: carta e penna, e tante notti insonni… Ci sono momenti in cui mi sembra che ne sia valsa la pena.

(Riproduzione riservata)

© Marina Visentin

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La scheda del libro

Stella Romano non saprebbe dire quando le ore che compongono le sue giornate abbiano cominciato a scomparire. In una quotidianità senza imprevisti, scandita dalle attività ripetitive e confortanti delle figlie, dai viaggi di lavoro del marito, dai piccoli gesti di una vita agiata in cui continua a sentirsi un’estranea, a Stella mancano dei momenti; ore intere di cui non ha alcun ricordo, in cui compie azioni che poi si smarriscono nelle profondità della mente, in cui diventa un’altra persona. Un giorno, anche il vaso di sua madre – unico legame con la donna scomparsa quando lei aveva tre anni – va in mille pezzi: è il segno tangibile che qualcosa non va, davvero, e Stella non può più fingere indifferenza di fronte a ciò che sta accadendo. Deve andare fino in fondo, riaprendo pagine dolorose della sua vita.
Scavando in un passato di cui pochissimi sono i testimoni – la madre è morta in un incidente e il padre si è tolto la vita in manicomio -, Stella si rende conto di aver vissuto sepolta nelle bugie di chi avrebbe dovuto amarla e di aver costruito la sua identità di donna su un’infanzia fasulla.
Anche il marito sembra stare dalla parte di chi non vuole che lei arrivi alla verità, a una vita nuova, lontana dai dolori e dai drammi del passato. E Stella capisce che chi ha rubato i suoi ricordi è pericoloso, nel passato come nel presente.

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Marina Visentin è nata a Novara, ma da quasi trent’anni vive e lavora a Milano.
Giornalista, traduttrice, consulente editoriale, una laurea in filosofia e un lontano passato da copywriter in un’agenzia di pubblicità.
Ha collaborato con varie testate nazionali, scrivendo di cinema e altro; attualmente si interessa di scrittura autobiografica, organizzando laboratori a Milano e dintorni.
Ha pubblicato testi di critica cinematografica, saggi sulla storia del cinema, libri di filosofia e psicologia.
Dopo la fiaba noir Biancaneve (Todaro Editore, 2010), La donna nella pioggia è il suo primo thriller psicologico.

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© Letteratitudine

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