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FRANCESCA FIORLETTA racconta BORGES NON È MAI ESISTITO

ottobre 4, 2017

FRANCESCA FIORLETTA racconta il suo romanzo BORGES NON È MAI ESISTITO (L’Erudita)

di Francesca Fiorletta

Immaginate un inverno molto freddo. Un inverno a cui i romani non sono per niente abituati.
La capitale coi suoi vicoli assolati, gli scorci primaverili anche a gennaio, le belle ville con gli alberi perennemente in fiore. Ecco, forse non si è trattato proprio di un inverno, non tutto intero almeno. Sarà bastata una settimana o forse due, una ventina di giorni al massimo, ma sferzati da temperature a dir poco polari… Che poi, polari. D’accordo, in qualche rara occasione abbiamo sfiorato lo zero, ma c’è da dire che io sono una donna estremamente freddolosa. E, insomma, la sensazione era quella di essere stata improvvisamente trapiantata in Alaska.
Immaginate poi di dover affrontare un trasloco. Non proprio un trasloco di casa, ma un trasloco sul posto di lavoro. Scatoloni da riempire dappertutto, scaffali mezzi vuoti, dio non voglia la connessione internet assente. Insomma, il panico vero.
Così è nata la mia personale Siberia. Perché Borges, cioè, il mio romanzo, prima di chiamarsi Borges non è mai esistito, si chiamava Siberia. E raccontava di questo inverno molto freddo in cui era piombata la capitale, e di una ragazza che ogni mattina usciva di casa intabarrata per recarsi sul posto di lavoro.
Immaginate poi di avere una sorella, va bene anche un amico, o un parente qualsiasi, un contatto umano insomma, qualcuno a cui volete bene e che vi scrive da lontano, magari perché sta facendo un viaggio, magari perché s’è trasferito all’estero, o che so io. Nel mio caso è una sorella, velista, che mi scriveva dalla Martinica, e mi diceva che aveva finito tutti i libri che s’era portata dietro e non sapeva cosa leggere la sera prima di andare a dormire.
Immaginate che questa sorella vi chieda espressamente di mandarle, ogni giorno, un capitolo di quello che state scrivendo. Così, per giocare, per passare il tempo, per ingannare l’attesa del rivedersi.
Voi cos’avreste fatto, al mio posto? Non lo so, magari tantissime cose molto interessanti; io comunque ho stretto i denti, mi sono coperta con dieci maglioni, ho superato lo shock di passare qualche ora lontana da un modem adsl, e ho scritto un romanzo.
Borges ha preso ad esistere così, con me che ogni giorno ne spedivo un capitolo in Martinica, con la voglia di tuffarmi in un momento primaverile che non mi facesse gelare le dita sui tasti, e col desiderio di rivivere quella tipica spensieratezza un po’ sfrontata che hanno solo gli studenti universitari alle prime armi. Quel periodo fantastico in cui ti senti già adulto, e in effetti per certi versi lo sei anche, ma solo perché non ti sei ancora scontrato con le difficoltà del lavoro, coi problemi economici veri, con le reali prove davanti a cui ti mette la vita.
Borges è Jorge Luis Borges, ma è anche la passione per la letteratura, la curiosità, lo studio; Borges sono le infinite possibilità che ti senti di avere tutte in mano a vent’anni, sono gli amori teneri che finiscono, le amicizie casuali che diventano salde, i sogni erotici vissuti come incredibilmente pericolosi.
Nel romanzo c’è una ragazza infreddolita che va a lavoro diligente ogni mattina, e che una mattina incontra casualmente proprio quel professore che esattamente dieci anni prima, all’università, le aveva fatto perdere la testa.
Un sogno? Una fatalità? Un coronamento? Un aneddoto dimenticabile?
Su tutto, Borges è sempre e comunque, per me, la volontà di evadere dal labirinto. Di qualunque genere esso sia.

(Riproduzione riservata)

© Francesca Fiorletta

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La scheda del libro

Simbolo evidente e naturale della perplessità, il labirinto per Borges era un edificio creato col solo scopo di confondere gli uomini. Sotto il nume tutelare dello scrittore argentino, in una tiepida primavera ha inizio il rapporto fra Anna e Lucio. È il legame proibito per eccellenza: lui il professore di letteratura sudamericana, lei la diligente studentessa. La loro storia ha lo stesso andamento sincopato di chi vaga alla ricerca dell’uscita dal labirinto: momenti di sospensione si alternano a stati di agitazione interiore, nell’incapacità di trovare una soluzione.
Francesca Fiorletta, con un linguaggio leggero e puntellato di ironia, mostra come brevi attimi di vita si trasformino in ricordi cristallizzati attraverso il filtro della memoria. Grazie a una narrazione che riesce a dare vita a immagini nitide, l’autrice accompagna il lettore verso un finale aperto e inaspettato, di fronte al quale verrà persino da chiedersi se lo stesso Borges sia mai esistito.

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Francesca Fiorletta, 1985, vive a Roma, è redattrice di Nazione Indiana, organizzatrice di eventi, ufficio stampa e social media manager per LiberAria Edizioni, CaLibro Festival e freelance. Nel 2015 ha pubblicato More Uxorio per Zona Contemporanea. Suoi testi sono presenti in Repertorio dei matti della città di Roma, volume collettivo a cura di Paolo Nori per Marcos y Marcos; Costola, antologia di racconti illustrati a cura di Filippo Balestra per casa editrice Gigante; e su diversi blog e riviste culturali (L’Ulisse, Versodove, Alfabeta, ecc.).

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